Articolo diciotto.
Scritto da Uriel Fanelli il 09.02.2012
Vedo che e' ancora forte il dibattito (almeno sui giornali) sull'articolo 18 in Italia. Ho gia' parlato dell'assurdita' delle riforme di Monti nel medio e lungo termine, e onestamente rimango della mia idea: "just for the show". L'esempio dell' Art. 18 e' un classico: si sta facendo un polverone sulla componente irrilevante della catastrofe "mondo del lavoro", mentre dall'altro si finge di non vedere che i contratti co.co.pro stanno distruggendo il paese.
Il primo dato e' che sul piano numerico sono pochi i lavoratori che effettivamente beneficiano dell' art.18. Articolo il quale non dice "non puoi mai licenziare un lavoratore" . Dice semplicemente che occorre un buon motivo, dove per "buon motivo" si intende una serie di FATTI dimostrabili (non basta l'opinione o l'arbitrio) , e lo stato quando dice dimostrabili si riferisce all'unico modo che ha di dimostrare: il giudizio di un giudice.
Qui casca l'asino: quando si cerca di dimostrare che vi sia "giusta causa" si finisce in tribunale: si tratta dell'unico modo che lo stato ha di dimostrare che qualcosa sia conforme alla legge: farlo decidere ad un giudice.
Cosa succede? Che le cause sono lente e come se non bastasse il risultato non e' affatto scontato.
Per esempio, e' successo che alcuni operai che durante uno sciopero hanno messo fuori uso le attrezzature aziendali per non farle usare ai crumiri siano stati reintrgrati a forza, dal momento che (evidentemente) per la legge italiana lo scioperante puo' farlo.
Di sentenze controintuitive come questa (l'azienda e' mia e tu non danneggi un cavolo. Puoi scioperare, ma di danni alle infrastrutture non ne devi fare) ne arrivano in continuazione. Il risultato e' che diventa impossibile per l'azienda capire se e come potra' risolvere un problema con un dipendente.
Ma attenzione: questo e' un problema dell'articolo 18? No, e' un problema della giustizia italiana. Se i giudici fanno poche sentenze, e le fanno anche male, succede questo: la giustizia e' un vantaggio per la societa'. La qualita' della giustizia di misura dalla quantita' di vantaggio che la societa' nel complesso ne ha. Se l'economia del lavoro e' ferma perche' non si riesce a stabilire cosa sia una "giusta causa", non stiamo parlando di un problema che ha la legge: stiamo parlando di un problema della giustizia.
Sancire che un lavoratore non possa venire licenziato se non per giusta causa di per se' non e' illogico o ingiusto. Il disastro inizia quando questa legge va in mano ai giudici.
Ma perche' allora non dire che il problema sono i giudici del lavoro?
Perche' ovviamente la magistratura e' intoccabile.
Adesso guardate qui i tribunali del lavoro: http://it.wikipedia.org/wiki/Giudice_del_lavoro
Come vedete, i giudici del lavoro sentenziano su un sacco di cose. Il fatto che voi togliate loro l'articolo 18, che e' microscopico nel contesto, non servira' a rendere il mercato del lavoro piu' semplice per le aziende. Si limitera' a creare una via di uscita per i licenziamenti. Ma se osservate la somma di materie sulle quali il tribunale e' competente, nutro dei seri dubbi che il mercato del lavoro iniziera' a diventare piu' ordinato: anche i rapporti parasubordinati sono sotto il loro controllo.
Quello che faranno gli avvocati del lavoro e' semplicemente di spostare l'oggetto della difesa. Niente di piu'.
Ma la vera sorpresa me la tenevo per adesso: i lavoratori illicenziabili NON sono protetti dall'articolo 18, ma da regolamenti ad hoc. Un esempio? La ASL di Bologna, una di quelle gestite dall' Ospedale Maggiore, ha circa 800 portantini che non possono fare i portantini. Succede che sfruttando una legge ad hoc questi signori si siano fatti certificare, dopo 12 mesi di lavoro, che il lavoro li logorava e che possono solo lavorare da seduti.
Queste persone NON sono protette dall' Art.18. Sono protette da una legge ad hoc, fatta a suo tempo perche' il partito potesse far assumere lavativi e fancazzisti in cambio del voto, legge che rimane. Non potete accusare queste persone di nulla, perche' una legge dice che la loro inefficienza e' legale, accettata, organizzata. Una volta dimostrato questo, i nostri 800 eroi sono passati a compiti di ufficio, per i quali non erano preparati, non avendo passato nemmeno un concorso in tal senso.
Ora, questi 800 rimarranno li'. Al posto loro si sarebbero dovuti assumere 800 dipendenti che sapessero tenere le mansioni di ufficio: in un mondo perfetto, il concorso che li avrebbe assunti avrebbe dovuto appurare che questi sapessero qualcosa di burocrazia ospedaliera. Invece, ad occupare quei posti sono finite persone che sono state assunte con requisiti completamente diversi.
Questo e' un esempio, un esempio del tipo di danno che l'opinione pubblica italiana attribuisce all'articolo 18, e che NON dipende affatto dall'articolo 18.
Anche andando nel mondo del privato, ognuno di noi ha un collega che non merita il posto che ha, se non di piu'. Ma vi siete chiesti se sia davvero l'articolo 18 a mantenere li' queste persone?
Ebbi, anni fa, un collega che di IT non ne capiva una cippa. Come mai era li'? Era parente di uno dei clienti dell'azienda. Questa persona non piaceva a nessuno, perche' diceva cose sconclusionate e dava ordini assurdi. Ora, capiamoci: era l'articolo 18 ad impedire che se ne andasse? No. Era la sua parentela con uno dei piu' grossi clienti dell'azienda.
Quando c'e' un elemento del genere in azienda, specialmente nelle grandi aziende, avrete sentito dire "ma questo chi l'ha assunto?". Sembra una bestemmia contro la HR di turno, ma non lo e' sempre: spesso e' una vera domanda. La domanda andrebbe tradotta in questo modo: "a quale dirigente pesto i piedi se maltratto questa capra o la escludo dal progetto? Quale nemico mi faccio?".
Qui l'articolo 18 non c'entra UN CAZZO.
Ogni maledetto comune italiano ha dei fornitori. In cambio degli appalti, ogni fornitore spesso si trova a DOVER assumere personale. O a doverlo "preferire", cioe' "vorrei assumere una persona. Mi piacerebbe tizio, ma nella scelta devo privilegiare caio perche' e' nipote del tale funzinoario del comune" (i segretari del comune sono potentissimi).
La brutta notizia e' che lo stato ha una tale quantita' di fornitori da poterli ricattare e sistemare migliaia se non milioni di persone. Ma la bruttissima notizia e' che questa rete di favoritismi NON dipende dall' articolo 18: se queste capre rimangono al loro posto e' per non fare uno sgarro all'amico cliente.
Lo stesso capita nel privato, nei rapporti tra privato e privato: nel mondo del contoterzismo e' comunissimo che una persona sia scelta perche' un'altra persona che lavora da parte del cliente la raccomanda. I cosiddetti "uffici acquisti" sono ANCHE degli uffici di collocamento: i fornitori piu' importanti , se decidono di assumere una persona, sono "invitati" a farlo sapere, cosicche' assumano qualcuno gradito al cliente.
Quindi, ho una brutta notizia per voi: spesso l'imprenditore italiano non e' un cretino che assume altri cretini e non se ne accorge. E quando dice "vorrei licenziarlo ma non posso" non si riferisce al fatto di avere sindacati e articolo diciotto contro: si riferisce al fatto di perdere sicuramente un grosso cliente.
Cosi', ho una brutta notizia per voi.
Se cancellate l'articolo diciotto in Italia, non state permettendo il licenziamento dei fancazzisti. State permettendo il licenziamento di tutti gli altri. I fancazzisti sono li' per una rete di relazioni che non hanno NULLA a che vedere con sindacati o articolo 18, e semmai sono relative ad una rete di clientele.
Il collega fancazzista rimarra' illicenziabile. Anche se si desse al padrone il diritto di licenziare a libero arbitrio, non cambierebbe nulla: se vuoi vendere alla pubblica amministrazione e avere un rapporto duraturo, prima o poi un parente del tale dirigente lo assumerai.
Se vuoi fare il contoterzista, qualche operaio " un poco piu' lento" degli altri lo dovrai tenere. Quindi non vi illudete: il paese NON entrera' nel circolo virtuoso della meritocrazia solo perche' abolite l'articolo 18. Semplicemente si comprimera' l'area di coloro che NON possono competere coi parenti dei dirigenti della pubblica amministrazione e i vari dirigenti di aziende appaltatrici.
Sia chiaro, non assolvo i sindacati: ANCHE i sindacati hanno giocato a questo gioco portando in azienda le liste dei "desiderabili".
Avrete notato anche voi la gigantesca sequela di licenziamenti avvenuta negli anni '90 da parte di Telecom Italia, di Trenitalia &co. Sapete perche' e' arrivata? Perche' il terremoto politico di mani pulite aveva cancellato DC e PSI: e lo fece sia nei comuni che a livello centrale.
Il risultato fu che improvvisamente i padrini di tutte queste persone saltarono. E allora, saltarono SUBITO i loro figliocci. Ma non si tocco' l'articolo 18: credetemi, se un'azienda vuol farvi fuori lo fara'.
Cosi' come assistetti alla vendita di alcuni settori di azienda nel settore telco: novecento persone di qui, seicento di la', cinquecento laggiu'. Perche'?
Perche' aveva cambiato padrone Telecom Italia.
Perche' aveva cambiato assetto Pirelli.
Perche' aveva cambiato padrone il comune di Milano.
Perche' aveva cambiato padrone il comune di Roma.
Perche' aveva cambiato colore il comune di Torino.
Perche' aveva cambiato colore il comune di Ivrea.
Perche' aveva cambiato colore la Regione Piemonte.
E zac, saltati. Erano tutti parenti di fornitori, clienti o amici. Gia', ci si mettono anche i fornitori: il rapporto cliente-fornitore e' tale che anche il fornitore puo' fare dei favori in cambio di qualcosa.
Cosi' non esistono i "privilegiati" che sono privilegiati dall'articolo 18 , e i non privilegiati che sono senza: esistono quelli che sono "dentro" il sistema di conoscenze e clientele, e quelli che ne sono fuori.
Si puo' fare qualcosa contro un fenomeno del genere cambiando l'articolo 18? Essenzialmente, no. E' un fenomeno che ha origine nella abituale tendenza degli italiani a scambiarsi dei favori. Non serve a niente abolire l'articolo 18. Non serve perche' e' poco usato , non serve perche' i diritti acquisiti NON sono garantiti dall' articolo 18 ma da una serie di leggi, leggine, emendamenti parlamentari, regolamenti ministeriali che con l'articolo 18 non hanno nulla a che vedere.
Non serve perche i processi per cause lavorative verranno sempre trattati col buonsenso tipico della magistratura, quella che tiene in carcere Lele Mora da 6 mesi e scarcera Schettino. Non serve a niente, inoltre, perche' il collega fancazzista non e' protetto dall' articolo 18, ma da una ben piu' robusta rete di clientele che non finira' perche' c'e' l'articolo 18.
Gli stessi sindacati, semplicemente accuseranno le aziende di atteggiamento antisindacale quando vorranno intralciare i datori di lavoro, anziche' di aver violato i suoi diritti. Non cambia niente.
Quindi no, preferivo la riforma del contratto unico di Ichino. Almeno in questo modo si sarebbe potuta fare una selezione nel tempo. Oppure un sistema come quello tedesco, dove il lavoratore paga un'assicurazione contro la disoccupazione. Se il tasso di disoccupazione si abbassa le assicurazioni guadagnano, creando una lobby molto forte che spinge per l'occupazione, e la persona e' tutelata contro l'eventualita' di perdere il lavoro. Chi non lo perde rimane li', e la carriera in Germania e' difficilissima.
C'e' un modo per stroncare il fenomeno del clientelismo italiano? Certo: detassare la riassunzione di gente che lavora gia', ad uno stipendio superiore. Che significa?
Significa che se io cambio azienda accettando un'offerta con uno stipendio superiore di un tot, l'azienda che mi assume non paga tasse, per il primo periodo. Questo cosa causa? Causa che quelli bravi cambieranno lavoro per far crescere il loro stipendio, mentre quelli farlocchi rimarranno al loro posto (non possono avere protezioni ovunque) rimanendo al vecchio stipendio, e comunque crescendo meno di mansione.
Occorre cioe' trasformare l'immobilita' in uno svantaggio: date la possibilita' di crescere di stipendio solo a chi cambia azienda, e rendete facile cambiare azienda favorendo le aziende che assumono gente di altre aziende. Innanzitutto succedera' che salira' la domanda, quindi gli stipendi, e in ultima analisi quelli bravi faranno ancora carriera.
Non si tratta di una cosa difficile: si detassi il costo del lavoro per i primi 2-3 anni, se rispetto al lavoro precedente la capacita' contributiva e' salita. E' una misura atipica, ma e' anche atipico il sistema di clientele italiane. Dal momento che il sistema di clientele e' cosi' radicato, l'unica possibilita' e' quella di rendere vantaggiosa la mobilita' interaziendale, sia per il lavoratore che per le aziende. Quando gli immobili si troveranno con lo stesso stipendio per 30 anni, l'inflazione fara' il resto.
E' l'unico rimedio che mi viene in mente contro il sistema italiano di clientele, che permette ad una nube di raccomandati di rimanere al loro posto, facendo credere alla gente che la colpa sia dell'articolo 18, quando la colpa e' del sistema di amicizie e delle clientele.
Non vi illudete: gli amici degli amici, i diritti acquisiti NON li perdono MAI.
Perche' non vengono da una legge. Vengono da una societa'.
Uriel
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Caro Cospito,
il tuo ragionamento ha certamente dei punti notevoli.
L’art. 18 NON è L’UNICO feto abortito responsabile della legislazione sul lavoro e del conseguente manifesto malfunzionamento del mercato del lavoro. La legislazione del lavoro italiana è un mostro a cento teste ciascuna delle quali azzanna spietatamente il datore di lavoro togliendogli ogni possibilità di iniziativa e voglia di creare lavoro e occupazione.
Oltre l’art. 18 le altre teste sono, come tu dicevi, i regolamenti, lo strapotere sindacale, l’inefficienza della giustizia e la ingiustizia della stessa che è sfacciatamente schierata dalla parte dei farabutti specie se sindacalisti comunisti. Tu parli del sabotaggio delle linee di montaggio? Bazzecole. Nella mia ditta, che era la più grande in Italia nel ramo delle telecomunicazioni, in occasione di OGNI sciopero, entravano in azione squadre organizzate di sabotaggio. Alcune squadre, secondo il numero degli ingressi, costituivano i “picchetti” per impedire con la forza l’ingresso a chi non voleva scioperare (io per esempio). L’incauto che cercava di entrare si trovava contro non meno di dieci persone e nessun aiuto dalla polizia. Una seconda squadra passava negli uffici e corridoi cacciando fuori quelli che erano già entrati (il mio direttore, me presente, fu sollevato con tutta la sedia e scaraventato fuori. Eseguita la defenestrazione, il malcapitato veniva salutato dal coro: nome, nome vaffanc… con la cadenza che tutti conosciamo. Per un direttore non è il massimo.
Sarebbe stato lui a dover chiedere in prima analisi il licenziamento… figurati. Altre squadre entravano nei garage “sistemando”, con rottura di vetri e sgraffi e ammaccature sulle portiere, le macchine dei “crumiri”. Finalmente una altra squadra, che io definivo “gli idraulici”, passavano per tutti i bagni spaccando cessi, lavandini e bidet, e rompendo ogni tubazione in modo che l’acqua potesse fluire liberamente. In capo ad una ora, tutto il piano era invaso dall’acqua; moquettes, suppellettili che poggiano a terra (fra cui i P.C.), scaffali bassi con materiale cartaceo ed altro, tutto veniva rovinato e devastato. Licenziamenti? NEMMENO UNO! MAI!
In un caso, che ben ricordo perché fu menzionato alla TV (ma non riguardava la mia ditta), i vandali furono portati in tribunale con le “prove” e il giudice li assolse “perché avevano agito, erroneamente, nella convinzione di esercitare un diritto”. (Se questo non è incitamento al delitto!). Questa la motivazione della sentenza!
Ora dimmi che il datore di lavoro deve ricorrere al giudice. In tutti gli altri paesi benedetti da Dio, quando un lavoratore non va a genio al datore di lavoro, si becca un calcio nel culo e viene messo alla porta. Resta senza lavoro? Ci poteva pensare prima. In che modo? Lavorando, essendo puntuale, cercando di migliorarsi e di produrre al meglio. Non si chiedono miracoli ma collaborazione spontanea, attiva, anche con un po’ di entusiasmo e buona volontà. Solo allora il prodotto migliora, la produzione cresce, la ditta fiorisce e la richiesta di personale aumenta.
Quale datore di lavoro è così cretino da voler licenziare un buon lavoratore?
Occorre essere un giudice anche comunista per pensare una cosa simile.! Il datore di lavoro si tiene caro il buon lavoratore e vede come il fumo negli occhi il lavativo. Allora occorre piena libertà di assumere e licenziare. (The power of hire and fire!) e solo allora le industrie e il mercato del lavoro fioriranno.
Questo nelle industrie. Ma, come tu dici, NON basta. Occorre fare la stessa cosa nei posti di lavoro dove impera lo statalismo (Enti statali, uffici, ministeri, magistratura, enti inutili, pseudo circoli culturali, ONLUS, sindacati, patronati, regioni, comuni, provincie, ospedali, ASL, USL, INPS, INPDAP, camera, senato, enti assistenziali, partiti e mille altre teste del mostro che azzanna e mangia la nostra carne viva).
Occorre eliminare i ¾ del personale statale e ridurre drasticamente i costi. Occorre avere tanti lavoratori ed impiegati quanti sono indispensabili. In Italia si è proceduto al contrario: assumere tanto personale quanto più possibile come antidoto alla disoccupazione inventando con la fantasia attività inutili, consulenze, uffici strani, coordinamenti e chi ne ha più ne metta: tanto paga Pantalone. Ed ecco ora che questi nodi assurdi vengono al pettine. Occorre rivedere completamente la macchina di queste mostruosità e scoprire che con l’informatica, non servono impiegati ma forse solo una macchinetta per ottenere i certificati (come per i biglietti del treno); scoprire che i certificati comunque non servono a niente, basta dotare ogni cittadino di una tessera che comprende tutto. Basta scoprire che le pratiche e le procedure della macchina dello stato son assolutamente farraginose e per lo più inutili ed infine che non la libertà di licenziamento ma l’obbligo del licenziamento, deve essere applicato in primo luogo alle amministrazioni dello Stato.
Il dirigente che non licenzia va licenziato per primo! Il dirigente che non licenzia, non sa distinguere fra gli impiegati onesti e coscienziosi e i lavativi che ingorgano i bar ospitati in un paio di piani di ogni ministero. Per quei ministeri o uffici non dotati di servizio bar.. gli impiegati sono autorizzati ad uscire dall’ufficio per recarsi al più vicino bar due volte al giorno. In America, dove io lavoravo, il direttore in persona si portava il thermos col caffellatte! Per chi non aveva (come me) il thermos, c’era la macchinetta del caffè a gettoni ed erano consentiti dieci minuti di intervallo per detto caffè e un po’ di relax. Il resto lavoro. Perché in Italia nei ministeri ci sono i bar? Ed anche negli ospedali? E perché ci sono negozi di barbiere, di parrucchiere, sportelli bancari, mercati alimentari, altri negozi perfino di vestiario? In Italia nei ministeri (riproduco dal VERO!) c’è gente cha arriva la mattina, legge per una mezz’oretta il giornale, fa qualche telefonata a spese dello stato (quando provai ad introdurre i lettori di telefonate i sindacati insorsero come belve feroci), verso le dieci prima visita al bar. Alle dieci e trenta - undici qualche occhiata svogliata alla marea di carte. Dopo mezz’ora, ore 12, qualche chiacchiera nel corridoio, scambi con amici, esame di mete vacanziere e turistiche, molto diffuse sulle bacheche dei ministeri, e seconda visita al bar. Si son fatte le 12 e 30; che si può fare visto che è obbligatorio restare fino alle 13 e 30? Comincia la sofferenza, l’impazienza, si tenta qualche solitario al PC, si riprende in mano il giornale, un’altra telefonata, un’altra chiacchiera con i colleghi, qualche barzelletta.. “mo ce devono da l’aumento.. er decreto doveva esse già passato.. stava alla firma….. du per cento? Se so sprecati!..”. Finalmente è ora di mettersi il cappotto e fare ressa ai tornelli. Ancora dieci minuti di attesa, finalmente suona il campanello come a scuola, si aprono i tornelli.. attenti a non farsi travolgere.. la fiumana che esce è impetuosa!
Credimi Cospito, rifacimento delle procedure amministrative e licenziamenti a gogò.. l’unica cura ricostituente.. Ma hanno figli e devono pagare la scuola, la palestra, il mutuo.. Tutto giusto occorreva pensarci prima invece di cercare con diabolica pervicacia il “posto fisso” con concorsi fasulli, raccomandazioni, vescovi, sindacati, partiti politici e via discorrendo… E, in ogni caso, devono farlo sulle spalle acciaccate del contribuente? E poi come mai gli extracomunitari trovano lavoro? Allora i giovani lavoratori italiani comincino a lasciare la casa paterna, la moto, il pranzo assicurato e vadano in Germania, in Francia, in Inghilterra o in Canada a sudarsi il panino imbottito… e farsi un mazzo così! Io l’ho fatto e mi è andata bene.. perché non ci provano anche loro?
Con l’andazzo attuale NON E’ possibile risolvere i problemi!. COSI’ NON DURA PERCHE’ NON FUNZIONA! LA GRECIA NE E’ UN ESEMPIO, ANCHE SE QUELL’ESEMPIO NON SERVIVA AFFATTO!
Cordialmente
Francesco Paolo d’Auria
P.S. Sotto il fascismo esisteva la magistratura del Lavoro, i datori di lavoro erano veri “capitani d’industria” e non c’era l’art. 18!