«Ho
ancora i proiettili nelle gambe. Non do la mano ai brigatisti
rossi»
ilGiornale.it n. 24 del 28/01/2007
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Articolo
30.01.07
- «Ho ancora i proiettili nelle gambe Non do la mano
ai brigatisti rossi» Il democristiano torinese abitante
in corso Unione Sovietica cadde, quasi per una nemesi storica,
sotto i colpi della Nagant calibro 7,62 che era in dotazione
all'esercito dello zar, fabbricata in Urss e in Cecoslovacchia
fino alla seconda guerra mondiale. Di sicuro i brigatisti
rossi non l'avevano ereditata dalla scorta di Nicola II. Era
il 13 luglio 1977. Con quella pistola, ad aprile gli stessi
terroristi avevano ammazzato Fulvio Croce, presidente dell'Ordine
degli avvocati. Con la medesima arma, a novembre avrebbero
assassinato Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa.
Contro Maurizio Puddu, consigliere provinciale, esplosero
16 colpi. Sette andarono a segno. Uno è ancora nella
gamba destra e ci rimarrà per sempre, appena sopra
il ginocchio, accanto a una lamina metallica fissata da 18
viti che tiene insieme i resti del femore.Sono passati 30
anni, ma Puddu, che un mese fa ne ha compiuti 75, non dimentica.
Non può dimenticare, neppure se lovolesse: ogni mattina,
per entrare nella sede dell'Associazione italiana vittime
del terrorismo di cui è fondatore e presidente, deve
salire uno scalino di 27 centimetri, quasi il doppio dei gradini
normali. «Da allora mi manca l'appoggio, credo d'aver
superato l'ostacolo e invece il piede è ancora a metà.
Sapesse quante volte sono ruzzolato per terra, spaccandomi
la faccia».Quel giorno, mentre boccheggiava sull'asfalto
con l'arteria femorale recisa, la portinaia dello stabile
tentò d'avvicinarsi per tamponargli le ferite. Un brigatista
la dissuase sparandole due colpi fra i piedi.
«All'ospedale il medico di guardia sentenziò:
"Pressione a 50, è spacciato".
Invece una delle pallottole s'era infilata dentro l'arteria
e fungeva da tappo. Un miracolo. Piero Coggiola, dirigente
della Lancia di Chivasso, per una ferita analoga morì
dissanguato».La moglie di Puddu, Nives, il giorno dell'attentato
si trovava a Roma col figlio Massimo. Nel 1977 le notizie
non arrivavano sui treni in viaggio. Quando giunse alla stazione
di Porta Nuova e vide che ad attenderla al binario c' era
l' altro figlio, Andrea, insieme con i cronisti Francesco
Bullo della Stampa e Giuseppe Sangiorgio della Gazzetta del
Popolo, attorniati da un nugolo di fotoreporter, urlò:
«Me l' hanno ammazzato!». Nel tragitto verso l'
ospedale Mauriziano tentarono invano di tranquillizzarla.
Solo quando le fecero infilare il corridoio che portava alla
rianimazione, anziché all' obitorio, si convinse che
c' era ancora speranza. Il terribile spavento le fece cessare
per sempre il ciclo mestruale. Il conseguente disequilibrio
ormonale le provocò una gravissima osteoporosi. Nell'
anca destra dovettero impiantarle due protesi, un' altra nell'
anca sinistra, due nelle dita. A salvargli le mani fu il professor
Renzo Mantero, primario a Savona. «Rifiutò l'
onorario: "Lei ha già dato"», si commuove
Puddu.
A decidere di gambizzare «questo individuo della cricca
dc», come annunciava il comunicato di rivendicazione,
fu lo stato maggiore composto dai brigatisti che un mese prima
avevano azzoppato Indro Montanelli (Lauro Azzolini
e Franco Bonisoli) e che l' anno dopo avrebbero rapito
e ucciso Aldo Moro (Mario Moretti, Prospero
Gallinari, Valerio Morucci). Il sinedrio comprendeva
Patrizio Peci, che sarebbe diventato il primo pentito
nella storia del partito armato, e la sua compagna Nadia
Ponti, in seguito accusata dallo stesso Peci di sei omicidi
nella sola Torino (oltre a Croce e a Casalegno, i poliziotti
Rosario Berardi, Salvatore Lanza, Salvatore Porceddu e la
guardia carceraria Lorenzo Cotugno). «La Ponti faceva
parte del commando di tre persone che mi ferì. Le hanno
inflitto cinque ergastoli, ma da parecchio tempo è
a casa sua, agli arresti domiciliari. In carcere ha sposato
un brigatista. Gli altri due sicari erano Lorenzo Betassa
e Dante Di Blasi, operai della Fiat. Furono tutti
condannati a quattro anni. Betassa non li ha mai scontati,
perché nel 1980 fu ucciso durante l' irruzione dei
carabinieri nel covo di via Fracchia a Genova. Una sorella
della Ponti, dirigente al Comune di Torino, dove lavoravo
anch' io, venne a scusarsi.
Avresti fatto meglio a non dirmi di questa parentela, le risposi».
La Provincia che servì fino all'effusione del sangue
ha messo a disposizione di Puddu una polverosa stanzetta di
20 metri quadrati, ingombra di carte, dove il presidente dell'Associazione
vittime del terrorismo aggiorna la contabilità del
dolore e continua a inseguire i colpevoli con la perseveranza
di un Simon Wiesenthal. Il martirologio degli anni di piombo
comprende 142 morti e 59 gambizzati. Nell' elenco non figurano
i lutti più recenti: Massimo D' Antona, Marco Biagi,
Emanuele Petri. Includendo le stragi dal 1969 al 1989, si
arriva a 5.000 attentati, con 455 caduti e 4.529 feriti.In
questo bugigattolo è giunta a Puddu la notizia che
l'azzoppacristiani Di Blasi, nome di battaglia Leo, sardo
come lui, a 56 anni fa il campanaro vicino a Orgosolo e vorrebbe
tanto «stringergli la mano e guardarlo in faccia per
la prima volta». Le sparò senza guardarla? «Per
lui non ero nemmeno una persona, come ha dichiarato all' Unione
Sarda: "Puddu non mi rappresentava nulla al di fuori
del bersaglio da colpire. Mi avessero detto di ammazzarlo,
l' avrei ammazzato, ma avevo l' ordine di gambizzarlo.
Dovevamo servirlo in mattinata. Poi, per ragioni che ora mi
sfuggono, fu rinviato al pomeriggio". Servirlo, ha capito?».
Il lessico non è cambiato.«Mi ha telefonato un
giornalista del quotidiano di Cagliari. Voleva organizzare
la stretta di mano. "Cosa si prova mentre si spara a
un uomo?", ha chiesto il cronista a questo Di Blasi.
E lui: "Niente, io non provavo assolutamente niente.
Nessuna emozione e neanche pietà. Non lo conoscevo
ma mi avevano detto che era un amico da abbattere: per me
bastava questo. Avrei sparato contro chiunque: era l'organizzazione
a decidere i bersagli. Io ero un esecutore". Ma si può?».Non
gli stringerà la mano.«No. Mai. La misericordia
è di Dio, la giustizia è dello Stato, il perdono
è degli uomini».E lei non l'ha perdonato.«Non
voglio parlarne. Il perdono è un fatto intimo che non
va esternato. Io sono tenuto a un solo obbligo: il rispetto
dei morti. Ogni tanto i magistrati mi chiamano per chiedermi
un parere sulle scarcerazioni dei detenuti. Non capisco perché.
Tanto, nonostante la mia opposizione, li liberano lo stesso».Perché
i brigatisti scelsero proprio lei?«Non l'ho mai capito.
Mi diedero del servo delle multinazionali. Proprio a me, che
non ho mai bevuto una Coca-Cola. Dissero che cercavo il dialogo
fra Dc e Pci, mi definirono "berlingueriano". Io
manco m'ero accorto che il mio partito dialogava con i comunisti,
pensi un po' che ingenuo. Lo venni a sapere dal loro volantino.
Mia moglie, al telefono da Roma, m'aveva messo in guardia:
"Hanno ferito Antonio Sibilla, segretario ligure della
Dc. Sta' attento, qui sparano a tutti". E io che c'entro?,
obiettai».Come andò?«Tornavo a casa alle
14.30. Appena parcheggiata la mia 124, vedo questi tre. Li
credevo piazzisti. Uno s'avvicina, era Betassa, estrae qualcosa
dalla borsa. Non capisco che è una pistola e non sento
alcun rumore: aveva messo il silenziatore. Avverto una fitta
lancinante al ginocchio. Tento di ripararmi fra due auto.
La gamba cede e sbatto con la faccia contro la carrozzeria
incandescente di una Volkswagen parcheggiata al sole. La pelle
cuoceva sulla lamiera. Mi spara un secondo colpo, che viene
deviato dal portafoglio nella tasca posteriore dei pantaloni.
Sopraggiunge un complice, era Di Blasi, e mi colpisce più
volte con la sua Nagant. "Per favore, basta", lo
imploro, ma il tamburo del revolver continua a girare. Scappano.
Un dentista, chiamato dalla portinaia, tenta di fermare l'emorragia
con un laccio e una borsa ghiacciata. Per fortuna l'ospedale
era a soli 300 metri. Ma i chirurghi non disponevano di un
bypass per l'aorta femorale. Lo portò da Milano, correndo
come un disperato, un carabiniere motociclista, che scoppiò
a piangere quando gli annunciarono che non serviva più».Credeva
che lei fosse morto.«Sì. Invece il professor
Aschieri nel frattempo era riuscito a creare un bypass prelevandomi
dall'altra gamba cinque centimetri di vena safena e innestandomela
sull'arteria femorale troncata dal proiettile».Oltre
a essere claudicante, ha altri disturbi?«L'osso sacro
s'è deformato. L'impossibilità di fare esercizio
fisico mi ha provocato obesità, duodenite e alterazione
della frequenza cardiaca».Ripercussioni psicologiche?«La
sensazione d'essere sempre pedinato da qualcuno. Lo scoppio
di un petardo mi fa salire il cuore in gola. Per me la notte
di San Silvestro, con tutti quei mortaretti, è un anticipo
d'inferno».Lo Stato le versa una pensione?«No.
Dopo 13 anni mi ha riconosciuto un'invalidità del 55%
e un risarcimento di 80 milioni di lire.
Ho dovuto sottopormi a 40 radiografie. All'ultimo di cinque
ricoveri, presso l'ospedale militare del Celio a Roma, la
commissione medica era presieduta da un ammiraglio della Marina
che s'è indignato: "Non bastavano i proiettili
nelle gambe? Anche radioattivo a furia di schermografie, dovevate
farlo diventare"».L'invalidità non le dà
diritto a un assegno mensile?«Il vitalizio di 1.500
euro, non reversibile, è arrivato soltanto due anni
fa, dopo una battaglia condotta dalla nostra associazione.
Ma chi ha un'invalidità inferiore al 25% non lo percepisce.
E il ministero del Tesoro respinge gli ordini di pagamento
dei nuovi vitalizi, decisi dal ministero dell'Interno, con
la giustificazione che il capitolo di spesa è vuoto.
Insomma, per noi vittime i soldi non ci sono mai».Ha
più ricevuto minacce?«Per anni, fino al 1997.
Telefonate anonime notturne: "Sei stato colpito una volta,
la prossima mireremo alla testa". Ma gli investigatori
sostenevano che non era nelle abitudini delle Br fare così,
che i terroristi non si ripetono. Come Paganini».Dunque,
chi poteva essere?«Nel 1987 fui nominato revisore dei
conti dell'ospedale Maria Vittoria dell'Asl 3. Scoprii che
la spesa per la sopraelevazione di un edificio era stata gonfiata.
L'appalto, oltre un miliardo di lire, fu tolto alle cooperative
rosse di Reggio Emilia e affidato a un impresario edile di
Torino. Ricevetti parecchie intimidazioni. Di lì a
poco il costruttore fu rapito. Non è più tornato
a casa».Quanti sono i terroristi che scontano una pena
in carcere per i loro delitti?«Un'ottantina, credo.
Meno dei latitanti, almeno un centinaio, rifugiati quasi tutti
in Francia, che non vi sono mai entrati».E quanti sono
all'ergastolo?«Li hanno fatti uscire tutti. La prigione
è solo una zona transiti. Vanno a lavorare fuori, dormono
a casa. I 18 giorni di permesso annuale gli vengono addirittura
scalati dalla pena».Hanno scarcerato anche quelli che
non si sono ravveduti?«Altroché. Renato Curcio
non s'è né pentito né dissociato».Però
non ha mai ucciso.«Uno condannato per concorso in omicidio,
lei come lo chiama? Io lo chiamo assassino. Curcio fu il mandante
dei primi due delitti delle Brigate rosse. Il 17 giugno 1974,
nella sede del Msi a Padova, per colpa sua furono uccisi i
militanti di destra Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola,
che lasciarono due vedove e cinque figli orfani. Questa è
sentenza dello Stato, passata in giudicato».Chi è
il peggiore di tutti?«Per la loro falsità disprezzo
Valerio Morucci e Adriana Faranda, gli aguzzini di Moro che
furono ricevuti dal presidente Cossiga. La Faranda, in particolare,
disse che voleva riparare al male compiuto devolvendo alle
famiglie delle vittime il ricavato della vendita di un appartamento
che stava per ereditare. Una duplice menzogna, giacché,
avendo perso i diritti civili, non poteva accedere all'eredità,
e in ogni caso la legge dispone che in primis il condannato
debba risarcire lo Stato. Un modo per fare bella figura a
nostre spese sui giornali. Le
obiettai: perché non regala l'alloggio a un'associazione
che assiste i disabili? Mai avuta risposta».Che cosa
pensa del fatto che questi signori vengano di continuo intervistati
dai giornali, ospitati nei salotti televisivi, invitati a
tenere conferenze nelle scuole?«Sono inorridito.
Oreste Scalzone e Toni Negri da Parigi predicano ancora, stavolta
dal video, la liceità della lotta armata. A Milano
nel 2002 ha preso il via un cantiere, coordinato da Curcio
con la partecipazione di lavoratori di varie aziende, sui
"dispositivi relazionali totalizzanti all'opera nelle
grandi catene della distribuzione commerciale e sulle risposte
di sopravvivenza a tali dispositivi". L'anno dopo questo
cantiere ha riaperto i lavori per "affrontare il nodo
del dominio aziendale attraverso la flessibilità, con
i malesseri che esso genera". Sembra di leggere i loro
comunicati di trent'anni fa, il linguaggio è lo stesso».Sergio
D'Elia, ex dirigente di Prima linea, è stato eletto
in Parlamento. L'Unione lo ha nominato segretario della Camera.«Se
Fausto Bertinotti mi ricevesse a Montecitorio e incrociassi
nei corridoi D'Elia, me ne andrei subito, questo è
poco ma sicuro. Badi bene, io non contesto agli ex terroristi
il diritto a rifarsi una vita dopo aver saldato il debito
con la giustizia, bensì la loro spudoratezza nel pretendere
di ricoprire ruoli pubblici, incuranti dell'immenso dolore
che hanno seminato. C'è un solo modo per chiudere questa
terribile pagina di storia: riconoscano, una volta per tutte,
d'aver sbagliato senza attenuanti. E la smettano con le distinzioni
cavillose fra reati di sangue e reati politici».Li mette
sullo stesso piano?«Certo. Ho avuto colleghi d'ufficio
che anni dopo sono venuti a chiedermi scusa perché
erano stati telegrafisti di Prima linea. Bravi! A una conferenza
che ho tenuto a Vercelli, alcuni pensionati in sala hanno
ammesso: "È vero, alla Fiat Rivalta i brigatisti
rossi stavano con noi alla catena di montaggio". E voi
che cosa facevate mentre quelli sparavano e ammazzavano? Niente.
Allora siete complici».Perché entrò nella
Dc?«Sono cresciuto all'oratorio. Servivo la messa a
don Costantino Marengo, un antifascista coraggiosissimo, che
nel
1945 per salvare la vita a un repubblichino, certo Viarengo,
catturato dai partigiani, non esitò a irrompere nella
caserma di via Bologna, pistola in pugno, intimando: "Quell'uomo
è mio. Consegnatemelo!". Io ero tredicenne e avevo
già la tessera del partito, firmata da Alcide De Gasperi».Flaminio
Piccoli mi confessò che Curcio, prima di fondare le
Br, lavorò per la Dc a Trento.«Di Piccoli non
ho mai avuto simpatia. Ero fanfaniano».Piccoli gli fece
persino avere attraverso suor Teresilla Barillà 20
milioni di lire, frutto di una tangente pagata a Enrico Pancheri,
presidente dell'Autobrennero.«L'ho conosciuta suor Teresilla.
Secondo me aveva tutte le stimmate tranne quelle della religiosa.
Volle incontrarmi in un caffè di Roma, zona piazza
Venezia. Mi faceva strane domande sull'associazione, insisteva
perché intervenissi in favore dei terroristi detenuti.
Ebbi l'impressione che lavorasse per i servizi segreti».Ad
Hammamet, un anno prima di morire, Craxi mi rivelò
che il presidente Leone era pronto a firmare la grazia per
Paola Besuschio, la compagna detenuta che le Br volevano scambiare
con Moro, ma un leader dc di lungo corso, anzi lunghissimo,
all'ultimo minuto pose il veto. La circostanza trova conferma
nei diari di Fanfani. Ed è lo stesso nome che mi aveva
fatto anche Piccoli.«Se è il nome al quale penso
anch'io, temo che sia vero».Conosce la vedova di Moro?«L'ho
incontrata a Torrita Tiberina, dove lo statista è sepolto,
dieci anni dopo l'assassinio. M'è sembrata una donna
ancora in attesa di sapere la verità. Ma se non c'è
arrivata l'America per i due Kennedy...».Fece bene lo
Stato a non piegarsi al ricatto delle Br?«Per anni ho
creduto che bisognasse rifiutare qualsiasi trattativa con
i terroristi.
Oggi mi sono convinto che non sia affatto giusto. Moro andava
salvato. La vita è più importante. Un uomo,
un marito, un padre di famiglia, viene prima di tutto, anche
dei principii. Troppi politici ho sentito inneggiare ai principii,
e poi erano i primi a non rispettarli».
(361. Continua)stefano.lorenzetto@ilgiornale.it
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Giancarlo
Gallani Direttore del NOTIZIARIO DEGLI ITALIANI IN FRANCIA