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Giancarlo Gallani - Direttore del NOTIZIARIO DEGLI ITALIANI IN FRANCIA

Il mito di Yalta e la storia della Guerra fredda

Riguardo alla genesi della Guerra fredda, di cui la rivolta di Ungheria fu un episodio, lei osserva che valse a stabilizzare più che attizzare, poiché gli Stati Uniti, astenendosi dall’ intervenire, rispettarono gli equilibri territoriali scaturiti dalla Seconda guerra mondiale.
Possiamo aggiungere «secondo il Patto di Yalta» che li aveva già fissati?

Pier Luigi Baglioni, pierluigibaglioni@yahoo.it

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25.11.06 - Caro Baglioni,
nel 1989 una studiosa dell’università di Sassari, Paola Brundu Olla, organizzò nella sua città un bel convegno sulla conferenza di Yalta a cui parteciparono storici di molti Paesi. Quasi tutti i relatori s’impegnarono a dimostrare, carte alla mano, che la realtà del grande incontro tripartito, organizzato nel febbraio 1945, era stata assai diversa dalla versione diffusa nei manuali di storia degli anni seguenti. I tre grandi (Churchill, Roosevelt e Stalin) parlarono della guerra che l’ Unione Sovietica si era impegnata a dichiarare contro il Giappone, del governo che avrebbe rappresentato la Polonia dopo la fine del conflitto e soprattutto della grande organizzazione internazionale che avrebbe dovuto sostituire la Società delle Nazioni.

Non vi fu spartizione perché la guerra non era ancora finita e molte questioni, per necessità o scaltrezza, vennero affrontate in termini molto generali. Oggi sappiamo che i tre leader avevano ambizioni diverse e che Stalin, in particolare, era deciso a controllare politicamente tutti i territori di cui l’Armata rossa si sarebbe impadronita prima della fine del conflitto. Ma in quei giorni, ripeto, non vi fu la divisione dell’ Europa in sfere d’influenza che molti attribuiscono all’incontro tripartito del febbraio 1945 nella vecchia residenza estiva di Nicola II.

Charles F. Bohlen, grande esperto di cose sovietiche e interprete di Roosevelt in quella circostanza, disse un giorno, con ragione: «Credo che la carta d’ Europa sarebbe più o meno la stessa anche se non vi fosse mai stata una conferenza di Jalta».

Il problema che dovrebbe preoccuparci, quando parliamo di quell’ avvenimento, è la tenacia del mito. Perché Yalta, da allora, è sinonimo di spartizione? Perché la maggior parte della pubblica opinione è fermamente convinta che i tre leader dell’Alleanza vincitrice abbiano diviso l’Europa in sfere d’influenza e gettato in tal modo le basi per quella convivenza conflittuale che fu definita «Guerra fredda ». Credo che il mito di Yalta abbia almeno tre padri.

Il primo è il generale de Gaulle. Profondamente irritato dallo sgarbo che i tre grandi gli avevano fatto tenendolo fuori della porta, de Gaulle sostenne che la conferenza era responsabile delle sventure del mondo negli anni seguenti. E trasse da questa analisi un argomento per giustificare la politica autonoma che la Francia, sotto la sua guida, avrebbe perseguito.

Il secondo è il partito anti roosveltiano della società americana. In odio a Roosevelt e per conquistare consenso, soprattutto negli ambienti maggiormente preoccupati dalla minaccia sovietica, questo partito sostenne che il vecchio presidente, ormai stanco e malato, aveva ceduto a Stalin il controllo di una larga parte del continente europeo e che occorreva quindi ricacciare l’Urss all’interno delle sue frontiere.

Il terzo padre, caro Baglioni, è la nostra propensione a interpretare le vicende storiche come frutto di congiure, manipolazioni, patti segreti, accordi di vertice conclusi dietro le spalle dei popoli. Anche quando i leader cercano di trattare i popoli e i territori come le poste di una grande partita, le vicende storiche sono il risultato di una molteplicità di fattori che sfuggono quasi sempre al loro controllo. Nella storia della Guerra fredda Yalta è soltanto un capitolo, forse meno importante di quelli che sono stati scritti negli anni seguenti a Potsdam, Praga, Berlino.
Sergio Romano.

Informazione proposta dall'Agenzia Estera NIF di Parigi. Sito: http://solechesorgi.free.fr/