Il
Corriere fabbrica
le pentole, ma il Buon Dio
mette i coperchi
11.01.09
- Ernesto Galli Della Loggia
non ha dubbi. E non ne lascia
ad un lettore attento. E principia: Lincauto
paragone fatto dal cardinale
Martino tra Gaza e un campo
di concentramento (allestito
dagli israeliani, naturalmente)
ha riproposto il tema del
rapporto tra Chiesa e Israele.
No, il nostro non dice: il
cardinale Martino, parlando
di Gaza come di un campo di
concentramento a cielo aperto,
mente spudoratamente.
Ma dice che, così dicendo, è stato
incauto perché crea
problemi tra Chiesa ed Israele.
Dopodiché il nostro ha una visione chiara della natura perversa di Israele: Israele
reagì accentuando latteggiamento
di risentimento e di ostilità,
anche se celato dietro unapparenza
di gelida correttezza formale,
che aveva tenuto fin dallinizio
nei confronti della presenza
cattolica nel suo territorio,
e che estese dopo il 1967
ai territori occupati. Lo
fece, e continua tuttora a
farlo, non solo non distinguendo
in alcun modo tra arabi cristiani
e musulmani, trattando entrambi
con pari ostilità,
ma soprattutto facendo sentire
tutto il peso della propria
autorità e quindi del
proprio controllo occhiutamente
oppressivo, sui luoghi santi
della tradizione cristiana.
Insomma:
Israele, nel gestire coloro
che erano soggetti alla sua
autorità, non li trattò e non li tratta secondo giustizia,
ma facendo pesare su di essi
un contenzioso (il mancato riconoscimento
di Israele da parte della
Chiesa) che dovrebbe riguardare
solo due Entità Statali. E, in ragione
di questa politica vessatoria,
molti Palestinesi stanno abbandonando
la Palestina. Affermazioni
curiose scritte da Ernesto
Galli Della Loggia e pubblicate
da Paolo Mieli. Mi chiedo:
che siano due antisemiti travestiti da Amici
dIsraele?
Che limpostura sia troppa
e trasbordi fuori, malgrado
il loro pio desiderio di difendere
la santa causa?
Ernesto
Galli Della Loggia non ha
dubbi: Israele è uno Stato che opprime e vessa
i poveretti che hanno la sventura
di soggiacere al suo dominio. Ma la Chiesa ha troppi interessi
al sole per avventurarsi in
critiche e in contestazioni.
Io non so se Ernesto Galli
Della Loggia crede in Dio,
se crede nel Diavolo,
oppure se crede solo nella Giudia.
Al suo posto, io qualche dubbio
sulla politica della Chiesa
lo nutrirei. No, non mi faccio
troppe illusioni sui grassi
prelati che stanno in Vaticano.
Ma nutro qualche speranza
sul popolo di Dio.
La Chiesa Cattolica ha 2mila
anni di storia perché la predicazione di
Cristo sinnervò
in Europa su popoli europei
che laccettarono. Ma
laccettarono perché la Chiesa attinse a piene
mani alla cultura romana.
E il cristianesimo si fece cattolico.
Il poveretto legge troppo
la Bibbia (non so se la legge in ebraico,
in greco, in latino oppure
in italiano) ma, probabilmente,
non legge i Vangeli.
Do per certo che non ha letto
le lettere di Santa Caterina da Siena
e i Fioretti di Santo
Francesco, patroni
dItalia.
Non
sa dunque che nella Chiesa non ci stanno solo i prelati,
ma ci sta anche il popolo
di Dio. E che, quando
necessita, salta fuori qualche matto o
qualche matta che comincia a strattonare
i prelati. E il popolo
di Dio ormai ha i coglioni
pieni di Israele, stato assassino,
genocida e razzista. Offra
pure la sua mercanzia Ernesto
Galli Della Loggia e la decanti
sul Corriere
di Paolo Mieli (vanno assieme
in sinagoga?). Dubito che
la Chiesa comprerà.
Perché sarebbe uno
scandalo.
E il popolo di Dio,
quando si scandalizza s incazza.
E sincazza assai.
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Il
pacifismo impossibile
di
Ernesto Galli Della Loggia
Lincauto
paragone fatto dal cardinale
Martino tra Gaza e un
campo di concentramento (allestito
dagli israeliani, naturalmente)
ha riproposto il tema del
rapporto tra Chiesa e Israele.
Un tema che, al di là
del paragone azzardato di
cui sopra, e al di là
delle ben diverse ed equilibrate
espressioni adoperate invece
dal Papa, si ripropone regolarmente
perché in realtà
esso riguarda sì un
contenzioso specifico, ma
insieme si presta come pochi
altri ad essere lo specchio
di questioni e dilemmi di
portata amplissima che riguardano
la storia del Cattolicesimo
e dellEbraismo in quanto
tali, dei loro rapporti, nonché
il modo dessere del
primo sulla scena del mondo.
Per quanto riguarda il contenzioso
arabo-israeliano e il ruolo
della Chiesa, su di esso non
può non pesare ancora
come un macigno il mancato
riconoscimento diplomatico
del nuovo Stato da parte della
Santa Sede. Protrattosi per
oltre un trentennio dopo la
nascita di Israele, esso sortì
leffetto paradossale
di equiparare di fatto il
Vaticano, la massima autorità
del mondo cristiano, al «fronte
del rifiuto» arabo-
islamico.
Nel
1947 e nei molti anni successivi
la diplomazia vaticana
e chi la guidava non capì
che il riconoscimento di Israele
da parte della Chiesa di Roma
era un gesto simbolico dovuto
alla storia, alle sue ragioni
supreme cui era necessario
inchinarsi. Che sarebbe stato
un gesto di sapore profetico
in grado di imprimere una
svolta sorprendente ad una
storia lunga e tormentatissima,
segnandone forse un nuovo
inizio. Nella circostanza
in questione, invece, gli
aspetti simbolici pesarono
sì (molto probabilmente)
ma solo in senso negativo.
Dovettero certo pesare, ad
esempio, lantica avversione
per il «popolo deicida»
che per la prima volta riusciva
ora ad assurgere ad unautonoma
esistenza statale, lo sconcerto
nel vedere tale Stato padrone
addirittura della culla storica
del Cristianesimo, il fatto,
infine, che tutto ciò
accadesse per una singolare
convergenza protestante-marxista
in seno alle Nazioni Unite
(il voto di Usa e Urss). Mentre
dal canto suo lobiettivo
accampato di solito per giustificare
quel mancato riconoscimento
e cioè la protezione
delle comunità cristiane
nei Paesi arabi non
poteva rivelarsi più
illusorio.
A
dispetto delle scelte vaticane,
infatti, quelle comunità
sono andate da allora riducendosi
progressivamente di numero
e dinfluenza fino ad
essere oggi sul punto di scomparire.
Al mancato riconoscimento
diplomatico si aggiunsero
poi altri gesti di segno ancora
più inequivoco: memorabile
la scoperta di un vescovo
cattolico, monsignor Capucci,
sorpreso negli anni 70
a trasportare armi nel bagagliaio
della propria auto per conto
delle organizzazioni armate
palestinesi. Come avrebbe
reagito in un caso analogo,
ci si deve chiedere, unopinione
pubblica diversa da quella
israeliana, per esempio italiana?
E che cosa avrebbe pensato
dellassenza di qualunque
sanzione nei confronti del
suddetto prelato da parte
delle autorità religiose?
Israele reagì accentuando
latteggiamento di risentimento
e di ostilità, anche
se celato dietro unapparenza
di gelida correttezza formale,
che aveva tenuto fin dallinizio
nei confronti della presenza
cattolica nel suo territorio,
e che estese dopo il 1967
ai territori occupati. Lo
fece, e continua tuttora a
farlo, non solo non distinguendo
in alcun modo tra arabi cristiani
e musulmani, trattando entrambi
con pari ostilità,
ma soprattutto facendo sentire
tutto il peso della propria
autorità e quindi del
proprio controllo occhiutamente
oppressivo, sui luoghi santi
della tradizione cristiana.
Israele,
insomma, ha colto senza pensarci
due volte la singolarissima
occasione che la storia gli
ha offerto di rovesciare le
parti: la condizione di sottomissione
che per secoli gli ebrei hanno
dovuto subire allinterno
delle società cristiane
è divenuta la medesima,
almeno simbolicamente, che
ai cristiani e alle loro istituzioni
tocca ora sopportare allinterno
della società ebraica.
Ma latteggiamento della
Chiesa nel conflitto arabo-israeliano
si colora di un aspetto tutto
particolare per unaltra
ragione, che va oltre il rapporto
cristianesimo-ebraismo. Si
tratta del fatto che mai come
a proposito di quel conflitto
che una vasta parte dellopinione
pubblica occidentale tende
a considerare come una guerra
«giusta» o perlomeno
inevitabile si manifesta
il carattere problematico
delle posizioni che la Chiesa
è venuta assumendo
sempre di più negli
ultimi anni sulla scena internazionale.
Una posizione che, come si
sa, si compendia in pratica
(anche se non in teoria: ma
finora nella pratica non ricordo
che vi siano state eccezioni)
nel rifiuto/denuncia della
guerra, virtualmente di ogni
guerra.
Questo
pacifismo suscita inevitabilmente,
però, una questione
di grande rilievo, destinata
a emergere di continuo nelle
accese discussioni pubbliche
che accompagnano sempre il
conflitto mediorientale, come
per lappunto si vede
anche in questi giorni. Essa
riguarda il carattere quasi
sempre non neutrale del pacifismo,
spesso a dispetto dei suoi
stessi promotori. In molte
circostanze, infatti, schierarsi
per la pace non significa
per nulla essere davvero equidistanti
tra le parti o al di sopra
di esse. Specialmente perché
un pacifismo coerente dovrebbe
indurre non solo ad essere
contro la guerra, ma a denunciare
di continuo con eguale forza
anche ogni manifestazione
di conflittualità,
di qualunque tipo o misura,
che spesso costituisce la
premessa obbligata del successivo
scoppio delle ostilità
vere e proprie. È dunque
lecito chiedersi: la Santa
Sede che è contro le
odierne operazioni belliche
di Israele, lo è stata
allo stesso modo, con la stessa
nettezza, lo stesso tono e
soprattutto con la medesima
pubblicità, nei confronti
per esempio della politica
estera di Siria e Iran? O
di tante quotidiane manifestazioni
violentissime del fronte palestinese?
Ognuno può rispondere
da sé.
Resta
da dire che una vera politica
pacifista è in realtà
impossibile per qualunque
organizzazione vasta e complessa,
tutrice di vari e molteplici
interessi, perché,
intesa coerentemente, essa
implicherebbe la rinuncia
di fatto a svolgere un qualunque
vero ruolo politicobasato,
come questo inevitabilmente
è, sulla contrattazione
(anche del silenzio) e le
alleanze per limitarsi,
viceversa, ad un ruolo di
esclusiva testimonianza morale,
sempre e comunque. La scelta
della Chiesa di Roma non sembra
proprio andare in questa direzione.
È lecito aggiungere,
per fortuna?
11
gennaio 2009
da
Corriere della Sera