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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Antonino Amato

Il “Corriere” fabbrica le pentole, ma il Buon Dio mette i coperchi

11.01.09 - Ernesto Galli Della Loggia non ha dubbi. E non ne lascia ad un lettore attento. E principia: “L’incauto paragone fatto dal cardinale Martino tra Gaza e un campo di concentramento (allestito dagli israeliani, naturalmente) ha riproposto il tema del rapporto tra Chiesa e Israele”. No, il nostro non dice: “il cardinale Martino, parlando di Gaza come di un campo di concentramento a cielo aperto, mente spudoratamente”. Ma dice che, così dicendo, “è stato incauto perché crea problemi tra Chiesa ed Israele”.

Dopodiché il “nostro” ha una visione chiara della “natura perversa” di Israele: “Israele reagì accentuando l’atteggiamento di risentimento e di ostilità, anche se celato dietro un’apparenza di gelida correttezza formale, che aveva tenuto fin dall’inizio nei confronti della presenza cattolica nel suo territorio, e che estese dopo il 1967 ai territori occupati. Lo fece, e continua tuttora a farlo, non solo non distinguendo in alcun modo tra arabi cristiani e musulmani, trattando entrambi con pari ostilità, ma soprattutto facendo sentire tutto il peso della propria autorità e quindi del proprio controllo occhiutamente oppressivo, sui luoghi santi della tradizione cristiana”.

Insomma: Israele, nel gestire coloro che erano soggetti alla sua autorità, non li trattò e non li tratta secondo “giustizia”, ma facendo pesare su di essi un “contenzioso” (il mancato riconoscimento di Israele da parte della Chiesa) che dovrebbe riguardare solo due “Entità Statali”. E, in ragione di questa politica vessatoria, molti Palestinesi stanno abbandonando la Palestina. Affermazioni curiose scritte da Ernesto Galli Della Loggia e pubblicate da Paolo Mieli. Mi chiedo: che siano due “antisemiti” travestiti da “Amici d’Israele”? Che l’impostura sia troppa e trasbordi fuori, malgrado il loro pio desiderio di difendere la “santa causa”?

Ernesto Galli Della Loggia non ha dubbi: Israele è uno Stato che opprime e vessa i poveretti che hanno la sventura di soggiacere al suo dominio. Ma la Chiesa ha troppi interessi al sole per avventurarsi in critiche e in contestazioni. Io non so se Ernesto Galli Della Loggia crede in “Dio”, se crede nel “Diavolo”, oppure se crede solo nella “Giudia”. Al suo posto, io qualche dubbio sulla politica della Chiesa lo nutrirei. No, non mi faccio troppe illusioni sui “grassi prelati che stanno in Vaticano”. Ma nutro qualche speranza sul “popolo di Dio”. La Chiesa Cattolica ha 2mila anni di storia perché la “predicazione di Cristo” s’innervò in Europa su popoli europei che l’accettarono. Ma l’accettarono perché la Chiesa attinse a piene mani alla cultura romana. E il “cristianesimo” si fece “cattolico”. Il poveretto legge troppo la “Bibbia” (non so se la legge in ebraico, in greco, in latino oppure in italiano) ma, probabilmente, non legge i “Vangeli”. Do per certo che non ha letto le “lettere” di Santa Caterina da Siena e i “Fioretti di Santo Francesco”, patroni d’Italia.

Non sa dunque che nella “Chiesa” non ci stanno solo i “prelati”, ma ci sta anche il “popolo di Dio”. E che, quando necessita, salta fuori qualche “matto” o qualche “matta” che comincia a strattonare i prelati. E il popolo di Dio ormai ha i coglioni pieni di Israele, stato assassino, genocida e razzista. Offra pure la sua mercanzia Ernesto Galli Della Loggia e la decanti sul “Corriere” di Paolo Mieli (vanno assieme in sinagoga?). Dubito che la Chiesa comprerà. Perché sarebbe uno scandalo.
E il “popolo di Dio”, quando si scandalizza s’ incazza.
E s’incazza assai.

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Il pacifismo impossibile

di Ernesto Galli Della Loggia

L’incauto paragone fatto dal cardinale Martino tra Gaza e un campo di concentramento (allestito dagli israeliani, naturalmente) ha riproposto il tema del rapporto tra Chiesa e Israele. Un tema che, al di là del paragone azzardato di cui sopra, e al di là delle ben diverse ed equilibrate espressioni adoperate invece dal Papa, si ripropone regolarmente perché in realtà esso riguarda sì un contenzioso specifico, ma insieme si presta come pochi altri ad essere lo specchio di questioni e dilemmi di portata amplissima che riguardano la storia del Cattolicesimo e dell’Ebraismo in quanto tali, dei loro rapporti, nonché il modo d’essere del primo sulla scena del mondo. Per quanto riguarda il contenzioso arabo-israeliano e il ruolo della Chiesa, su di esso non può non pesare ancora come un macigno il mancato riconoscimento diplomatico del nuovo Stato da parte della Santa Sede. Protrattosi per oltre un trentennio dopo la nascita di Israele, esso sortì l’effetto paradossale di equiparare di fatto il Vaticano, la massima autorità del mondo cristiano, al «fronte del rifiuto» arabo- islamico.

Nel 1947 e nei molti anni successivi la diplomazia vaticana e chi la guidava non capì che il riconoscimento di Israele da parte della Chiesa di Roma era un gesto simbolico dovuto alla storia, alle sue ragioni supreme cui era necessario inchinarsi. Che sarebbe stato un gesto di sapore profetico in grado di imprimere una svolta sorprendente ad una storia lunga e tormentatissima, segnandone forse un nuovo inizio. Nella circostanza in questione, invece, gli aspetti simbolici pesarono sì (molto probabilmente) ma solo in senso negativo. Dovettero certo pesare, ad esempio, l’antica avversione per il «popolo deicida» che per la prima volta riusciva ora ad assurgere ad un’autonoma esistenza statale, lo sconcerto nel vedere tale Stato padrone addirittura della culla storica del Cristianesimo, il fatto, infine, che tutto ciò accadesse per una singolare convergenza protestante-marxista in seno alle Nazioni Unite (il voto di Usa e Urss). Mentre dal canto suo l’obiettivo accampato di solito per giustificare quel mancato riconoscimento — e cioè la protezione delle comunità cristiane nei Paesi arabi — non poteva rivelarsi più illusorio.

A dispetto delle scelte vaticane, infatti, quelle comunità sono andate da allora riducendosi progressivamente di numero e d’influenza fino ad essere oggi sul punto di scomparire. Al mancato riconoscimento diplomatico si aggiunsero poi altri gesti di segno ancora più inequivoco: memorabile la scoperta di un vescovo cattolico, monsignor Capucci, sorpreso negli anni ’70 a trasportare armi nel bagagliaio della propria auto per conto delle organizzazioni armate palestinesi. Come avrebbe reagito in un caso analogo, ci si deve chiedere, un’opinione pubblica diversa da quella israeliana, per esempio italiana? E che cosa avrebbe pensato dell’assenza di qualunque sanzione nei confronti del suddetto prelato da parte delle autorità religiose? Israele reagì accentuando l’atteggiamento di risentimento e di ostilità, anche se celato dietro un’apparenza di gelida correttezza formale, che aveva tenuto fin dall’inizio nei confronti della presenza cattolica nel suo territorio, e che estese dopo il 1967 ai territori occupati. Lo fece, e continua tuttora a farlo, non solo non distinguendo in alcun modo tra arabi cristiani e musulmani, trattando entrambi con pari ostilità, ma soprattutto facendo sentire tutto il peso della propria autorità e quindi del proprio controllo occhiutamente oppressivo, sui luoghi santi della tradizione cristiana.

Israele, insomma, ha colto senza pensarci due volte la singolarissima occasione che la storia gli ha offerto di rovesciare le parti: la condizione di sottomissione che per secoli gli ebrei hanno dovuto subire all’interno delle società cristiane è divenuta la medesima, almeno simbolicamente, che ai cristiani e alle loro istituzioni tocca ora sopportare all’interno della società ebraica. Ma l’atteggiamento della Chiesa nel conflitto arabo-israeliano si colora di un aspetto tutto particolare per un’altra ragione, che va oltre il rapporto cristianesimo-ebraismo. Si tratta del fatto che mai come a proposito di quel conflitto— che una vasta parte dell’opinione pubblica occidentale tende a considerare come una guerra «giusta» o perlomeno inevitabile —si manifesta il carattere problematico delle posizioni che la Chiesa è venuta assumendo sempre di più negli ultimi anni sulla scena internazionale. Una posizione che, come si sa, si compendia in pratica (anche se non in teoria: ma finora nella pratica non ricordo che vi siano state eccezioni) nel rifiuto/denuncia della guerra, virtualmente di ogni guerra.

Questo pacifismo suscita inevitabilmente, però, una questione di grande rilievo, destinata a emergere di continuo nelle accese discussioni pubbliche che accompagnano sempre il conflitto mediorientale, come per l’appunto si vede anche in questi giorni. Essa riguarda il carattere quasi sempre non neutrale del pacifismo, spesso a dispetto dei suoi stessi promotori. In molte circostanze, infatti, schierarsi per la pace non significa per nulla essere davvero equidistanti tra le parti o al di sopra di esse. Specialmente perché un pacifismo coerente dovrebbe indurre non solo ad essere contro la guerra, ma a denunciare di continuo con eguale forza anche ogni manifestazione di conflittualità, di qualunque tipo o misura, che spesso costituisce la premessa obbligata del successivo scoppio delle ostilità vere e proprie. È dunque lecito chiedersi: la Santa Sede che è contro le odierne operazioni belliche di Israele, lo è stata allo stesso modo, con la stessa nettezza, lo stesso tono e soprattutto con la medesima pubblicità, nei confronti per esempio della politica estera di Siria e Iran? O di tante quotidiane manifestazioni violentissime del fronte palestinese? Ognuno può rispondere da sé.

Resta da dire che una vera politica pacifista è in realtà impossibile per qualunque organizzazione vasta e complessa, tutrice di vari e molteplici interessi, perché, intesa coerentemente, essa implicherebbe la rinuncia di fatto a svolgere un qualunque vero ruolo politico—basato, come questo inevitabilmente è, sulla contrattazione (anche del silenzio) e le alleanze— per limitarsi, viceversa, ad un ruolo di esclusiva testimonianza morale, sempre e comunque. La scelta della Chiesa di Roma non sembra proprio andare in questa direzione. È lecito aggiungere, per fortuna?

11 gennaio 2009

da “Corriere della Sera

 
 

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