Così
giudei, così
impostori
14.01.09 - Bernard-Henri
Lévy è un giudeo
francese che fa
lopinionista. Paolo
Mieli è un giudeo
italiano che fa
il direttore del Corriere
della Sera. Bernard-Henri
Lévy esterna e Paolo Mieli pubblica.
E il caso di dire che,
trattandosi di due Giudei,
sono pii e devoti? E, difatti,
tutti i Sabati vanno in Sinagoga
e tutte le Domeniche si confessano.
Scusate, mi è scappata:
i Giudei non si confessano
mai, perché sono senza
peccato. E non arrossiscono
mai. Non ne sono capaci.
Ne
volete un esempio? Il Cardinale
Martino dichiara che Gaza è un campo di concentramento
a cielo aperto,
DAlema dichiara che Israele ha reagito
in maniera sproporzionata,
anche Ban Ki-mon, Presidente
dellONU parla di reazione
spropositata.
E allora il nostro giudeo
francese attacca
pesantemente tutti coloro
che osano criticare Israele
(vedi allegato). E
lo fa in maniera tale da sbugiardare
tutti questi impostori che
osano criticare Israele. E
cinforma, per fugare
ogni nostro dubbio, che
scrive da Ramallah, capitale
della Cisgiordania.
Perché dice il giudeo francese,
ed avalla il giudeo
italiano, i Palestinesi
vivono in una sorta di paradiso
terrestre. E, se
taluno si ribella, lo fa perché
è un fanatico
mussulmano. Parola
di Giudei, che amano la verità e disprezzano il denaro. E,
da 3mila anni, ce la danno
a bere. Spillandoci anche
del denaro.
Che
dovrei fare io? Dire le parolacce?
No, vi passo larticolo.
E non schifatevi: rischiereste
di passare per antisemiti.
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ah, capitale dell'Autorità
palestinese, e poi da Sderot,
la città israeliana
alla frontiera di Gaza continuo
bersaglio del fuoco dei razzi
Qassam, scopro le immagini
di simili manifestazioni di
sostegno alla «causa
palestinese». Proprio
da questi due luoghi, vedo
le folle di europei urlanti,
vociferanti e scatenati: le
immagini scorrono mentre sono
in compagnia di persone la
cui sola preoccupazione resta,
malgrado le bombe, le sofferenze
e i morti, quella di non perdere
mai il filo della convivenza
e del dialogo. Voglio dunque
aggiungere alcune riflessioni
a quelle già fatte
nei giorni scorsi e che hanno
dato vita, da parte degli
internauti di Point, a una
enorme serie di reazioni.
Primo.
Che
sollievo vedere i palestinesi
veri, reali, anziché
quelli immaginari che, in
Francia, pensano di fare la
resistenza prendendo di mira
le sinagoghe! I primi, lo
ripeto, si impongono di essere
moderati e con ammirevole
sangue freddo si sforzano
di mantenere le chance della
convivenza di domani; i secondi
sono rabbiosi, più
radicali dei radicali, pronti
alla violenza, nelle strade
di tutta Europa, fino all'ultima
goccia di sangue dell'ultimo
palestinese. I primi considerano
e riflettono, sanno che niente
in questa storia è
tutto nero o tutto bianco,
e conoscono la schiacciante
responsabilità di Hamas
nel disastro in cui sta precipitando
il loro popolo. I secondi,
come se la confusione non
fosse già abbastanza,
si bevono di gusto le enormi
panzane della propaganda anti-israeliana
e fanno dei teorici dell'attentato
suicida e dello scudo umano,
dei nuovi Che Guevara, di
cui sfoggiano emblemi e simboli:
anziché infondere calma,
mettono in scena la politica
del peggio, infiammando gli
animi.
Secondo.
Quale regressione, quale
azzeramento del pensiero e
dell'azione, da parte di costoro,
che da lontano, ignorando
i contorni del dramma, fomentano
odio, quando invece si dovrebbe
fare di tutto per andare nel
senso della pace e della riconciliazione!
La pace vuole due Stati che
accettino di vivere l'uno
accanto all'altro, e che comincino
a dividersi la terra; la pace
vuole, da entrambe le parti,
la rinuncia all'estremismo,
a posizioni radicali, ai luoghi
comuni, e perfino ai sogni.
La pace implica, per esempio,
che Israele si ritiri dalla
Cisgiordania così come
si è ritirata dal Libano
e da Gaza, ma implica l'esistenza
di una parte palestinese che
non tragga vantaggio dalla
ritirata per trasformare,
ogni volta, il territorio
evacuato in una base per il
lancio di missili sui civili.
La pace deve passare per il
cessate il fuoco, per la fine
della guerra che sta facendo
un insostenibile numero di
vittime, soprattutto tra i
bambini. Ma questa pace passa
anche attraverso l'eliminazione
politica di Hamas, cui poco
o nulla importa delle vittime,
e della pace e che,
non essendo stata capace di
imporre la sharia al suo popolo,
lo trascina sulla via del
«martirio» e dell'inferno.
Terzo.
Sono a Ramallah, dunque.
A Sderot e a Ramallah. E vedendo
da Sderot e da Ramallah questa
mobilitazione contro un «olocausto»,
che nel momento in cui scrivo
è di 888 morti, mi
faccio una semplice domanda.
Dov'erano i manifestanti quando
si trattava di salvare, non
gli 888, ma i 300.000 morti
dei massacri programmati del
Darfur? Perché non
si sono visti nelle strade
quando Putin radeva al suolo
Grozny e trasformava decine
di migliaia di ceceni in tiro
al bersaglio? Perché
hanno taciuto quando, tempo
prima, e per anni, e stavolta
nel cuore stesso dell'Europa,
sono stati sterminati 200.000
bosniaci, il cui solo crimine
era quello di essere nati
musulmani? Per alcuni, i musulmani
sono buoni solo quando sono
in guerra con Israele. Meglio
ancora: ecco i nuovi seguaci
dell'antico «due pesi,
due misure » che si
preoccupano della sofferenza
di un musulmano solo quando
possono attribuirne la colpa
agli ebrei. L'autore di questo
articolo ha manifestato, in
prima fila, per il Darfur,
per la Cecenia e per la Bosnia.
Si batte, da 40 anni, per
un valido stato palestinese
accanto a quello di Israele.
Mi si permetterà di
considerare questo doppio
atteggiamento ripugnante e
frivolo.
Bernard-Henri
Lévy
14 gennaio 2009