Gli
Italiani sono ladroni. I Giudei
sono pii e devoti. Le mucche
erano antisemite
e fanatiche mussulmane
20.01.09
- Leggo
(1) e concludo: Israele è uno stato assassino,
genocida e razzista. E, come
stato ebraico, non merita
di vivere. Traggo
la mia convinzione dal fatto
che i soldati israeliani (conigli
armatissimi), trovatisi
a Gaza al cospetto di un migliaio
di mucche palestinesi, non
hanno trovato di meglio che
ucciderle e schiacciarle coi
cingoli dei carri armati.
Fedeli agli insegnamenti della Bibbia: quando si entra in territorio
nemico bisogna uccidere tutti
(uomini, donne, vecchi e bambini).
Anche gli animali.
Fossero
stati soldati italiani le
avrebbero mangiate e, magari,
ci avrebbero montato su un
commercio delle mucche
palestinesi. Ma
gli Italiani siamo ladroni.
Ladroni e miscredenti. Tanto
per dire, non crediamo
in Jahvé, non crediamo
nella Shoah, non crediamo
al buon diritto di Israele
di opprimere ed uccidere i
Palestinesi.
Per
Israele non cè salvezza? La salvezza ci sarebbe, ma
dubito che ladotteranno:
basterebbe che i soldati israeliani
anziché fare la guerra
contro i Palestinesi facessero
la corte alle Palestinesi.
Applicando il principio: fate
lamore, non fate la
guerra. Dubito
che lo faranno. I giudei
predicano lamore agli
Europei; ma in Palestina applicano
il precetto biblico di uccidere
tutti: uomini ed animali.
Dite
quello che vi pare. Ma a me
fa senso che dei conigli,
seppure armatissimi, uccidano
delle mucche. Propongo che,
nel giorno della
memoria noi si commemori
la Shoah delle mucche
palestinesi. Vittime
della barbarie sionista.
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(1)
Rabbia, carcasse
e case rase al suolo. Ritorno
a Jabalya in
Corriere della Sera
del 20 gennaio 2009, pagina
17.
Il
reportage Tra le macerie del
campo profughi
Rabbia, carcasse e case rase
al suolo Ritorno a Jabalya
«Con gli estremisti
al potere, solo guai»
JABALYA
(Gaza settentrionale)
In un groviglio di lamiere
di ferro, terriccio e tubi
di plastica si intravedono
le carcasse in putrefazione
delle 380 mucche da latte
di Mohammad Al Fayumi. I carri
armati israeliani prima hanno
sparato contro la stalla,
poi ci sono passati sopra,
triturando sotto i loro cingoli
bestie e cose. Poco lontano,
la seconda stalla con altre
450 carcasse di animali sparse
tutto attorno è stata
parzialmente risparmiata.
Il
danno per lui è gigantesco:
«Ho perso circa un milione
di dollari. Ho già
licenziato i miei 15 dipendenti.
Dovrò cominciare tutto
dal nulla». Non è
il solo. A un centinaio di
metri i membri della «hamula»
(il clan familiare) Dardona
stanno stimando i danni. «Avevamo
oltre tremila ulivi e aranci.
Sono tutti divelti. Raccogliamo
i resti, ci serviranno almeno
come legna da ardere per il
futuro, visto che non abbiamo
neppure i soldi per le bombole
del gas», dice Amna
Dardona, 68 anni, china tra
i resti dei rami a cercare
di individuare i legni migliori.
Figli, cugini e nipoti fanno
la spola tra la terra arata
dai tank ed uno spiazzo tra
le macerie dove stanno accatastando
tutto ciò che resta
di un qualche valore.
Tutte
le loro sei villette di due
o tre piani sono state colpite
in modo irreparabile. «Dovremo
abbatterle e ricostruirle
», spiega Kamal Dardona,
il figlio quarantenne, impegnato
a rimuovere dalle abitazioni
ciò che ancora funziona:
un vecchio frigorifero, un
tavolo, qualche coperta, piatti,
secchi di plastica. Le truppe
scelte israeliane hanno bivaccato
in una delle abitazioni, prima
di evacuarla hanno distrutto
a mazzate gabinetti, lavandini,
infissi, poi si sono accanite
sui mobili accatastandoli
in mezzo alle stanze e appiccando
il fuoco. I soffitti sono
tutti anneriti. In giardino
hanno preso a fucilate il
cane, galline, oche e tre
capre. I resti di alcuni degli
animali sono stati gettati
nel pozzo a inquinare lacqua.
La lista delle devastazioni
potrebbe continuare allinfinito.
Tra le rovine delle zone nord-orientali
di Jabalya, migliaia di abitazioni
abbattute o da abbattere,
la distruzione metodica eletta
a sistema, un deserto di macerie.
E un nome che ha in sé
una lunga scia di ricordi
per chiunque abbia seguito
la storia recente del conflitto
israelo-palestinese. Questo
è infatti il più
popoloso campo profughi palestinese
della «striscia della
disperazione ».
Ci
vivono oltre 80 mila persone,
comprese le zone delle piccole
industrie alla periferia orientale
e i quartieri nuovi costruiti
dopo larrivo di Yasser
Arafat nel 1994. E qui, il
7 dicembre 1987, scoccò
la scintilla della prima intifada.
Nove abitanti di Jabalya rimasero
uccisi in un incidente dauto
contro un mezzo militare mentre
tornavano dal loro lavoro
di operai pendolari in Israele.
Due giorni dopo i loro funerali
dettero fuoco alla rivolta.
Per la prima volta gli slogan
tradizionali dellOlp
furono affiancati a quelli
fondamentalisti-religiosi
inneggianti alla «guerra
santa». Ieri verso mezzogiorno,
per la prima volta dallinizio
delloperazione di terra
israeliana, migliaia di abitanti
della zona stavano tornando
alle loro case per verificare
i danni. E con loro abbiamo
cercato di capire quali fossero
le conseguenze. Davvero Hamas
è stata indebolita,
davvero ha perso consensi
come affermano a Gerusalemme?
Molto difficile dire. Tanti
tra i più giovani,
e non solo loro, gridano vendetta.
«Hamas ci vendicherà,
nonostante tutto abbiamo vinto»,
dicono rabbiosi.
Ma
tanti altri tacciono e lavorano
tra le rovine. «Siamo
tutti sotto shock. Non avremmo
mai pensato che Israele potesse
arrivare a tanta barbarie.
Solo tra qualche settimana
vedremo se davvero questa
azione rafforzerà Fatah
ai danni di Hamas»,
sostiene Nabil Hassan Nasser,
proprietario di una grande
azienda che sino a un mese
fa produceva olio. Adesso
è ridotta a un cumulo
di macerie. Poco lontano si
trova anche labitazione
di Ezzedin Abu Al-Aysh, il
ginecologo di Tel Aviv che
ha perso le tre figlie di
13, 14 e 20 anni «in
diretta». Quando un
proiettile di tank ha colpito
la sua casa lui stava parlando
alla tv israeliana e ha continuato
in lacrime a descrivere la
scena. Ora si trova in Israele.
Per lui parla il fratello
Atta. «Tutti noi crediamo
alla pace. Con gli israeliani
vogliamo negoziare. Hamas
sta perdendo consensi. Pochi
lo ammettono ad alta voce.
Ma da quando è salita
al potere non ci ha procurato
che guai», afferma.
«Questa è stata
una gigantesca punizione collettiva.
Volevano terrorizzarci, ucciderci.
Qui si è consumato
un grave crimine di guerra.
Non è vero che gli
israeliani tiravano solo contro
Hamas. Li ho visti sparare
su donne e bambini, su vecchi
e animali, senza pietà».
Lorenzo
Cremonesi
20 gennaio 2009