Firme
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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Antonino Amato

Fini è sempre “coerente e coraggioso”.
Specialmente quando fa il “saltafossi”

15.04.09 - Penso che, sulla proposta di “accorpamento elettorale”, ciascuno abbia “tirato acqua per il proprio mulino”. Tanto per dire, i “proponenti il referendum” vorrebbero tenerlo assieme alle elezioni europee per assicurarsi di superare la soglia del “quorum”. La “Lega Nord”, invece, contraria al referendum, vuole tenere il referendum in altra data sperando che la consultazione non raggiunga il “quorum”.

Nel bel mezzo si pongono Berlusconi che vorrebbe il referendum ma si rassegna a far sue le richieste della Lega. E i “sinistri” che non vorrebbero il referendum, ma lo cavalcano per mettere in difficoltà Berlusconi, accusandolo di essere “succube di Bossi”. E, poiché quelli della Lega sono dei “rozzi estremisti”, ne viene che “Berlusconi fa una pessima politica”.

Fin qui è tutto chiaro. Anche perché ciascuno degli attori del “TEATRINO ITALYA” recita la sua parte come da copione. Ma poi interviene Fini e la “commedia” diventa “farsa”. Perché Fini non è solo un “cane che abbaia fuori dal coro”. Fini è, soprattutto, uno “sciacallo” che aspetta il momento giusto per far sentire la sua voce. E difatti…. E difatti nei lunghi giorni, nei quali si discuteva se accorpare o non accorpare il referendum alle elezioni europee, Fini se ne stava “zitto e muto”. Poi, quando il PdL e la Lega hanno convenuto di scindere il referendum dalle elezioni europee, Fini ha rilasciato delle dichiarazioni dirompenti. Sposando interamente le tesi dei “referendari” e dei “sinistri”.

Perché Fini è un “genio”: ieri mangiava sui “fascisti” ma studiava da “antifascista”; oggi mangia sul “centrodestra” ma sposa le tesi del “centrosinistra”. E non venitemi a dire il “ruolo di Presidente della Camera”. E non venitemi a dire “obiettività”. E non venitemi a dire “buonsenso”. Per non dire dello sconcio di tirare in ballo il terremoto e i terremotati.

E’ fuori discussione che l’istituto del “referendum” è un validissimo strumento di “democrazia popolare”. Ma, perché funzioni, è necessario che i “problemi” da sottoporre a referendum interessino il popolo e non la casta dei politici. Se i problemi interessano il popolo, si supera il quorum e si avanzano delle proposte di “iniziativa popolare”. Se no, no.
Chiedo: interessa il popolo la modalità come si seleziona la classe politica di questa “democrazia antifascista nata dalla resistenza”? Non fatemi ridere: se gli Italiani avessero “amor di Patria” caccerebbero questa classe politica di arruffoni, ladri e traditori. E comincerebbero da Fini.


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REFERENDUM: PDL E LEGA, VOTO 14 O 21/6, STOP DI FINI: 'SPRECO'
di Milena Di Mauro

ROMA - Quando i giochi sono già fatti, quando dopo un lungo vertice con Silvio Berlusconi Pdl e Lega hanno già archiviato l'election day del 7 giugno e stretto l'intesa per tenere il referendum il 21 insieme al ballottaggio per le amministrative, quando all'opposizione è già stato messo in mano il cerino e chiesto di optare se crede per il voto il 14, sono poche righe del presidente della Camera a sparigliare di nuovo i giochi.

"Sarebbe un peccato - detta Gianfranco Fini - se per la paura di pochi il Governo rinunciasse a tenere il referendum il 7 giugno, spendendo centinaia di milioni che potrebbero essere risparmiati". Un colpo non solo alla Lega, ma anche al premier che si appresta a tornare in Abruzzo e certo non gradisce la sottolineatura, tanto più che Fini fin dal mattino va ripetendo che fissare la data del referendum "é una prerogativa esclusiva del governo".

A sua volta il Pd, con il segretario Dario Franceschini punta il dito contro il premier che- dice- "ci tiene tanto a far sapere ai cittadini che lui comanda e che decide, ma poi ogni volta si piega sempre ai ricatti di Bossi". "Gli italiani devono sapere - denuncia Franceschini - che pagheranno inutilmente centinaia di milioni di euro, in un momento in cui tutte le risorse del Paese servirebbero all'emergenza in Abruzzo e a fronteggiare la crisi economica". Insomma, l'opposizione insiste sull'election day e non accetta corresponsabilità su scelte diverse.

Durante il vertice a Palazzo Grazioli, dove si esclude la data del 7 giugno, il ministro dell'Interno Roberto Maroni viene invece incaricato di "consultare le forze dell'opposizione" per raggiungere un largo consenso sulla data del 21, con uno slittamento del termine ultimo del voto referendario (che la legge fissa al 15 giugno) possibile solo con il sì della minoranza ad un provvedimento legislativo ad hoc. Ma il Pd fa già capire come si muoverà ed elogia le parole di Fini che, dice il capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, "nascono dal buon senso e da un'analisi responsabile dell'attuale situazione e smascherano il patto politico, il gioco di potere e il prezzo che il Pdl deve pagare alla Lega".

Anche i referendari Giovanni Guzzetta e Mario Segni elogiano il Fini bipolarista della prima ora, "coraggioso e coerente", insistendo con il premier perché "non sperperi il credito guadagnato con la gestione dell'emergenza in Abruzzo". Una partita delicatissima, rispetto alla quale il Quirinale resta per ora alla finestra, in attesa che emerga con chiarezza la posizione della minoranza sul decreto che farebbe slittare il referendum al 21 giugno. Serve certezza che il provvedimento passi e questa si basa non solo sugli orientamenti dell'opposizione, ma anche su quelli di parte della maggioranza. Ad esempio molti ex aennini, che insieme a Fini raccolsero le firme per il referendum, si schierano con il Presidente della Camera. Il coordinatore del Pdl Ignazio La Russa, per esempio, più che rimettersi alle decisioni assunte nel vertice a Palazzo Grazioli, si dice certo che una parola definitiva sulla data del referendum dovrà dirla l'Ufficio di presidenza del Pdl, che il Cavaliere convocherà senza meno nei prossimi giorni.

I capigruppo del Pdl al Senato e alla Camera Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto, dopo il vertice con la Lega, spiegano invece che non ci sarà election day, che l'intesa con Bossi è salda ed "é stata confermata la solidità della maggioranza, con un accordo su tutti i punti qualificantì, quindi che la scelta resta tra le date del 21 (preferibile per evitare sprechi) e del 14 giugno, dopo una consultazione con l'opposizione. Un risultato, sottolinea il ministro leghista Roberto Calderoli, che "non è una vittoria della Lega, ma il rispetto della Costituzione".

 
 

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