| Fini è sempre coerente
e coraggioso.
Specialmente quando fa il saltafossi
15.04.09 - Penso che, sulla
proposta di accorpamento
elettorale, ciascuno abbia
tirato acqua per il proprio
mulino. Tanto per dire,
i proponenti il referendum
vorrebbero tenerlo assieme alle
elezioni europee per assicurarsi
di superare la soglia del quorum.
La Lega Nord, invece,
contraria al referendum, vuole
tenere il referendum in altra
data sperando che la consultazione
non raggiunga il quorum.
Nel bel mezzo si pongono Berlusconi
che vorrebbe il referendum ma
si rassegna a far sue le richieste
della Lega. E i sinistri
che non vorrebbero il referendum,
ma lo cavalcano per mettere
in difficoltà Berlusconi,
accusandolo di essere succube
di Bossi. E, poiché quelli della Lega sono dei rozzi
estremisti, ne
viene che Berlusconi
fa una pessima politica.
Fin qui è tutto chiaro. Anche perché ciascuno
degli attori del TEATRINO
ITALYA recita la sua
parte come da copione. Ma poi
interviene Fini e la commedia diventa farsa.
Perché Fini non è solo un cane che abbaia
fuori dal coro. Fini
è, soprattutto, uno sciacallo
che aspetta il momento giusto
per far sentire la sua voce.
E difatti
. E difatti nei
lunghi giorni, nei quali si
discuteva se accorpare o non
accorpare il referendum alle
elezioni europee, Fini se ne
stava zitto e muto.
Poi, quando il PdL e la Lega
hanno convenuto di scindere
il referendum dalle elezioni
europee, Fini ha rilasciato
delle dichiarazioni dirompenti.
Sposando interamente le tesi
dei referendari e dei sinistri.
Perché Fini è un genio:
ieri mangiava sui fascisti ma studiava da antifascista;
oggi mangia sul centrodestra ma sposa le tesi del centrosinistra.
E non venitemi a dire il ruolo
di Presidente della Camera.
E non venitemi a dire obiettività.
E non venitemi a dire buonsenso.
Per non dire dello sconcio di
tirare in ballo il terremoto
e i terremotati.
E fuori discussione che
listituto del referendum
è un validissimo strumento
di democrazia popolare.
Ma, perché funzioni,
è necessario che i problemi da sottoporre a referendum interessino
il popolo e non la casta dei
politici. Se i problemi interessano
il popolo, si supera il quorum
e si avanzano delle proposte
di iniziativa popolare.
Se no, no.
Chiedo: interessa il popolo
la modalità come si seleziona
la classe politica di questa democrazia antifascista
nata dalla resistenza?
Non fatemi ridere: se gli Italiani
avessero amor di Patria caccerebbero questa classe politica
di arruffoni, ladri e traditori.
E comincerebbero da Fini.
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REFERENDUM: PDL E LEGA, VOTO
14 O 21/6, STOP DI FINI: 'SPRECO'
di Milena Di Mauro
ROMA
- Quando i giochi sono già
fatti, quando dopo un lungo
vertice con Silvio Berlusconi
Pdl e Lega hanno già
archiviato l'election day
del 7 giugno e stretto l'intesa
per tenere il referendum il
21 insieme al ballottaggio
per le amministrative, quando
all'opposizione è già
stato messo in mano il cerino
e chiesto di optare se crede
per il voto il 14, sono poche
righe del presidente della
Camera a sparigliare di nuovo
i giochi. "Sarebbe
un peccato - detta Gianfranco
Fini - se per la paura di
pochi il Governo rinunciasse
a tenere il referendum il
7 giugno, spendendo centinaia
di milioni che potrebbero
essere risparmiati".
Un colpo non solo alla Lega,
ma anche al premier che si
appresta a tornare in Abruzzo
e certo non gradisce la sottolineatura,
tanto più che Fini
fin dal mattino va ripetendo
che fissare la data del referendum
"é una prerogativa
esclusiva del governo". A
sua volta il Pd, con il segretario
Dario Franceschini punta il
dito contro il premier che-
dice- "ci tiene tanto
a far sapere ai cittadini
che lui comanda e che decide,
ma poi ogni volta si piega
sempre ai ricatti di Bossi".
"Gli italiani devono
sapere - denuncia Franceschini
- che pagheranno inutilmente
centinaia di milioni di euro,
in un momento in cui tutte
le risorse del Paese servirebbero
all'emergenza in Abruzzo e
a fronteggiare la crisi economica".
Insomma, l'opposizione insiste
sull'election day e non accetta
corresponsabilità su
scelte diverse. Durante
il vertice a Palazzo Grazioli,
dove si esclude la data del
7 giugno, il ministro dell'Interno
Roberto Maroni viene invece
incaricato di "consultare
le forze dell'opposizione"
per raggiungere un largo consenso
sulla data del 21, con uno
slittamento del termine ultimo
del voto referendario (che
la legge fissa al 15 giugno)
possibile solo con il sì
della minoranza ad un provvedimento
legislativo ad hoc. Ma il
Pd fa già capire come
si muoverà ed elogia
le parole di Fini che, dice
il capogruppo al Senato Anna
Finocchiaro, "nascono
dal buon senso e da un'analisi
responsabile dell'attuale
situazione e smascherano il
patto politico, il gioco di
potere e il prezzo che il
Pdl deve pagare alla Lega". Anche
i referendari Giovanni Guzzetta
e Mario Segni elogiano il
Fini bipolarista della prima
ora, "coraggioso e coerente",
insistendo con il premier
perché "non sperperi
il credito guadagnato con
la gestione dell'emergenza
in Abruzzo". Una partita
delicatissima, rispetto alla
quale il Quirinale resta per
ora alla finestra, in attesa
che emerga con chiarezza la
posizione della minoranza
sul decreto che farebbe slittare
il referendum al 21 giugno.
Serve certezza che il provvedimento
passi e questa si basa non
solo sugli orientamenti dell'opposizione,
ma anche su quelli di parte
della maggioranza. Ad esempio
molti ex aennini, che insieme
a Fini raccolsero le firme
per il referendum, si schierano
con il Presidente della Camera.
Il coordinatore del Pdl Ignazio
La Russa, per esempio, più
che rimettersi alle decisioni
assunte nel vertice a Palazzo
Grazioli, si dice certo che
una parola definitiva sulla
data del referendum dovrà
dirla l'Ufficio di presidenza
del Pdl, che il Cavaliere
convocherà senza meno
nei prossimi giorni.
I
capigruppo del Pdl al Senato
e alla Camera Maurizio Gasparri
e Fabrizio Cicchitto, dopo il
vertice con la Lega, spiegano
invece che non ci sarà
election day, che l'intesa con
Bossi è salda ed "é
stata confermata la solidità
della maggioranza, con un accordo
su tutti i punti qualificantì,
quindi che la scelta resta tra
le date del 21 (preferibile
per evitare sprechi) e del 14
giugno, dopo una consultazione
con l'opposizione. Un risultato,
sottolinea il ministro leghista
Roberto Calderoli, che "non
è una vittoria della
Lega, ma il rispetto della Costituzione". |