I
nostri argomenti
15.11.09
- Più volte ho scritto
sui problemi della Giustizia,
sullansia di Berlusconi
di farla franca e sugli strani
maneggi di Fini. E le mie
parole sono forse apparse
come il classico raglio
dellasino.
Oggi sugli stessi argomenti
si esprime Sergio Romano sul Corriere della Sera (1).
Che
dire? Dire che Sergio Romano
scrive (meglio) le stesse
cose di Antonino Amato? Dire
che Sergio Romano scrive della giustizia malata,
scrive di Berlusconi
ansioso di scansare i processi ma evita di scrivere su Fini,
acrobata di mille capriole?
Meglio non dire niente. E
sottoporvi larticolo.
Antonino Amato
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(1)
Riforme piccole
(e sbagliate)
in Corriere della
Sera del 14 novembre
2009, pagina 1:
Riforme
piccole (e sbagliate)
Se
fosse possibile scegliere
tra la riforma della giustizia
e una delle tante riforme
di cui il Paese ha bisogno
(pensioni, sistema fiscale,
educazione, funzione pubblica)
non avrei alcun dubbio. Sceglierei
senza esitare la riforma della
giustizia. Le cause civili
sono interminabili e la durata
dei procedimenti sta procurando
danni irreparabili, tra laltro,
alleconomia nazionale.
Lobbligatorietà
dellazione penale è
lalibi che copre la
discrezionalità dei
magistrati inquirenti. Molti
procuratori hanno ambizioni
pubbliche che stravolgono
la loro funzione originale.
Le indagini hanno talora un
sapore politico o un senso
dello spettacolo che nuoce
alla loro credibilità.
Il Consiglio superiore è
un parlamento in cui sono
rappresentate correnti ideologiche.
Un organo sindacale, lAssociazione
nazionale magistrati, agisce
come una lobby e cerca di
condizionare la decisione
delle Camere. Ripeto: se lItalia
vuole rimettere ordine tra
i poteri dello Stato e restituire
ai cittadini la fiducia nelle
istituzioni, occorre partire
dalla riforma della giustizia.
Molti dei voti dati al centro-destra
sono dovuti alla sua promessa
di agire su un terreno in
cui i governi di centro-sinistra
sono stati esitanti e, alla
fine, carenti.
Ma
le promesse dei due ultimi
governi Berlusconi sono state
eluse. Le riforme, quando
ci sono state, sono parse
motivate soprattutto dal desiderio
di risolvere i problemi personali
del presidente del Consiglio.
Possiamo cercare di comprendere
le condizioni di un uomo che
è stato oggetto di
una sovrabbondante attenzione
giudiziaria. Possiamo comprendere
la necessità, nellinteresse
del Paese, che i conti, come
accade oggi in Francia, vadano
regolati alla fine del mandato
e che le procedure giudiziarie
non entrino in rotta di collisione
con il voto degli elettori.
Possiamo immaginare gli effetti
devastanti provocati da un
giudizio che colpisce un uomo
tuttora sostenuto da una larga
parte del Paese.
Ma
il maggiore ostacolo sulla
strada della riforma è
ormai rappresentato dal numero
delle leggi ad personam approvate
negli ultimi anni. Anche quando
contengono norme con le quali
è possibile convenire,
queste leggi appaiono frettolosamente
nelle aule parlamentari non
appena il premier ne ha bisogno
per allontanare o cancellare
una scadenza giudiziaria.
E sono opera di avvocati a
cui il presidente del Consiglio,
con una specie di cortocircuito
istituzionale, ha conferito
funzioni pubbliche. Non basta.
Lultima proposta rischia
di rendere ancora più
difficile il rapporto con
il Quirinale, di approfondire
il fossato tra maggioranza
e opposizione, di aprire un
interminabile contenzioso
costituzionale, di oscurare
i problemi a cui dovremmo
dedicare la nostra attenzione.
A
questo, punto sperare in una
riforma complessiva che comporti,
tra laltro, la separazione
delle carriere e una diversa
composizione del Consiglio
superiore della magistratura,
è diventato illusorio.
Le piccole riforme, quando
sono attuate con questo spirito,
cancellano la grande riforma
dallagenda nazionale.
Silvio Berlusconi è
ancora, grazie alla sua vittoria
elettorale, il presidente
del Consiglio degli italiani.
Ma non può essere larbitro
del grande dibattito parlamentare
necessario alla riforma della
giustizia. Per ottenere uno
scopo limitato e personale
ha privato lItalia di
ciò di cui ha maggiormente
bisogno.
Sergio
Romano