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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Armando C. Tavano

Banche: nazionalizzazioni, Tangentopoli, privatizzazioni

06.03.09 - Tra la nazionalizzazione delle banche con le leggi fasciste e la loro privatizzazione non c’è la Seconda Guerra Mondiale, la caduta del fascismo, l’avvento della Repubblica, no, tra questi due eventi opposti c’è Tangentopoli. Soltanto dopo Tangentopoli la legge bancaria di Benito Mussolini e di Alberto Beneduce venne radicalmente modificata ed ebbe luogo la privatizzazione delle banche, ivi compresa indirettamente la Banca d’italia, e delle grandi imprese statali.

Leggo su Il Giornale del 25 febbraio un articolo di Claudio Borghi sulla nazionalizzazione delle banche, del quale cito il seguente brano: “L’Iri, per volere di Benito Mussolini, nazionalizzò negli anni ’30 le banche provate dalla Grande depressione, espandendo in seguito il suo controllo a gran parte dell’economia italiana. Da quella palude uscimmo con molta fatica solo dopo cinquant’anni, accumulando ritardi e inefficienze che si sono tradotti fra le altre cose nel nostro enorme debito pubblico.

Non si riesce a capire esattamente come abbia potuto l’autore esprimere un tale giudizio.

Claudio Borghi non è un giornalista qualunque, ha un curriculum di tutto riguardo. Si deve quindi escludere che egli non sappia di cosa sta parlando. Probabilmente ci vuole imporre i suoi giudizi magari pensando che la sua autorevolezza basterà per far sì che li accettiamo pari pari. Invece siccome io ormai da quel lato posso ritenermi svezzato, nel senso che mi piace riflettere sulle cose senza prenderle per buone solo perchè lo dice Tizio o Caio, ho approfondito la tematica e a dir la verità sono pervenuto, dati alla mano, a conclusioni molto diverse.

Prendendo in considerazione la cronologia a cui fa riferimento l’autore, notiamo che da una parte si fa presente la nazionalizzazione delle banche avvenuta negli anni trenta e dall’altra la loro privatizzazione che ha avuto luogo verso la fine degli anni novanta. In quella cinquantina e più di anni non abbiamo accumulato né ritardi né inefficienze, invece, prima della guerra sono state eseguite opere macroscopiche e numerosissime in tutto il territorio italiano e nelle colonie e, nel dopo guerra, partendo da una situazione di distruzione quasi totale del nostro Paese, siamo riusciti a diventare una delle cinque maggiori potenze industriali del mondo.

Una legislazione bancaria che ha consentito al nostro operoso popolo di raggiungere dei traguardi così importanti non può assolutamente essere ritenuta inadeguata.

Il debito pubblico tirato in ballo dal giornalista in questione è la solita barzelletta che non ci fa più ridere. Il meccanismo perverso della sua crescita smisurata è stato confermato definitivamente all’atto della riforma degli anni novanta, che, secondo il Borghi avrebbe invece messo le cose a posto. Prima, tuttavia, il problema del debito pubblico non esisteva. Infatti, vigente la legge bancaria fascista, Craxi negli anni ottanta volle ridurre drasticamente l’inflazione galoppante che al tempo imperversava e che era a due digiti e adottò per il reperimento dei fondi necessari allo Stato una modalità che veniva utilizzata per il drenaggio di liquidità dal sistema e che nel breve periodo avrebbe ridotto l’inflazione. Mi riferisco alla collocazione di titoli dello stato sul mercato aperto. L’emissione monetaria divenne quindi indiretta e sostanzialmente vana, essendo destinata a rientrare con il rimborso dei titoli, creando ulteriore rarefazione monetaria anche per gli ingenti pagamenti di interessi, attualmente circa il 50% del gettito fiscale, a fronte di un debito pubblico che si incrementava costantemente. A lungo termine gli effetti di una tale manovra non possono che essere deleteri per qualunque economia ma si tenga presente che la Banca d’Italia allora era di proprietà dello Stato.

Non si riesce a capire in che modo gli interventi legislativi comportanti la modifica della legge bancaria fascista siano stati migliorativi per la nostra economia. Il citato giornalista non ne fa parola, ben conscio del fatto che basta parlare male di qualunque iniziativa del fascismo per raccogliere applausi a destra e a manca, se poi si accusa anche la classe dirigente pre-Tangentopoli di aver provocato una crescita spropositata del debito pubblico tanto meglio. Peccato che ad applaudire sono i troppo scemi o i troppo intelligenti. Io, che mi trovo a metà strada tra questi due gruppi, rifletto in base a dati alla portata di mano di chiunque sia collegato a internet e invito tutti a fare altrettanto.

Cito alcune delle opere che vennero costruite in grandissima parte senza gravare sul prelievo fiscale e senza ricorrere all’indebitamento ma soltanto con una gestione intelligente e oculata della sovranità monetaria in un’epoca di recessione internazionale successiva alla grande depressione del 1929:

- Bonifica di milioni di ettari di terreno, rendendoli da incolti, fertilissimi.

- Costruzione di case popolari per i poveri in tutte le città italiane

- Costruzione di migliaia di chiese, solo nelle paludi Pontine ne sono state costruite 126 (es. Aprilia )

- Costruzione di case, palazzi e ministeri

- Costruzione di numerose dighe per la raccolta delle acque

- Il deserto libico diventò zona di altissima produzione agricola

- Costruzione degli osservatori di Trieste, Genova, Merate, Brera, Campo Imperatore

- Costruzione di monumenti e di scuole

- Moltiplicazione delle ferrovie

- Costruzione in ogni città del palazzo della previdenza sociale

- Costruzione di innumerevoli università, anche la Città Universitaria a Roma

- Cittadine costruite in dieci anni: Latina, Aprilia, Sabaudia, Pomezia, Guidonia, Ardea,

Ostia Lido, Fregene, Palo, Ladispoli

- Costruzione del quartiere dell’EUR a Roma

- Opere eseguite in Etiopia: 5.000 km di strade asfaltate, 1.400 km di piste camionabili.

E’ stata trasformata non solo Addis Abeba, ma anche oscuri villaggi in grandi centri abitati (Dessiè, Harar, Gondar, Dire, Daua). Alberghi, scuole, fognature, luce elettrica, ristoranti, collegamenti con altri centri dell’impero, telegrafo, telefono, porti, stazioni radio, aeroporti, financo cinematografi e teatri. Costruzione di nuovi mercati, numerose scuole per indigeni, e per gli indigeni crearono: tubercolosari, ospizi di ricovero per vecchi e inabili al lavoro, ospedali per la maternità e l’infanzia, lebbrosari. Quello di Selaclacà: oltre 700 posti letto e un grandioso istituto per studi e ricerche contro la lebbra. Creazione di imprese di colonizzazione sotto forme di cooperative finanziate dallo stato, mulini, fabbriche di birra, manifatture di tabacchi, cementifici, oleifici, coltivazione di più di 75.000 ettari di terra.

Vale la pena di ripetere che tutto ciò è stato reso possibile attraverso l’emissione monetaria diretta dello Stato. E’ chiaro che questa situazione destò curiosità tra gli studiosi dell’economia. E’ naturale che oggi si cerchi di scopiazzare le scelte del Duce per venir fuori dalla crisi.

Ci si chiede quale sia il segreto di questa ricetta miracolosa. La risposta è semplicissima: la moneta rappresenta un mezzo di pagamento e una misura del valore di esclusiva proprietà delle Stato. Se viene trattata secondo questi principi base essa diventa uno strumento potentissimo per la realizzazione di opere pubbliche e per il raggiungimento della maggior parte degli obiettivi che ogni Stato si prefigge e che sono finalizzati al benessere dei cittadini. Se, invece, come da noi, viene trattata ingiustificatamente come merce di proprietà di banche private, generatrice di debito pubblico e divoratrice a titolo di interessi della metà del gettito fiscale, la crescita economica diventa impossibile, i servizi ai cittadini si riducono drasticamente e l’economia si inceppa.

Si sostiene che l’emissione monetaria diretta crei inflazione. Invece non ci vuole molto per verificare che questo non risponde a verità e che si tratta dell’unica modalità di emissione che consente di mantenere in ogni tempo il giusto quantitativo di moneta in circolazione. Non è l’eccesso di moneta da solo a provocare, eventualmente, l’inflazione, ma il suo abbinamento con la mancanza di fiducia della gente. Quest’ultima sì che è deleteria per qualunque economia, anche per la più solida. Figuriamoci cosa accadrebbe in Italia se i risparmiatori volessero contemporaneamente monetizzare i loro risparmi per convertirli in Franchi Svizzeri! Con una riserva frazionaria del 2%!

La Seconda Guerra Mondiale, la caduta del fascismo, la distruzione di buona parte del nostro Paese, tuttavia, non scalfirono la legislazione bancaria fascista che ci procurò tanti benefici prima e dopo l’evento bellico ed essa rimase inalterata per altri cinquant’anni. Ci volle un altro evento, che dovrebbe essere approfondito a dovere, perché le cose cambiassero radicalmente, ci volle Tangentopoli!

Ecco, il prof. Borghi non solo non apporta dei dati che possano far ritenere che la legislazione bancaria post-Tangentopoli sia stata migliorativa rispetto a quella pre-Tangentopoli, ma non accenna nemmeno al fatto che per consentire questo ribaltone è stato necessario decapitare la classe politica italiana per far posto alle mezze figure, ai dipendenti delle banche di Wall Street, ai vari Prodi, Padoa Schioppa, Ciampi, Draghi, Amato, Dini, ecc. e agli altri esponenti ex PCI che magari dopo aver letto Il Capitale di Marx colsero l’occasione per procurarsene, di capitale per le loro tasche private, il più possibile, arrecando agli italiani danni macroscopici dei quali, siccome tutti i nodi vengono al pettine, prima o poi dovranno rispondere.


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(Autore e' Dottore Commercialista e Revisore Ufficiale dei Conti)

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