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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Armando C. Tavano

I tempi per la nazionalizzazione di Bankitalia sono maturi

27.03.09 - Chi dovesse schierarsi contro la nazionalizzazione di Bankitalia pagherebbe cara questa scelta in termini di popolarità. Viviamo momenti di resa dei conti dei cittadini nei confronti del sistema bancario. Il controllo statale dell’erogazione del credito si è dimostrato graditissimo a livello di opinione pubblica e l’immagine di gente al di sopra di ogni sospetto dei banchieri è miseramente crollata. È il momento giusto per procedere alla rinazionalizzazione della banca di emissione, magari rendendo anche di dominio pubblico la truffa della sua privatizzazione.

Dopo essersi manifestato contro i Tremonti bond ed essersi espresso a favore di misure più aggressive, nella sua relazione del 17 marzo 2009 Mario Draghi, governatore di Bankitalia SpA, si ricredeva e invitava le banche a utilizzare i fondi messi a disposizione dal Ministero del Tesoro. Non bisogna tuttavia trascurare un piccolo ma importante dettaglio e cioè che alcune banche si erano già prenotate per la manovra e che solo per questo i loro titoli si erano ripresi fortemente in borsa.

Il buon Draghi è stato costretto a prendere atto di questo stato di cose e si è dovuto adeguare. A quanto pare non è più come una volta, qualcuno dei suoi si ribella, fa finta di non capire la linea. In fondo la Tremonti bond toglie dall’impantanamento più di qualche banca e la linea di Draghi di certo favorisce Bankitalia ma a lungo termine, e viviamo tempi del “si salvi chi può”.

È vero che le banche che usufruiranno di questa legge saranno tenute ad erogare crediti in una misura minima prestabilita, è vero che saranno “osservate” dalle prefetture, ma è una situazione che dovrebbe essere ritenuta provvisoria. Il condizionale è d’obbligo perché con questo Tremonti non si sa mai.

Mario Draghi ha capito che il terreno gli sta cedendo sotto i piedi. I suoi fedelissimi del PD sono all’opposizione e dichiarano a gran voce che la Banca d’Italia non si tocca, che la sua autonomia è sacra, ecc. In questo modo si sono espressi almeno Franceschini e D’Alema, ma quell’opposizione disintegrata che non ha nessuna speranza di tornare al potere prima del 2018 non può essere ritenuta sicuramente di aiuto. Si tenga inoltre conto che Di Pietro con il 7% presunto dell’IdV non solo è favorevole al controllo prefettizio ma auspica la nazionalizzazione di Bankitalia.

Tra Tremonti e il sistema bancario non corre buon sangue, si sa, e ciò gli sta procurando le simpatie di tutti in questi tempi di crisi di cui i banchieri sono i maggiori responsabili. In effetti da quando questo governo è al potere ci sono state novità fiscali che hanno riguardato soltanto il sistema bancario e che comportano a loro carico costi miliardari e minori utili. Ne fa parola Draghi nella sua relazione lamentandosi. Un potente che si lamenta non è più un potente! Non gli rimane che piangere e magari gufare. Momenti terribili per il governatore di Bankitalia!

Gli “osservatori” dell’attuazione della legge sui Tremonti bond, relativamente agli impegni di erogazione creditizia assunti dalle banche, sono i prefetti, rappresentanti inequivocabili dello Stato. L’idea non è del ministro, è stata copiata dai francesi che in fatto di statalismo sono degli esperti. Il popolo delle piccole imprese, delle famiglie indebitate, dei risparmiatori e degli investitori è andato in visibilio: finalmente! In realtà nessuno ci aveva mai pensato e il controllo statale delle banche si è presentato come una misura inattesa e graditissima e, direi, senza ritorno. Da sola consente al PdL di garantirsi una lunga vita al potere. Abbiamo scoperto anche che l’articolo 47 della Costituzione conferisce al potere esecutivo la disciplina, il coordinamento e il controllo dell'esercizio del credito. Ma il 47 non è “o muorto che pparla”? Evidentemente se quell’articolo era lettera morta fino a qualche settimana fa ora invece detta legge! L’opinione pubblica è a favore del controllo statale del credito, il fatto che anche Di Pietro si sia schierato in tal senso la dice lunga al riguardo.

Tremonti, tuttavia, sostiene che avrebbe preferito delegare il controllo del sistema bancario in generale e dell’attuazione della legge che prende il suo nome in particolare alla BCE. Non è per caso che con questo voglia dare a intendere che la banca centrale italiana sia in procinto di perdere la sua ragione di esistere? Le banche centrali nazionali, infatti, non sono state abolite con l’adozione dell’Euro in quanto garantiscono ai singoli stati l’incameramento del signoraggio di emissione e persino i dipartimenti d’oltremare francesi ne hanno una: il signoraggio non dovrebbe rimanere impigliato nell’attivo del bilancio di una banca privata! Altrimenti vale la pena di fare a meno della banca centrale nazionale e di rivolgersi direttamente alla BCE!

Draghi con ogni probabilità avrebbe avuto piacere che la Tremonti bond fallisse per mancanza di accoglimento da parte delle banche. La misura che a Bankitalia sta a cuore è quella dell’espansione monetaria oggi in voga soprattutto, ma non solo, negli USA e in Gran Bretagna. Emissione significa più moneta in circolazione sì, ma anche in contropartita un incremento degli attivi di bilancio, cioè di quel reddito contabilmente mascherato che è di proprietà esclusiva della società privata Bankitalia SpA e che si chiama signoraggio.

Per il “quantitative easing” e la conseguente fabbricazione di soldi a palate ci vuole una decisione della Banca Centrale Europea, la quale per la verità come banca privata si trova nella stessa situazione di Bankitalia: l’8%, la percentuale di sua spettanza, delle eventuali centinaia di miliardi che verrebbero emesse ingrosserebbe l’attivo del suo bilancio e ciò non sarebbe certo una brutta cosa! Trichet non ha escluso l’espansione monetaria o “quantitative easing”. Come fa a escluderla? È ciò che più desidera, proprio come Draghi. Il problema è che i tempi non sono maturi, il tasso di sconto è ancora troppo alto. Ma Trichet ne ha già annunciato un’imminente riduzione dello 0,5%. Ancora mezzo punto e ci siamo!

Il “quantitative easing” si sta affacciando con forza, l’alternativa è che l’Euro diventi la moneta rifugio di chi fugge dalla svalutazione del dollaro o della lira sterlina. Persino la Svizzera ha adottato questo tipo di espansione quantitativa per evitare la sopravalutazione della sua moneta. Se la BCE decidesse di procedere al quantitative easing, delle centinaia di miliardi di Euro da immettere sul mercato, Bankitalia ne dovrebbe emettere il 16% circa che verrebbe destinato all’acquisto di titoli di stato. Si tratta di un’emissione che non comporta un incremento del debito pubblico, anzi, ne consegue un ritiro parziale di titoli dal mercato monetario e una loro allocazione nell’attivo del bilancio della banca centrale. Decine di miliardi da emettersi da parte della Banca d’Italia, forse anche 100 miliardi! Se le cose stanno così non sarebbe il caso di accelerarne la nazionalizzazione?

Se il problema è il costo dell’operazione di rinazionalizzazione vorrei in proposito citare un fatto recentemente accaduto nel Venezuela. Il presidente Chavez notando che i principali produttori di riso non stavano coltivando il tipo di riso economico che si sarebbe dovuto vendere a prezzo speciale sul mercato al fine di favorire le classi meno abbienti, semplicemente minacciò il ricorso all’esproprio. Dichiarò allora che in cambio di queste aziende avrebbe dato ai proprietari carta, cioè soldi o, magari, soltanto certificati del tesoro!

Per lo Stato i soldi sono fondamentalmente carta. Con della carta possiamo riprenderci in parte la sovranità monetaria. Che aspettiamo?


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Armando C. Tavano
 


(Autore e' Dottore Commercialista e Revisore Ufficiale dei Conti)

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