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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Armando C. Tavano

L'impero Romano, il Capo di Stato e le prospettive per i giovani che restano in Italia

05.12.09 - Il nostro Presidente sostiene in una sua recente dichiarazione alla stampa che i giovani non devono lasciare l'Italia in quanto "possiamo far crescere il nostro Paese all'altezza delle conquiste delle società contemporanee più avanzate"

Indirittamente il Capo di Stato rispondeva ad affermazioni del presidente della Luiss Pier, Luigi Cella, in una lettera scritta a suo figlio invitandolo invece ad abbandonare il Paese per poter aspirare a un futuro migliore.

Il Capo di Stato ha ricordato anche passate glorie della nostra “gens” sostenendo che: “non credo si possa dire a nessuno che ritorneremo alla Roma imperiale. Sarebbe eccessivo (..)"

Il Presidente ha parlato bene, si è  espresso come ci si sarebbe aspettato da chi è investito della massima carica dello Stato.

Tuttavia, il riferimento all'epoca dell'apogeo dell'Impero Romano offre uno spunto oltremodo opportuno per smentire l'ottimistica previsione del Capo di Stato. In effetti, l'economia ai tempi degli antichi Romani era fortemente condizionata dalla scarsità dei mezzi di pagamento. Situazione che si ripete pari pari in Italia ai giorni nostri. Questi mezzi di pagamento potevano essere ottenuti con le seguenti modalità elencate per ordine di preferenza:

- il bottino di guerra;

- la tassazione;

- lo sfruttamento di miniere.

La regola era quindi che per fare qualunque cosa bisognava prima avere il metallo prezioso coniato o meno, altrimenti tutto restava fermo salvo che non ci si servisse di schiavi o di prospettive di una qualche remunerazione futura in natura.

È ovvio che il danaro in circolazione scarseggiasse, che il baratto fosse la forma di pagamento più diffusa e che l'economia fosse costantemente rallentata nel suo sviluppo data la scarsità di mezzi di pagamento a disposizione del pubblico e dello stato.

Si può quindi dire che la costante esigenza dell'apparato pubblico di mezzi di pagamento portò l'impero ad andare alla ricerca costante di bottini di guerra. Si può citare come esempio in particolare la conquista della Dacia che consentì agli antichi Romani di impadronirsi delle tonnellate d'oro che questo popolo di guerrieri aveva accumulato nel tempo.

Ma un po' alla volta l'unica risorsa disponibile di mezzi di pagamento rimase la tassazione e questa, diventando sempre più esosa, portò i cittadini romani a preferire all'occorrenza l'amministrazione dei barbari rivelatasi più mite.

Non più bottini di guerra, maggiori difficoltà per ottenere i mezzi di pagamento necessari attraverso la riscossione delle tasse, perdita di contribuenti nelle zone di confine schieratisi con i barbari per motivi di “risparmio fiscale”. Questo è il quadro che precede il crollo e il relativo frazionamento del glorioso impero. “Sic transit gloria mundi”!

E quindi l'Impero Romano soffocato principalmente dalla mancanza di mezzi di pagamento un po' alla volta cessò di esistere e al mondo di allora subentrò un periodo caratterizzato da un'economia del baratto che durò oltre un millennio fino a quando cominciarono ad attivarsi le prime banche.

Con queste si riuscì a rendere l'economia più dinamica per via delle varie forme di finanziamento e dei titoli rappresentativi di merci e di oro in deposito. I titoli diventarono con il tempo carta moneta. Si creava così spazio per lo sviluppo economico. I mezzi di pagamento erano sostenuti da disponibilità in oro o in metallo prezioso. E soprattutto c'era la possibilità di finanziarsi prima di intraprendere un'attività: premessa fondamentale per ogni progetto imprenditoriale o bellico.

L'ultimo gradino dell'evoluzione monetaria fu l'abolizione definitiva di ogni riferimento a una riserva in metallo prezioso della carta moneta. Questo è il momento cruciale che si è verificato ufficialmente nel 1971 con la dichiarazione di Nixon che pose fine agli accordi di Bretton Woods, ma che in realtà di fatto sussisteva da decenni, ancora da prima della seconda guerra mondiale.

Quasi per caso si scoprì che la carta moneta poteva valere e circolare semplicemente perché  così veniva stabilito per legge e a prescindere da un qualunque tipo di copertura in metallo prezioso di qualunque tipo.

Gestendo l'emissione di carta moneta e la quantità di carta moneta in circolazione in relazione al prodotto interno lordo e alla crescita economica di uno stato, presto si scoprì che uno stato poteva anticipare la crescita promuovendola con l'immissione monetaria preventiva, equivalente a un finanziamento per grandi opere che rappresentavano, una volta finite, un giustificativo dell'emissione monetaria e una risorsa per lo stato, il famoso reddito monetario o signoraggio.

L'economia si poteva così dinamicizzare e poteva essere favorito altresì lo sviluppo di settori industriali, del commercio in genere e di tutti gli altri settori produttivi. Tutto questo come conseguenza della gestione monetaria, sicuramente la più importante risorsa dello stato da quando la moneta si è svincolata totalmente dall'oro.

Questa sovranità a noi italiani è stata scippata sia perché abbiamo aderito all'Euro, sia perché la Banca d'Italia è stata regalata ai privati. Oggi quindi ci ritroviamo nella stessa situazione in cui si è  trovato a suo tempo l'Impero Romano. Tenendo presente che di bottini di guerra e di miniere nuove scoperte non si può nemmeno parlare, le finanze pubbliche si alimentano solo ed esclusivamente degli introiti fiscali e dell'espansione del debito pubblico. Quest'ultima, una novità assoluta rispetto all'epoca romana: lo stato si indebita emettendo titoli fruttiferi di interessi per avere le risorse monetarie per far fronte a parte della spesa pubblica, all'inflazione e a quant'altro.

La pressione fiscale aumenta costantemente demotivando gli imprenditori e l'iniziativa privata in generale e diffondendo il malcontento tra i cittadini. Gli imprenditori si trasferiscono all'estero alla ricerca di condizioni fiscali meno esose, togliendo allo stato fonti di impiego e di creazione di reddito. Addirittura si fanno avanti idee secessioniste o autonomiste. Corsi e ricorsi storici?

L'ingente debito pubblico si porta via per interessi la metà degli introiti fiscali. Lo Stato che ha rinunciato alla sua sovranità monetaria paga interessi a una banca privata, la Banca d'Italia, per avere a disposizione degli stracci di carta o cartamoneta, addossandosi una spesa per interessi che si porta via la metà di ciò che gli italiani pagano a titolo di imposte, un quarto del PIL, e regalando a questa banca privata il reddito monetario o signoraggio.

La finanza mondiale si diverte a creare crisi che gli stati europei aderenti all'Euro non sono in grado di affrontare. Gli stati con sovranità monetaria svalutano le loro monete invadendo i loro mercati monetari di carta moneta e sostenendo il settore imprenditoriale e intanto l'Euro si rivaluta portando al fallimento milioni di imprese.

Quando questa crisi finirà avremo perso per strada milioni di imprese che danno lavoro ai cittadini e ricchezza allo stato e continueremo ad avere le stesse esigenze finanziarie come stato per mantenere i servizi pubblici ai quali siamo abituati. Cosa si farà allora? Verrà aumentata ancora l'imposizione fiscale?

È chiaro che all'orizzonte c'è un crollo e una frammentazione dello stato italiano, la stessa fine del glorioso Impero Romano, a ciò che va aggiunto un impoverimento generalizzato e un degrado in tutti i settori produttivi.

Così come stanno le cose, penso proprio che se un giovane se ne va dall'Italia non gli si può dar torto con buona pace del nostro anziano Presidente che queste cose, tra l'altro, le dovrebbe sapere e se non le sa lui, le sapeva sicuramente il suo predecessore!



 
 

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Armando C. Tavano
 


(Autore e' Dottore Commercialista e Revisore Ufficiale dei Conti)

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