La
morte del Duce
di Paul Gentizon
28.04.09
- L'articolo
che segue è stato inviato da me cinque anni
fa. Per cui i più vecchi destinatari della
mia lista lo hanno già letto. Ma, rileggerlo,
non fa mai male poichè a distanza di tempo
si possono cogliere sfumature sfuggite alla prima
lettura. Per gli altri destinatari dovrebbe essere
una lettura nuova a meno che non lo abbiano già
letto su qualche nostra pubblicazione.
"Mentre in Italia non si era ancora spenta
l'eco del vergognoso massacro di Piazzale Loreto
e gli italiani si dilettavano a sputare veleno su
quei poveri morti, lo svizzero prof. Paul Gentizon,
liberaldemocratico, giornalista e storico, vissuto
in Italia dal 1927 al 1940, scriveva nella rivista
"Le Mois suisse" n° 74 del
maggio 1945 il necrologio di Benito Mussolini che
riproponiamo per l'alto suo contenuto".
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L'Italia ha vissuto uno dei giorni più oscuri
della sua storia millenaria. Dopo una carriera folgorante,
alla fine di una guerra sfortunata, il condottiero
che dal 1920 era apparso come il simbolo vivente
delle aspirazioni più profonde del popolo
italiano, Mussolini, ha subito una atroce fine.
Tuttavia l'intera sua vita non è stato che
un tentativo commovente e tragico di risvegliare
le vittorie romane, di rifare dell'Italia una grande
potenza. Spesso, allorchè si rivolgeva alla
gioventù italiana nell'intento di entusiasmarla,
Mussolini amava porre la domanda: "Non è
preferibile morire in un assalto piuttosto che soccombere
per malattia?". Infatti egli non si augurava
d'agonizzare tra due lenzuola. Egli avrebbe voluto
morire sulla barricata o, meglio ancora, in una
nube nel cielo della gloria. Ma le figlie dell'Ade,
le Parche, padrone del destino degli uomini, gli
hanno rifiutato il trattamento proporzionato alla
sua vita eccezionale: una sorte degna di lui.
Dopo aver voluto tante volte forzare il destino
per guadagnarsi il privilegio di morire da eroe,
egli è caduto da martire.
E' morto per la difesa del suo ideale e nella sua
fede politica. E' morto per l'Italia. Non è
mai stato un debole nel quadro della sua azione
civile, militare e patriottica. Non ha mai disperato.
Sino alla fine è stato eroico e leale. Nel
luglio del 1943, malgrado fosse duramente colpito
dall'ingiustizia e dalla debolezza degli uomini,
egli non si è mai lasciato andare. Dal giorno
successivo alla sua liberazione, malgrado la situazione
dolorosa e caotica, egli si è rimesso al
lavoro. Ha ripreso il suo sforzo sovrumano per la
salvezza e la resurrezione dell'Italia. In qualche
settimana ha ricostruito un governo, un' amministrazione,
rifatta la struttura di un partito, costituito la
base di un nuovo esercito, raddrizzato lo stato.
Ma non è dipeso da lui che la terra dei suoi
padri fosse salvata. Egli donò tutte le sue
forze, tutto il suo cuore al suo paese. Gli ha donato
la sua vita. Lottò fino alla fine per mantenere
all'Italia il diritto di riprendere nel mondo il
posto d'onore e di gloria conquistato a varie riprese,
nel corso dei secoli, col sacrificio e col sangue
degli antenati.
Egli personificò, fino all'ultimo istante,
le speranze e la fortuna della Patria. La sua morte
drammatica serve ancora d'ideale della sua vita.
Numerosi europei, che l'hanno ammirato, hanno appreso
con tristezza la sua sparizione. Molti, presi dal
profondo dolore, l'hanno pianto. Oggi essi non possono
fare altro che onorarlo nelle loro preghiere e testimoniare
in suo favore con la fedeltà del ricordo.
Per vari aspetti Mussolini era affascinante. Per
anni tutti gli stranieri di rilievo che vennero
a Roma non avevano altro interesse che avvicinare
l'uomo che, in condizioni estremamente difficili
dopo parecchi anni di anarchia e di caos, era riuscito
a rimettere ordine e ritmo all'intera vita dell'Italia
moderna.
Lo si assediava. Erano decine, ogni giorno, le richieste
di ricevimento che dovevano essere rifiutate. D'altra
parte le udienze erano brevissime. E alla fine,
la maggioranza di coloro che l'avvicinavano, nel
corso del loro soggiorno sulle rive del Tevere,
non avevano il tempo nè di comprenderlo,
nè di interpretarlo. Spesso non ne riportavano
che un'immagine errata. Così che una leggenda
aveva finito col diffondersi: quella del dittatore
massiccio, dalle spalle quadrate, il volto duro,
dominatore e deciso. Non so quale giornalista gli
riconobbe anche "la testa classica del tiranno".
Certamente egli recava su di sè il segno
della sua forza e della sua grandezza. E' per questo
che egli esercitava spesso su coloro che l'avvicinavano
un vero fenomeno di suggestione.
L'uomo di stato, il condottiero impediva di vedere
il vero Mussolini. Perchè, nel fondo, l'animava
un vero impulso di umanità.
Tutti coloro che ebbero la possibilità di
avvicinarlo in maniera costante possono testimoniarlo.
Nato in un piccolo villaggio, figlio di un fabbro,
egli rimane per tutta la vita semplice e sensibile.
Non era maturato in città. Non aveva niente
del borghese, del raffinato. Sdegnoso di ogni ricchezza
è sempre vissuto modestamente. Condotto quasi
direttamente dal villaggio natale al posto che occupava,
egli aveva conservata intatta non solo la sua semplicità
naturale, ma la sua freschezza di impressione campagnola
e primitiva. Durante la vita conservò una
viva simpatia per gli umili, per i contadini e per
i lavoratori. Non appena si trovava in mezzo agli
operai parlava volentieri con loro.
Noi lo abbiamo visto nelle paludi pontine intrattenersi
faccia a faccia con un vecchio agricoltore, sulla
spalla del quale egli posava familiarmente la mano.
Coloro i quali vogliono ad ogni costo raffigurarlo
come un essere intrattabile, rude, duro come il
granito si ingannano completamente.
Nel 1932, all'epoca del suo primo viaggio a Genova,
quando l'incrociatore sul quale si trovava, entrando
nel golfo s'avvicinò alla città, allorchè
gli equipaggi delle navi nel porto e la gente ammassata
a centinaia di migliaia sulla banchina, sui tetti
e le colline lo salutarono in un radioso mattino
con acclamazioni trionfali, nelle sventolio delle
bandiere e al suono delle campane di tutte le chiese,
allora coloro che lo attorniavano videro le lacrime,
una ad una, solcare lentamente le sue gote.
Mussolini piangeva apertamente alla maniera antica,
senza il falso pudore di voler dissimulare il suo
turbamento.
Ugualmente quando "Horatio" fu rappresentato
al foro, i versi immortali di Corneille lo costrinsero
più volte a portare la mano alle palpebre.
Il potere non lo logorò per niente. Per tutta
la vita egli conservò intatta la sua spontaneità
emotiva.
Non si possono enumerare i suoi atti di bontà.
Questi comprendono anche i suoi vecchi avversari.
Più volte gli fece aiutare vecchi socialisti
caduti in miseria. Si contano a migliaia gli scrittori
e artisti ai quali, con i più ingegnosi mezzi,
egli assicurò una vita decente. La moderazione
e la dignità ispirarono il più piccolo
dei suoi atti.
Quando fu liberato al Gran Sasso da una squadra
di paracadutisti, il loro capo, Skorzeny, gli domandò
cosa doveva fare degli uomini incaricati della sua
custodia ed egli rispose in tutta tranquillità:"
lasciateli andare.."!
Se la clemenza fosse dipesa solo da lui, nessun
membro del Gran Consiglio sarebbe stato fucilato.
A dispetto di una assurda diceria, egli fu sempre
d'una tolleranza rara nei confronti dell'opposizione
intellettuale. I suoi nemici più acerrimi
devono essi stessi riconoscere la sua politica di
clemenza e di generosità. Allorchè
egli divenne il capo della Repubblica Sociale Italiana
e dovette affrontare la "resistenza" tante
volte egli perdonò ai partigiani. La storia
riconoscerà la sua grandezza d'animo.
"Una cosa mi pare certa: il bilancio della
dittatura mussoliniana è terribilmente deficitario".
Così si esprime un nostro amico in una lettera
indirizzataci all'indomani della morte di Mussolini.
Noi non crediamo che la storia possa ratificare
questo giudizio. Per il momento non è del
bilancio della dittatura mussoliniana che si tratta,
ma del bilancio del colpo di stato di Badoglio.
Dopo questa guerra l'Italia perderà non solamente
l'Africa Orientale e la Libia, ma anche il Dodecaneso,
la Dalmazia, Fiume e probabilmente l'Istria, Trieste
e Gorizia sulle quali si stende già la mano
jugoslava e panslava. Ma ciascuno deve riconoscere
che se non si fosse verificato il colpo di stato
del 25 luglio 1943, il disastro nazionale e forse
anche la catastrofe dell'Asse avrebbero potuto essere
risparmiati. Il popolo italiano non avrebbe evitato
solamente il suo calvario attuale ma anche il disfacimento
totale delle sue Forze armate, la disgregazione
dello stato e soprattutto la guerra fratricida.
Il disastro italiano attuale non è quindi
il bilancio del fascismo. E' quello dell'antifascismo.
Ma si dirà che, se l'Italia fascista non
fosse entrata in guerra, tutto ciò non sarebbe
accaduto. "A Mussolini sarebbe stato vantaggioso
non muoversi" ci scrive una penna israelita.
Evidentemente lItalia avrebbe potuto restare neutrale
in questa guerra. Avrebbe potuto, come un piccolo
stato, rimanere fuori della mischia. Rimanendo non
belligerante avrebbe potuto avere dei grandi vantaggi
finanziari e commerciali. Ma Mussolini ha giudicato
che l'onore di una grande nazione non poteva coincidere
con i suoi soli profitti materiali. L'Italia aveva
già proclamato il suo diritto vitale, e impugnato
davanti alla coscienza del mondo i suoi problemi
di natalità, l'alimentazione, di espansione,
di materie prime, di lavoro, di produzione. Confinarsi
in una neutralità basata sul profitto avrebbe
significato nient'altro che una rinuncia definitiva
alle sue mete secolari.
D'altronde si sa che cosa sono diventate, in questa
guerra, la neutralità turca, la neutralità
portoghese, la neutralità argentina. E ciascuno
di noi ha inteso, da certe radio straniere, le minacce
contro la Spagna di Franco, compresa anche la possibilità
di una dichiarazione di guerra.
Conservando la sua neutralità, con la sua
posizione al centro del Mediterraneo, l'Italia sarebbe
stata abbassata al rango di una piccola nazione
sud-americana. Si può dunque affermare in
tutta serenità che chiunque fosse stato al
potere a Roma nel 1940 non avrebbe impedito all'Italia
d'intervenire in un conflitto ove era in gioco la
sorte dell'Europa e dal quale doveva uscire un nuovo
equilibrio del mondo. La posizione storica e geografica
della penisola le imponeva la lotta. O rinunciare
al rango di grande potenza o rassegnarsi a divenire
per sempre un paese di turismo e viaggi di nozze,
e rischiare tutto, audacemente, per conquistare
l'indipendenza definitiva.
La guerra doveva dunque liberare l'Italia da ogni
soggezione e donarle un posto degno nel mondo. "Non
muoversi" avrebbe voluto dire restare per secoli
in condizioni di definitiva inferiorità politica,
economica, sociale e morale. L'errore del fascismo
è dunque quello di aver tentato di fare dell'Italia
una nazione libera, grande e prospera. Mussolini
ha osato...Ma cosa sarebbe diventata l'Italia se
il piccolo Piemonte, nel 1848, non avesse osato
sfidare il potente impero degli Asburgo?. Nessuno
ha rimproverato allora Cavour d'avere "osato
muoversi". Certo bisognerebbe essere sempre
sicuri di vincere. Ma tutti i belligeranti, qualunque
essi siano, e soprattutto quelli che dichiarano
una guerra, sono "a priori" sempre sicuri
di farcela.
L'Italia fascista ha difeso sino alla fine la sorte
delle generazioni future della penisola. Oggi la
guerra è finita. Nondimeno le situazioni
permangono di una smisurata grandezza. Esse possono
prendere uno sviluppo imprevisto. Cosa significherà
un domani per l'Inghilterra e gli Stati Uniti vincere
assieme alla Russia?
La fine della guerra non risolverà i problemi
posti. Ne possono nascere degli altri ancora più
terribili.
Il bilancio del Fascismo?
Dopo secoli di silenzio e di decadenza, l'Italia
ha nuovamente parlato ed agito. Dopo la marcia su
Roma, lungo la strada del suo destino, pietre miliari
imponenti hanno segnato, durante quasi un quarto
di secolo, i suoi sforzi e le sue realizzazioni.
Esse hanno nome: strade, autostrade, ferrovie, canali
di irrigazione, centrali elettriche, scuole, stadi,
sports, aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali,
sanatori, bonifiche, industrie, commercio, espansione
economica, lotta contro la malaria, battaglia del
grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia, Guidonia, Carta
del Lavoro, collaborazione di classe, Corporazioni,
Dopolavoro, Opera Maternità e Infanzia, Carta
della Scuola, Enciclopedia, Accademia, codici mussoliniani,
Patto del Laterano, Conciliazione, Pacificazione
della Libia, marina mercantile, marina da guerra,
aeronautica, conquista dell'Abissinia.
Tutto ciò che ha fatto il Fascismo lo ha
consegnato alla storia. E niente riuscirà
a cancellare queste prove sorprendenti di una volontà
indomabile di creatività e di ricostruzione.
In politica estera, nel 1932, a Ginevra, viene esposto
il progetto mussoliniano tendente all'abolizione
dell'artiglieria pesante, dei carri armati, delle
navi da guerra di linea, dei sottomarini, degli
aerei da bombardamento. Nel 1933 una nuova proposta
in favore della pace: il patto a quattro, la cui
accettazione avrebbe salvato l'Europa. Qualche mese
più tardi ancora un suggerimento per la tregua
immediata degli armamenti. Nel 1934 l'esposizione
di un nuovo sistema di pacificazione del nostro
continente.
Lo stesso anno, all'inaugurazione di Littoria, nel
cuore delle paludi pontine redente dalle loro torbe
e dalle loro febbri, la famosa dichiarazione: "Abbiamo
conquistato una nuova provincia. Abbiamo dovuto
combattere, ma questa guerra, la guerra pacifica,
è la guerra che noi preferiamo".
Nel 1935 ci sono gli accordi Franco-Italiani di
Roma. Nel 1938 c'è il Gentlemen's Agreement
con l'Inghilterra. Nel 1939, alla vigilia della
guerra attuale su suggerimento del Duce: è
Monaco, l'ultimo tentativo di evitare il conflitto.
Ecco ciò che risponde la verità nuda
a tutte le deformazioni degli slogans.
Certamente Mussolini - noi ne abbiamo esposto le
ragioni - è entrato volontariamente in guerra.
Ma egli non l'ha voluta.
In un documento che presto renderemo pubblico egli
afferma con parole precise: "Nella primavera
del 1939 - egli scrive in terza persona - il cantiere
italiano era in pieno fervore e Mussolini per primo
sentiva che non si doveva sfidare troppo il destino.
Egli si rendeva conto che un lungo periodo di pace
era assolutamente necessario all'Europa in generale
e all'Italia in particolare e che la guerra, una
volta scoppiata, avrebbe interrotto tutto, compromesso
tutto e forse rovinato tutto. Nella sua opposizione
alla guerra c'erano anche dei motivi di carattere
politico e morale, come il presentimento che la
sorte dell'Europa, come continente creatore di civiltà,
era in gioco.. No, Mussolini non ha voluto la guerra.
Egli non poteva volere la guerra; egli la vedeva
avvicinarsi con terribile angoscia. Egli sentiva
che essa era un punto interrogativo per tutto l'avvenire
della Ptria".(1)
Il Dio delle battaglie ha già espresso la
sua sentenza suprema.
Al termine di questa lotta gigantesca i popoli ricchi,
ben provvisti di tutti i beni della terra, hanno
sconfitto i popoli diseredati ad alto potenziale
demografico. La Germania e l'Italia sono vinte.
L'una e l'altra avevano chiesto per il diritto alla
vita ciò che esse stimavano legittimo.
Per diritto di possesso, per egoismo naturale e
consacrato, le altre potenze glielo hanno rifiutato.
Chi ha avuto torto, chi ha avuto ragione? Lasciamo
ai posteri l'ardua sentenza.
Per la penisola, l'episodio mussoliniano è
terminato. La storia dirà un giorno la messe
di gloria raccolta, armi alla mano, sotto il segno
del fascio. Benchè abbia dovuto lottare in
condizioni estremamente difficili, benchè
la superiorità navale dell'Inghilterra abbia
reso impossibili grandi vittorie, l' Italia mussoliniana,
prima dei suoi rovesci, ha riportato dei successi
incontestabili. Le sue armate hanno condotto le
proprie insegne dalle sabbie torridi della Libia
fino ai ghiacci della Russia. I suoi cavalli si
sono abbeverati nelle acque del Guadalquivir, del
nieper e anche delle sorgenti del Nilo. La sua bandiera
è sventolata sull'Atlantico fino presso la
Manica. Dopo un'epica corsa lungo le rive africane,
i suoi battaglioni sono giunti fino alle porte di
Alessandria e, per la prima volta dall'antichità,
la terra dei Faraoni ha rivisto le insegne di Roma.
Allora, nel mondo intero, la causa italiana e fascista
non mancava certo di incensatori. Ma è bastato
un solo cambio di vento a favore dei vincitori perchè
immediatamente i codardi e i pusillanimi trasportassero
nel campo avverso il loro miserabile incenso. Ed
è proprio nell'Italia stessa che il fenomeno
ha preso l'aspetto più rivoltante.
Anche la stessa vittoria dell'altra guerra era stata
minacciata, dal 1919 al 1922, da un gruppo di disfattisti
, sabotatori e rinunciatari (2). Questa volta il
marcio ha preso un carattere nazionale. L' Italia
ha mollato più per lo smarrimento dei suoi
figli che per le virtù guerriere dei suoi
nemici; è stata vinta da se stessa, per il
suo stesso disfattismo.
L'italiano ha dei difetti terribili. A fianco delle
più belle qualità, l'intelligenza
rapida e acuta, il coraggio personale, una propensione
naturale lo spinge verso lo scetticismo, il dubbio,
il minimo sforzo.
Egli è facilmente prodigo di belle rassicurazioni,
ma troppo spesso manca il legame tra la parola,
il pensiero e l'azione. E' facilmente fazioso. Lo
domina il suo interesse personale.
Non ha il culto dell'obbedienza civica. Di più,
allevato al seno dell'universalismo cattolico, è
rimasto sprovvisto per secoli di un vero spirito
militare e completamente indifferente alla gloria
del suo paese. La verità è che, sia
per il sub-strato mentale del suo popolo, sia per
la sua storia, "...l'Italia non ha mai potuto
diventare una nazione come le altre" (3).
Tuttavia la guerra italiana avrebbe conservato sino
alla fine il suo normale atteggiamento se il voltafaccia
del Re e dello Stato Maggiore non avesse agito come
fermento di demenza e di decomposizione. Persa la
sua coesione, stravolta la sua coscienza, il paese,
nella sua gran maggioranza, si abbandonò
al lassismo, all'indifferenza, all'incomprensione.
Egli perse il controllo dei suoi nervi.
Dimenticò che quello che era in gioco oggi
non era solamente una dottrina politica o un sistema
sociale, oppure un obiettivo di lusso, ma l'eredità
degli avi, l'avvenire della razza, la terra per
i figli, il pane quotidiano, la dignità,
l'onore, la libertà, l'indipendenza nazionale.
E' per questo che il futuro rivolgerà probabilmente
un vero e proprio atto di accusa contro i responsabili.
Le generazioni a venire li scomunicheranno per aver
portato deliberatamente il paese alla soglia della
disfatta e per avere loro interdetto, forse per
secoli, il ritorno degno e libero sul campo della
propria storia.
Ma se c'è un nome che , in tutto questo dramma,
resterà puro e immacolato, sarà quello
di Mussolini.
In tutte le circostanze e nell'avversità
più atroce il Duce è rimasto di una
fermezza incoccussa. Egli non ha commesso alcuna
mancanza. Fino davanti alla morte è rimasto
fedele al suo onore: non ha capitolato.
E' per questo che, senza parlare dei bui fedeli,
gli stessi avversari - se hanno conservato nel cuore
la nozione dell'umana nobilità - non possono
che inchinarsi davanti alla sua tomba in rispetto
e ammirazione. In Szivvera, soprattutto, la sua
morte deve risuonare dolorosamente nel cuore di
tutti coloro che si ricordano quanto quest'uomo
amasse il nostro paese, al punto che più
volte la sua voce si è levata in nostro favore
e nelle ore di angoscia egli si è posto fraternamente
al nostro fianco.
Nel momento del successo e della gloria le nostre
autorità l'hanno nominato "dottore honoris
causa" dell'Università di Losanna, e
gli è stato offerto, durante una solenne
manifestazione, una copia del Busto di Marco Aurelio
rinvenuto in terra d'Avenches. Una pubblicazione
ufficiale, il Dizionario Biografico della Svizzera,
lo cita pure, a fianco di Roman Rolland, tra gli
stranieri che hanno onorato il nostro paese. Possiamo
dunque anche noi, in quest'ora dolorosa, senza alcuna
riserva, indirizzare un pensiero commosso al ricordo
di questo grande uomo di pensiero e di azione. Egli
ha orribilmente sofferto. E' stato tradito dai suoi.
Gli stessi, che l'avevano esaltato e che marciavano
all'ombra della sua gloria, l'hanno venduto per
trenta denari.
Tra milioni e milioni di suoi compatrioti, ai quali
aveva reso l'orgoglio di essere italiani, neanche
uno solo si è trovato là, nell'ora
suprema, per coprirlo piamente col sudario e chiudergli
gli occhi. E' sorte dei grandi uomini di essere
crocifissi, pugnalati, gettati sulle isole deserte.
Egli fu tra i più grandi. Dominò dall'alto
tutti coloro che lo circondavano.
Egli fu più grande dell'Italia e ha tentato
di sollevarla al di sopra di se stessa, di alzarla
al livello dei più grandi imperi. Ma nè
i polmoni nè il cuore dei suoi compatrioti
furono abbastanza solidi. La debolezza dell'Italia
ha paralizzato la forza e lo slancio del suo condottiero.
Se avesse vinto questa guerra, sarebbe stato consacrato
genio universale e divino e la sua patria, malgrado
le sue numerose ferite, avrebbe ritrovato non solamente
la sua piena integrità territoriale e il
suo impero, ma l'alone di gloria che l'ha circondata
nell'antichità.
Vinto, egli è destinato allo spregio e le
radio del mondo intero lo proclamano anticristo,
Lucifero, o Cesare da Carnevale.
Come Napoleone alla sua morte. Ma il tempo rimette
ogni cosa al suo giusto posto. La storia non potrà
vilipendere la sua memoria e gli renderà
giustizia. Il suo sangue non sarà sparso
invano.
Più di ogni altro è quello dei martiri
che feconda la vita dei popoli. In vita, Mussolini
aveva già la sua leggenda; essa ingrandirà.
Mai, dopo il rinascimento, l'Italia ha palpitato
tanto di vitalità quanto durante il grande
periodo del Duce.
Nelle istituzioni, nei codici mussoliniani c'era
ancora il fremito di un mondo nuovo. Poi, dalle
Alpi al Nilo, dalla Spagna al Volga il sangue ardente
dei soldati italiani inondò questa terra..
Nell'aria brillava un sole di gloria. Ebbene, qualunque
cosa avvenga, questo passato non morirà.
Il fermento che egli ha riversato non solamente
nelle vene italiane, ma nelle arterie del mondo,
continuerà a bollire.
Ai popoli in agitazione egli ha indicato una delle
strade della salvezza. La disfatta fa retrocedere
nel cammino percorso. Altri, più tardi, riprenderanno
questa grande via maestra, la via Appia della Storia.
Innumerevoli frutti sorgeranno dalla sua esperienza,
dalla sua fede, dal suo martirio.
Un giorno Mussolini diverrà immagine e idea.
Egli ha conosciuto il trionfo e ha conosciuto l'avversità.
Ha raggiunto la fama. Continuerà a vivere
negli spiriti. Gli si domanderanno esempi, lezioni,
una dottrina. Il prestigio del suo nome resterà
intatto.
Rimarrà uno dei più grandi artefici
della trasformazione dell'Europa e del mondo. Egli
apparirà nei secoli futuri come una delle
forze rivoluzionarie più efficaci della storia.
(Paul Gentizon)
tratto da "NuovoFronte" n°
151 febbraio 1995
*************************
Note:
(1) Il bilancio del fascismo?
Ecco le dichiarazioni che M.W. Churchill ha fatto
alla stampa italiana nel gennaio del 1927, durante
un viaggio a Roma.
" Il vostro movimento ha reso un servizio al
mondo intero. Sembra che ciò che caratterizza
tutte le rivoluzioni sia una progressione costante
verso la sinistra, una sorta di slittamento inevitabile
verso l'abisso. L' Italia ha dimostrato che esiste
un mezzo per combattere le forze sovversive che
possono ingannare le masse popolari e che queste,
ben condotte, possono apprezzare il valore di una
società civilizzata e difendere l'onore e
la stabilità. L' l'Italia che ci ha dato
l'antidoto necessario contro il veleno rosso. ("La
decomposizione dell'Europa liberale" pag.
178 M. Bertrand de Jouvenel).
(2) Ci sarebbe da scrivere una pagina di alto interesse
storico che proverebbe che i disfattisti italiani
del 1915 - allora germanofili - sono stati i germanofobi
del 1940-1945
(3) la frase è di Renan
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Il Presidente Provinciale
Ufficio Politico del M.N.P.
Per le Federazioni del R.N.C.R. RSI-Continuità
Ideale e del
Movimento Nazional Popolare del Verbano-Cusio-Ossola
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