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Le Firme * Claudio Antonelli

I paragoni di Gian Antonio Stella

23.02.07 - Ieri sui marciapiedi, a Montréal, era proibito alla gente di sostare e conversare con amici. Del resto a nessun quebecchese o canadese era venuto mai in mente di farlo, non perché fosse proibito ma perché non faceva parte delle sue abitudini. Più di un italiano, invece, dovette trascorrere una notte in prigione, in quei tempi, e pagare una multa salata per aver osato “oziare” sul marciapiede. Oggi, invece, capita che le strade vengano chiuse al traffico proprio per permettere alla gente non solo di sostare in gran numero sul marciapiede, ma di occupare l’intera superficie stradale.

A che tipo di riflessioni spinge questo capovolgimento mentale della popolazione nei confronti del marciapiede? Innanzitutto che nessuno vede gli eccessi delpresente: si aprono gli occhi solo dopo. Occorre poi dire che siamo stati soprattutto noi italiani a patire l’intransigenza della popolazione locale, prima che avvenisse la beatificazione del diverso.

I calci nel didietro che abbiamo subito sui marciapiedi canadesi ci spingono anche ad un’altra riflessione. Il trattamento che ieri era riservato, qui in Canada, agli italiani, mette in evidenza quanto sia ingiusta l’equiparazione che molti fanno in Italia fra extracomunitari che hanno illegalmente invaso la penisola – mi riferisco ai clandestini che costituiscono un buon numero delle presenze straniere – e italiani che ieri emigravano, adattandosi alle norme, anche assurde, dei paesi di accoglienza. Dirò per inciso che in Australia, agli italiani non era neppure permesso, in un luogo pubblico, parlare italiano tra loro. Oggigiorno le masse di zingarelli, che nella penisola si consacrano per professione al borseggio, possono tranquillamente tenersi su qualunque marciapiede senza tema di venir disturbati. E così tutti gli altri, incuranti delle norme, delle tradizioni, delle abitudini del paese nel quale risiedono, spesso illegalmente. Gli africani che occupano abusivamente i marciapiedi nelle zone turistiche più frequentate a Venezia, a Firenze, a Roma e altrove, offrendo mercanzia contraffatta, non si preoccupano della polizia. I questuanti provenienti dall’est europeo, o da altri lidi, che vi importunano con le loro richieste non hanno da temere l’accusa di vagabondaggio. Eppure personaggi ineffabili come Gian Antonio Stella, affetti da un buonismo minchione e che non hanno mai conosciuto la vita all’estero se non per sentito dire, si ostinano a stabilire un paragone tra chi ieri ha subito, e chi, oggi, fa subire i suoi accessi spesso agli stessi che ieri hanno subito.

In un paesino della Val Camonica, dove ho avuto modo recentemente di soggiornare, ho udito la stessa triste storia dalla bocca di chi anni addietro si era recato a lavorare nella Svizzera tedesca: “I giovani svizzeri ci venivano dietro e ci tormentavano gridandoci, in tedesco ‘Zingari! Zingari!’”. Quei nostri zingari erano gente pulita, più che decente, con il senso della famiglia, delle responsabilità, con un gran desiderio di lavorare. Ma per i giovani razzisti svizzeri erano invece gente da tormentare. Oggi ad essere tormentati in Italia, sono gli italiani, oggetto delle attenzioni aggressive degli zingari, quelli veri. Parlo con cognizione di causa, essendo stato ad un pelo dal farmi borseggiare da bande di zingarelli, in un paio d’occasioni durante una mia recente vacanza in Italia. Per non parlare dei mendicanti di professione che in Italia vi tormentano ad ogni angolo di strada, chiedendovi spesso con l’accento slavo l’elemosina. Sottolineo l’accento slavo perché a noi esuli giuliano- dalmati l’accento slavo suscita penosi ricordi.
Mi si dirà che sono altri tempi. Ed è proprio così: oggi sono altri tempi. O altrimenti detto: oggi si è passati al capovolgimento degli eccessi di ieri.
Domani, forse, ci si accorgerà di questi nuovi eccessi. Bisogna saper aspettare.
Ma non è sempre facile.

Claudio Antonelli (Canada)




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