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Le Firme * Claudio Antonelli

Un parlare incomprensibile

12.03.07 - L’inglese Alistair Cook, che morì qualche fa all’età di 95 anni, è considerato uno tra i più grandi giornalisti radio-televisivi di tutti i tempi. Ma quale fu la “formula” di questo straordinario giornalista della BBC? Egli la spiegò così:
“Durante la fine della guerra, la BBC a New York invitò diversi esiliati famosi, per lo più francesi, a venire a parlare ai partigiani alla macchia. Questi esiliati erano uomini di lettere famosi. E io ebbi il privilegio di stare in sala di regia. Pensai allora che avrei imparato molto sulla maniera di fare radioffusione ascoltando parlare questi grandi. Ciò che imparai invece è che questi erano degli orribili comunicatori radiofonici. Essi avevano redatto dei saggi e sermoni, e li lessero in onda. Allora all’improvviso io mi resi conto che esisteva una nuova professione di fronte a me: scrivere per parlare. Mettere sulla pagina parole secondo la sintassi e la normale confusione che caratterizza il semplice parlare.” In altri termini, questo grande giornalista capì che non bisognava leggere alla radio testi fatti per la lettura e non per l’ascolto.
È giocoforza constatare che, in Italia, questa semplice lezione è ignota ai più.
Costituiscono infatti un fenomeno unico questi giornalisti radiofonici italiani che scaricano ininterrottamente, con tono un po’ esaltato, frasi fiume, adatte ad un testo scritto ma non ad uno destinato ad essere letto. Usano poi tutti la formula della lunga dichiarazione fatta da questo o quel personaggi, senza ricorrere a un preambolo chiarificatore. E la lunga frase fiume, che nel testo scritto si saprebbe subito a chi attribuire grazie alle virgolette che appunto servono ad indicare una citazione, letta in onda sembra essere il commento diretto del giornalista. Solo alla fine vi è il chiarimento: “Ha dichiarato Pinco Pallino.”
La televisione e la radio del mondo intero ci hanno abituati a frasi snelle di facile comprensione. I giornalisti televisivi italiani usano invece uno stile farraginoso, prolisso, pesante. Il ritmo però è da jazz: i “dicitori” procedono a sprazzi, con imprevedibili pause che ingenerano oscurità e confusione.
Un bravissimo giornalista che però aveva il vezzo – perché spesso ubriaco – di precedere con il ritmo di un carrello da Luna Park sulle montagne russe, fu Ruggero Orlando, corrispondente dagli Stati Uniti. Anni dopo vi fu un altro giornalista – Demetrio Volcic – grande appassionato di ritmi sincopati di frasi lunghe, piene di proposizioni coordinate e subordinate.
Alla televisione si vedono queste giornaliste del telegiornale che saettano la testa come per meglio spezzare le loro frasi fuori punteggiatura. Dagli Stati Uniti Gerardo Greco, corrispondente della RAI, procede travolgente, logorroico, seguendo un misterioso ritmo disarticolato, anarchico che snatura totalmente il senso del discorso. Le frasi si succedono senza il minimo rallentamento. La sua erogazione ininterrotta è pero per un attimo sospesa, ogni tanto, da pause illogiche che spezzano e rendono ancora più incomprensibile il discorso. È così semplicemente impossibile capire cosa stia dicendo. Se qualcuno parlasse così, nella vera vita, l’interlocutore lo interromperebbe con un “Ma cosa sta dicendo?
Non capisco niente”. Ma sono sicuro che Greco non parla così nella “vera vita”.
Il rispetto delle pause - pause brevi - per separare le frasi tra di loro sembra essere diventata un’ammissione di mediocrità. Nella patria del bel canto, tutti sembrano aderire a dei misteriosi canoni musicali da ritmo sincopato. E così tutti somigliano a degli Orlando ubriachi o a dei Volcich all’amfetamina, senza però la bravura di costoro. Il testo, erogato senza alcun rispetto della punteggiatura, diviene un profluvio di parole di difficilissima comprensione.
Due perle storiche, da me raccolte, di questo parlare incomprensibile: “Marini non mangia. Il vitto dell’istituto è in cella da solo”. Ma chi è in cella: il vitto o Marini? “Shamir ha detto: il Papa è morto da eroe” Come, il papa è morto? No, è morto Shamir. Ma per il giornalista radiofonico, come ho detto, le pause non contano, e così tutti capiscono fischi per fiaschi.
Stranamente, nessuno in Italia sembra rendersi conto di questa maniera non naturale che hanno i giornalisti della radio di leggere le notizie. Infatti non ho mai letto una sola critica al riguardo. Ma probabilmente ciò succede perché pochi li ascoltano. Gli italiani preferiscono parlare. E parlano, parlano...
Parlano troppo e a voce troppo alta, ma con un minimo di pause, tra una frase e l’altra. Dopo tutto ci tengono a farsi capire.

Claudio Antonelli (Canada)





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