LOsservatorio
Extracomunitari
e criminalità
04.05.07,
MONTREAL - Quando io
m installai a Montréal
da immigrato, mi accorsi con
sgomento che noi italiani, in
Québec, eravamo considerati
una razza molto propensa al
crimine.
Constatai nello stesso tempo,
però, che pochissimi
nomi italiani figuravano nelle
pagine di cronaca nera, zeppe
invece di nomi nostrani quebecchesi.
Un criminologo, certo Ribordy
(Ribordy, F.-X.: Immigration,
conflit de culture et criminalité
des Italiens à Montréal,
thèse Ph.D., Université
de Montréal, Ecole de
criminologie) si propose addirittura
di studiare questa predisposizione
al crimine degli italiani
del Québec, ed emise
l ipotesi che il fenomeno
fosse da attribuire al disadattamento
dovuto alla loro condizione
d immigrati. Per condurre
scientificamente la ricerca
e trovar conferma alla sua ipotesi
di partenza sull alto
indice di criminalità
dei membri della comunità
italiana, lo studioso decise
di partire dai dati statistici
sui crimini da loro commessi.
Era infatti convintissimo di
poter trovare con facilità
la prova di quella che per lui
e per tutti gli altri
era una verità
lapalissiana, vale a dire che
il nostro gruppo fosse massicciamente
rappresentato nelle aule di
tribunale e nelle galere. Rimase,
quindi, enormemente sorpreso
quando i dati statistici, da
lui raccolti con metodo scientifico,
gli diedero torto. Questi dati
provavano non solo che, in Québec,
gli italiani non erano più
criminali degli altri,
ma che lo erano molto ma molto
di meno. Per l esattezza,
in Québec, la percentuale
degli italiani autori di crimini
era di ben sette volte inferiore
a quella del resto della popolazione.
Si stenta quasi a crederlo,
ma questa era la verità.
Ribordy dovette poi riconoscere
anche che una porzione del ridotto
numero di infrazioni penali
imputate agli immigrati italiani
era connessa al gioco d' azzardo.
In pratica costoro erano stati
beccati mentre giocavano a carte,
con amici e conoscenti, per
denaro. A ciò si aggiunga
che un certo numero di arresti
era dovuto al fatto che gli
italiani avevano tendenza ad
alzare la voce, e a gesticolare
e ad agitarsi in maniera eccessiva,
il che poteva tradursi in una
condanna per turbativa della
quiete pubblica. Tutti noi sappiamo
che nel passato, a Montréal,
era persino proibito star fermi
sul marciapiede e conversare
con gli amici. Insomma, Ribordy
dovette ammettere che non solo
gli italiani davano uno scarso
apporto al crimine, ma che una
parte dei crimini a loro imputati
era di natura culturale,
non costituente quindi una seria
minaccia per la società.
Che sia la stessa cosa per gli
extracomunitari in Italia? Che
gli extracomunitari della penisola
siano in realtà molto
più ligi alle regole
e rispettosi della legge degli
italiani stessi? Che l
impressione negativa che si
ha di loro sfogliando le pagine
di cronaca dei giornali nasca
in realtà dai nostri
pregiudizi anti-straniero? Tutto
è possibile. Ma io nutro
seri dubbi...
Diversi indizi proverebbero
che l alto numero di stranieri
presenti nelle carceri del Belpaese
è decisamente sproporzionato
rispetto al numero totale delle
presenze straniere in Italia.
Sarebbe quindi opportuno conoscere
l entità del contributo
dato alla criminalità
dagli extracomunitari e soprattutto
da quelli clandestini. Non dispiaccia
la cosa al giornalista Gian
Antonio Stella, che equipara,
dando prova del solito compiacimento
autodenigratorio italiano, gli
immigrati stranieri di oggi
agli emigrati italiani di ieri.