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Le Firme * Claudio Antonelli

Il mistero della canzone italiana

12.05.07, Montreal, CANADA - Per me è un mistero. Novanta volte su cento, i cantanti italiani che ascolto alla radio non sembra che stiano cantando, ma che stiano facendo una parodia di quel che è il cantare. Capisco l’originalità, capisco l’espressione artistica, capisco l’estro creativo, ma alle mie orecchie giungono voci petulanti e alterate, che però, a quanto pare, piacciono immensamente alle masse. Alle masse della penisola devo precisare, perché la canzone italiana è in sostanza sconosciuta al di fuori dei confini nazionali.
Alcuni cantano in falsetto, altri invece tirano fuori dalle trippe, con vigorosa rabbia, voci negre che sono una vera e propria parodia. Le voci di questi cantanti, così apprezzati dal pubblico, sembrano tese all’esagerazione, all’ironia, alla caricatura, alla presa in giro. Valga tra tutti l’esempio di Mina, questo mostro sacro totalmente sconosciuto all’estero ma adorato dagli Italiani, che vedono in lei l’espressione più alta della « classe » e della sofisticazione « made in Italy ». Mina, da gattona sovrappeso e in là con gli anni, fa le fusa, cadenza e strascica le frasi con tono petulante che vorrebbe essere snob e sexy, fa insomma la parodia di se stessa. Il tutto tra gli scroscianti applausi delle masse estasiate.
A parte il tono forzato e innaturale di questo buon novanta per cento dei cantanti, i testi delle canzoni sono grotteschi, pieni di pretese, con lunghe frasi che si accavallano, dense di pensieri grumosi che vorrebbero essere filosofici da « così parlò Zarathustra ». Il rap all’italiana assurge poi a vera e propria cretineria. Qualche volta i cantanti sono addirittura stonati, come un po’ stonata mi è sempre apparsa la voce per me da tortura di un altro gigante - « big » in lingua italiana - oggi scomparso, Lucio Battisti, vero e proprio idolo sia del popolo sia delle élites, in un’Italia finalmente unificata e cui il culto della canzone sgangherata fornisce un succedaneo di quella coscienza nazionale ancora latitante.
A questo punto io mi chiedo umilmente : che siano le mie orecchie a deformare i suoni, e che vi sia in me un’incapacità congenita a recepire, senza alterazioni e interferenze, voci valide, la cui bellezza è riconosciuta da tutti gli altri ?
Sono però costretto a concludere che no, che il difetto non sta in me, perché dopotutto i veri « big » internazionali, di sicura fama, nati in altre lande, piacciono anche a me. E le loro voci mi giungono con fedeltà, senza deformazioni. Quindi il mistero persiste su questo apprezzare da parte di tutto un popolo la parodia, la deformazione, l’esagerazione, il ridicolo.
Lo strano fenomeno di una canzone all’italiana eccessiva e parodistica, un po’
da circo equestre e un po’ da avanspettacolo di paese, o nei casi migliori da cabaret, forse si può cominciare a capire analizzando, in parallelo, un altro mistero : il successo dei programmi di varietà italiani in cui il massimo dell’umorismo è dato da uno spirito urlato, becero, ripetitivo, senza guizzi né finezze, tra un mare di tette e di chiappe, con un pubblico che applaude e si applaude, freneticamente Chiedo venia al lettore per questo mio sfogo, a lungo represso.

Claudio Antonelli (Canada)



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Montréal - Canada
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