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Le Firme * Claudio Antonelli

Infelicità all’italiana


30.05.07 - Periodicamente, i risultati di nuove indagini, di nuovi studi, di nuove ricerche “smentiscono i luoghi comuni e gli stereotipi finora vigenti”. Un paio di anni fa, stando ai risultati di una di una di queste ricerche che nelle intenzioni “fanno avanzare il progresso”, e che in realtà rincretiniscono un po’ di più la gente, gli organi d’informazione annunciarono che l’inglese era un popolo estroverso ed esuberante, e l’italiano tra i più schivi e meno comunicativi.
Ebbene, secondo l’ultimo di questi studi che tenderebbero a ristabilire la verità dei fatti, “gli italiani sono i più infelici e tristi d’Europa”. Questo secondo i titoli dei quotidiani italiani, “Corriere della Sera” in testa.

Leggendo però gli articoli ci si accorge che tali titoli non corrispondono esattamente al contenuto: ancora più infelici e tristi di noi italiani, in Europa, sarebbero i portoghesi e i greci. Noi siamo però quasi al vertice della sofferenza e dell’infelicità. Il che non è poco.
L’italiano, che tutti vedono come un popolo esuberante e certamente più gioioso delle popolazioni nordiche, afflitte da un tasso superiore di suicidi, d’alcolismo e di criminalità, sarebbe tra i popoli più infelici d’ Europa.

Inutile nasconderselo: tale notizia è stata una doccia fredda per noi, originari del Belpaese.
Ma su cosa si sono basati gli “esperti” per stabilire una tale graduatoria? I criteri prescelti dai ricercatori non sono molto chiari. Quel che si capisce, leggendo gli articoli in questione, è che campioni rappresentativi dei vari popoli hanno risposto a domande miranti ad accertare, sia il loro grado di soddisfazione nei confronti della vita, sia la loro fiducia nei confronti del proprio paese. A me quindi appare logico che gli italiani siano risultati un popolo infelicissimo: dalle loro risposte è emersa una grande sfiducia nei politici e nelle istituzioni, e in genere uno scarso ottimismo circa il presente e soprattutto circa il futuro. Ma questo si sapeva: l’Italia è un paese dove tutti godono nel lamentarsi, e dove invece del “In God we trust”, “We shall overcome”, “E pluribus unum”, vigono motti come: “I nodi verranno al pettine”, “Così non si può andare avanti”, “L’Italia è finita”, “Beato te che vivi all’estero”, e così via piagnucolando...

L’italiano è superstizioso, diffidente, crede nei complotti, diffida di “Roma ladrona”. Occorre aggiungere: gli piace vivere bene – e in genere vive più che bene – continuando però a lamentarsi. Si lamenta per tradizione, ossia per fedeltà al padri anche loro grandi prediche. Si lamenta per scaramanzia, cioè per scongiurare il malocchio. E si lamenta anche “per non pagare il dazio”, vale a dire perché il fisco rapace non sappia. Il fatto che questo – per me sano – atteggiamento di scaramantico pessimismo di maniera, così diverso dall’ottimismo “all’americana”, sia stato interpretato come espressione di un’autentica infelicità, costituisce una vera e propria cantonata.
Un momento: ma chi ha diretto questa ricerca? Un’ italiana, certa Luisa Corrado. La cosa diventa allora un po’ più chiara: immaginate il piacere provato da questa studiosa nell’“accertare” che il popolo cui ella appartiene è tra i più tristi d’Europa.
Da buona italiana ne avrà tratto un’ intima, profonda soddisfazione, e una ragione di felicità. Dopo tutto il lamentarsi dà sollievo. Forse i popoli nordici si suiciderebbero e ammazzerebbero di meno se lo sapessero. Ma noi non glielo diremo. Noi non gli riveleremo il piacere che si prova – per dirla volgarmente – nel “chiagnere e fottere”, arte in cui eccellono gli italiani, napoletani in testa.

Come poi spiegare l’inesattezza della proclamazione, apparsa sul “Corriere della Sera” e sugli altri giornali della Penisola: “Italia, il popolo più infelice d’Europa”, quando ancora più infelici degli italiani sarebbero i portoghesi e i greci? Ancora una volta è il “chiagnere e fottere” a chiarire il mistero. I giornalisti italiani conoscono molto bene la voluttà del lamentarsi, dell’autodenigrazione, delle gramaglie, dello scongiuro, e non hanno voluto perdere un’occasione d’oro. Il boccone per loro era troppo ghiotto. Il proclamare gli italiani i più tristi e infelici d’Europa li ha fatti salivare di piacere, e hanno così scelto quel titolo solo in apparenza doloroso, ma in realtà trionfale, perché basato sul piacere perverso del compiacimento autodenigratorio.



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Claudio ANTONELLI
Montréal - Canada
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