Infelicità
allitaliana
30.05.07 - Periodicamente,
i risultati di nuove indagini,
di nuovi studi, di nuove
ricerche smentiscono
i luoghi comuni e gli
stereotipi finora vigenti.
Un paio di anni fa, stando
ai risultati di una di
una di queste ricerche
che nelle intenzioni fanno
avanzare il progresso,
e che in realtà
rincretiniscono un po
di più la gente,
gli organi dinformazione
annunciarono che linglese
era un popolo estroverso
ed esuberante, e litaliano
tra i più schivi
e meno comunicativi.
Ebbene, secondo lultimo
di questi studi che tenderebbero
a ristabilire la verità
dei fatti, gli italiani
sono i più infelici
e tristi dEuropa.
Questo secondo i titoli
dei quotidiani italiani,
Corriere della Sera
in testa.
Leggendo però gli
articoli ci si accorge
che tali titoli non corrispondono
esattamente al contenuto:
ancora più infelici
e tristi di noi italiani,
in Europa, sarebbero i
portoghesi e i greci.
Noi siamo però
quasi al vertice della
sofferenza e dellinfelicità.
Il che non è poco.
Litaliano, che tutti
vedono come un popolo
esuberante e certamente
più gioioso delle
popolazioni nordiche,
afflitte da un tasso superiore
di suicidi, dalcolismo
e di criminalità,
sarebbe tra i popoli più
infelici d Europa.
Inutile nasconderselo:
tale notizia è
stata una doccia fredda
per noi, originari del
Belpaese.
Ma su cosa si sono basati
gli esperti
per stabilire una tale
graduatoria? I criteri
prescelti dai ricercatori
non sono molto chiari.
Quel che si capisce, leggendo
gli articoli in questione,
è che campioni
rappresentativi dei vari
popoli hanno risposto
a domande miranti ad accertare,
sia il loro grado di soddisfazione
nei confronti della vita,
sia la loro fiducia nei
confronti del proprio
paese. A me quindi appare
logico che gli italiani
siano risultati un popolo
infelicissimo: dalle loro
risposte è emersa
una grande sfiducia nei
politici e nelle istituzioni,
e in genere uno scarso
ottimismo circa il presente
e soprattutto circa il
futuro. Ma questo si sapeva:
lItalia è
un paese dove tutti godono
nel lamentarsi, e dove
invece del In God
we trust, We
shall overcome,
E pluribus unum,
vigono motti come: I
nodi verranno al pettine,
Così non
si può andare avanti,
LItalia è
finita, Beato
te che vivi allestero,
e così via piagnucolando...
Litaliano è
superstizioso, diffidente,
crede nei complotti, diffida
di Roma ladrona.
Occorre aggiungere: gli
piace vivere bene
e in genere vive più
che bene continuando
però a lamentarsi.
Si lamenta per tradizione,
ossia per fedeltà
al padri anche loro grandi
prediche. Si lamenta per
scaramanzia, cioè
per scongiurare il malocchio.
E si lamenta anche per
non pagare il dazio,
vale a dire perché
il fisco rapace non sappia.
Il fatto che questo
per me sano atteggiamento
di scaramantico pessimismo
di maniera, così
diverso dallottimismo
allamericana,
sia stato interpretato
come espressione di unautentica
infelicità, costituisce
una vera e propria cantonata.
Un momento: ma chi ha
diretto questa ricerca?
Un italiana, certa
Luisa Corrado. La cosa
diventa allora un po
più chiara: immaginate
il piacere provato da
questa studiosa nellaccertare
che il popolo cui ella
appartiene è tra
i più tristi dEuropa.
Da buona italiana ne avrà
tratto un intima,
profonda soddisfazione,
e una ragione di felicità.
Dopo tutto il lamentarsi
dà sollievo. Forse
i popoli nordici si suiciderebbero
e ammazzerebbero di meno
se lo sapessero. Ma noi
non glielo diremo. Noi
non gli riveleremo il
piacere che si prova
per dirla volgarmente
nel chiagnere
e fottere, arte
in cui eccellono gli italiani,
napoletani in testa.
Come poi spiegare linesattezza
della proclamazione, apparsa
sul Corriere della
Sera e sugli altri
giornali della Penisola:
Italia, il popolo
più infelice dEuropa,
quando ancora più
infelici degli italiani
sarebbero i portoghesi
e i greci? Ancora una
volta è il chiagnere
e fottere a chiarire
il mistero. I giornalisti
italiani conoscono molto
bene la voluttà
del lamentarsi, dellautodenigrazione,
delle gramaglie, dello
scongiuro, e non hanno
voluto perdere unoccasione
doro. Il boccone
per loro era troppo ghiotto.
Il proclamare gli italiani
i più tristi e
infelici dEuropa
li ha fatti salivare di
piacere, e hanno così
scelto quel titolo solo
in apparenza doloroso,
ma in realtà trionfale,
perché basato sul
piacere perverso del compiacimento
autodenigratorio.