Québec
- L'italofobia
04.02.09 - Premessa.
Cosa spiega il fatto cosi'
evidente che noi, "italiani
all'estero", siamo i
meno indulgenti nel giudicare
il caos immigratorio italiano,
rifiutando di chiamare "razzista"
chi in Italia invoca un po'
d'ordine in questo campo?
La spiegazione è che
noi raffrontiamo la nostra
esperienza di immigrati in
paesi assai poco indulgenti
verso di noi, con la tolleranza
italiana verso l'abusivismo
cronico anche in campo immigratorio
esistente nella penisola.
Per non parlare del gusto
dell'autoflagellazione che
hanno gli italiani, sempre
pronti a denunciare le proprie
magagne, vere e inventate,
e a innalzare gli altri, in
nome di una tara storica:
l'esterofilia.
Ecco
la mia testimonianza sul disagio,
patito da tanti italiani,
in Québec, a causa
delle "accuse linguistiche".
Gli
studi sociologici e di altra
natura effettuati in Québec
sugli italiani sono stati
condizionati pesantemente
da quella che non è
esagerato definire "l'ossessione
linguistica" dei quebecchesi.
Ossessione probabilmente legittima
- non è questo il punto
- e che è da collegarsi
al al desiderio di affermare
in maniera definitiva, in
questo angolo di terra, la
propria identità etno-culturale
francese, contro la minaccia
di egemonia da parte del «
gruppo anglosassone »
- oggi piuttosto « gruppo
anglofono ».
Fatto sta che quest'ottica
unidimensionale ha impedito
per troppo tempo che i franco-quebecchesi
si interessassero agli italiani
dal punto di vista umano,
storico, sociale, o antropologico,
ma solo avendo l'animo pieno
dell'ossessione per le scelte
linguistiche dei nuovi arrivati.
Pertanto, nelle riviste e
nei giornali, gli articoli
sulla nostra comunità
sono stati improntati, in
genere, a mal celata antipatia,
e sono ruotati ossessivamente
intorno al tema della lingua
da noi prescelta - secondo
i nostri detrattori, l'inglese
- e dei dati statistici denuncianti
la nostra presenza massiccia
in questo o quel quartiere,
in questa o quella scuola.
Noi italiani siamo stati additati
dai quebecchesi come truppe
mercenarie, assoldate dal
nemico inglese, in una guerra
volta allo sterminio linguistico
dei "francesi".
L'immagine preferita era quella
dell'inondazione e dell'annegamento.
Lord Durham avrebbe infatto
detto: "La migliore maniera
è di annegare la popolazione
francese sotto il flusso continuo
d'una immigrazione organizzata
metodicamente, controllata
alla partenza, accolta all'arrivo,
e con una situazione assicurata
di privilegio nella colonia."
E proprio noi saremmo stati
i flutti dell'ondata anglofona,
volta ad annegare gli eredi
di Jacques Cartier. Di qui
l'ostilità, o l'indifferenza
sdegnosa, per gli immigrati,
considerati alleati degli
inglesi nella strategia posta
in atto da quest'ultimi per
anglicizzare il Québec.
A ciò si aggiungeva
poi la tradizionale accusa
rivolta agli italiani di venire
qui a rubare i posti di lavori
spettanti ai Québécois,
e di accettare, per giunta,
retribuzioni molto basse,
con la conseguenza di far
abbassare anche per gli altri
il livello delle retribuzioni.
E di qui anche la sempiterna
girandola di dati statistici
che accompagnava ogni scritto
che trattasse della nostra
presenza. In quei tempi -
lo ricordo chiaramente - negli
incontri individuali, cioè
nelle conversazioni con franco-quebecchesi
appena incontrati noi suscitavamo
un immancabile riferimento
agli altri italiani: "Vous,
les Italiens".
Inoltre, ben presto nella
conversazione facevano capolino
la questione linguistica,
e i relativi dati statistici,
demografici, ecc., tutti comprovanti
una nostra presenza eccessiva
qui nel Québec. I quebecchesi
sembravano incapaci di fare
astrazione dalla questione
linguistica e ci ponevano
sempre in stato d'accusa.
Il punto più basso
di questa "italofobia"
è stato toccato nel
da un immondo scritto razzistico,
pubblicato da una rivista
scientifica, sull'"inferiorità"
genetica dei Siciliani. L'autore
dello scritto era un noto
esponente dell'intellighenzia
nazionalistica canedese, certo
François Hertel.
Un
altro sconcio attacco veniva
sferrato contro gli italiani
del Québec da Françoise
Loranger con il suo "Medium-saignant"
(1970), lavoro teatrale di
una violenza poco comune.
Gli italiani del Québec
venivano presentati come una
sentina di tutti i vizi.
Gli attori che ci rappresentevano
apparivano ricchi, impellicciati,
ingioiellati, e nello stesso
volgari, aggressivi, canaglie.
L'autore faceva leva abilmente
sui sentimenti del pubblico,
che veniva pesantemente provocato
dagli attori raffiguranti
gli italiani.
Il risultato della manipolazione
indegna delle emozioni, operata
da questo evidente gioco al
linciaggio, era, ogni volta,
l'immancabile reazione verbale
e fisica del pubblico presente
alla "Place des Arts".
Infatti molti del pubblico,
durante lo spettacolo, si
scagliavano animalescamente
contro gli attori - gli italiani
- facendosi sotto la scena
con grida, epiteti, gesti
aggressivi, e persino con
sputi.
Ricordo di aver temuto, per
un momento per la mia stessa
incolumità, di fronte
a questa ondata d'odio, nel
caso che qualcuno, poiché
io mi trovavo tra gli spettatori,
potesse riconoscermi come
italiano.
Uno
o due giorni dopo mi trovai
a parlare con lo scrittore
Giorgio Bassani, ospite dell'Istituto
italiano di cultura di Montréal.
Credendolo molto sensibile
ai problemi di razzismo, dato
il tema della sua opera principale
"Il giardino dei Finzi
Contini", affrontato
anche in quell'occasione incontrando
il publico di Montréal,
gli denunciai l'accaduto e
lo invitai ad andare a vedere
"Medium-saignant".
Ma egli non lo fece. Né
lo fecero i membri di un organsimo
comunitario cui denunciai
la cosa. .
Un
critico della Gazette definì
il discorso d'odio di "Medium-saignant"
assai simile per violenza
e intensità alla propaganda
in voga nella Germania nazista.
Ma tant'è, se non se
la presero gli stessi italiani,
non c'è da meravigliarsi
allora che non ne parli mai,
perché non ne sa niente,
e, anche se lo sapesse, non
gli interesserebbe, lo scrittore
Mordecai Richler, così
pronto a denunciare tutto
quanto egli vede come un attacco
contro i propri simili, ma
appunto: i propri simili.
Forse il Multiculturalismo
vuol dire anche questa solidarieta
di tipo quasi tribale, cui
nessuno finisce con lo sfuggire...
Io
denunciai il razzismo di quell'indegno
lavoro teatrale, in una nota
sul "Cittadino canadese",
settimanale di Montréal.