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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

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Claudio Antonelli

Québec - L'italofobia

04.02.09 - Premessa. Cosa spiega il fatto cosi' evidente che noi, "italiani all'estero", siamo i meno indulgenti nel giudicare il caos immigratorio italiano, rifiutando di chiamare "razzista" chi in Italia invoca un po' d'ordine in questo campo? La spiegazione è che noi raffrontiamo la nostra esperienza di immigrati in paesi assai poco indulgenti verso di noi, con la tolleranza italiana verso l'abusivismo cronico anche in campo immigratorio esistente nella penisola. Per non parlare del gusto dell'autoflagellazione che hanno gli italiani, sempre pronti a denunciare le proprie magagne, vere e inventate, e a innalzare gli altri, in nome di una tara storica: l'esterofilia.

Ecco la mia testimonianza sul disagio, patito da tanti italiani, in Québec, a causa delle "accuse linguistiche".

Gli studi sociologici e di altra natura effettuati in Québec sugli italiani sono stati condizionati pesantemente da quella che non è esagerato definire "l'ossessione linguistica" dei quebecchesi. Ossessione probabilmente legittima - non è questo il punto - e che è da collegarsi al al desiderio di affermare in maniera definitiva, in questo angolo di terra, la propria identità etno-culturale francese, contro la minaccia di egemonia da parte del « gruppo anglosassone » - oggi piuttosto « gruppo anglofono ».
Fatto sta che quest'ottica unidimensionale ha impedito per troppo tempo che i franco-quebecchesi si interessassero agli italiani dal punto di vista umano, storico, sociale, o antropologico, ma solo avendo l'animo pieno dell'ossessione per le scelte linguistiche dei nuovi arrivati. Pertanto, nelle riviste e nei giornali, gli articoli sulla nostra comunità sono stati improntati, in genere, a mal celata antipatia, e sono ruotati ossessivamente intorno al tema della lingua da noi prescelta - secondo i nostri detrattori, l'inglese - e dei dati statistici denuncianti la nostra presenza massiccia in questo o quel quartiere, in questa o quella scuola.
Noi italiani siamo stati additati dai quebecchesi come truppe mercenarie, assoldate dal nemico inglese, in una guerra volta allo sterminio linguistico dei "francesi". L'immagine preferita era quella dell'inondazione e dell'annegamento. Lord Durham avrebbe infatto detto: "La migliore maniera è di annegare la popolazione francese sotto il flusso continuo d'una immigrazione organizzata metodicamente, controllata alla partenza, accolta all'arrivo, e con una situazione assicurata di privilegio nella colonia."
E proprio noi saremmo stati i flutti dell'ondata anglofona, volta ad annegare gli eredi di Jacques Cartier. Di qui l'ostilità, o l'indifferenza sdegnosa, per gli immigrati, considerati alleati degli inglesi nella strategia posta in atto da quest'ultimi per anglicizzare il Québec. A ciò si aggiungeva poi la tradizionale accusa rivolta agli italiani di venire qui a rubare i posti di lavori spettanti ai Québécois, e di accettare, per giunta, retribuzioni molto basse, con la conseguenza di far abbassare anche per gli altri il livello delle retribuzioni.
E di qui anche la sempiterna girandola di dati statistici che accompagnava ogni scritto che trattasse della nostra presenza. In quei tempi - lo ricordo chiaramente - negli incontri individuali, cioè nelle conversazioni con franco-quebecchesi appena incontrati noi suscitavamo un immancabile riferimento agli altri italiani: "Vous, les Italiens".
Inoltre, ben presto nella conversazione facevano capolino la questione linguistica, e i relativi dati statistici, demografici, ecc., tutti comprovanti una nostra presenza eccessiva qui nel Québec. I quebecchesi sembravano incapaci di fare astrazione dalla questione linguistica e ci ponevano sempre in stato d'accusa.
Il punto più basso di questa "italofobia" è stato toccato nel da un immondo scritto razzistico, pubblicato da una rivista scientifica, sull'"inferiorità" genetica dei Siciliani. L'autore dello scritto era un noto esponente dell'intellighenzia nazionalistica canedese, certo François Hertel.

Un altro sconcio attacco veniva sferrato contro gli italiani del Québec da Françoise Loranger con il suo "Medium-saignant" (1970), lavoro teatrale di una violenza poco comune. Gli italiani del Québec venivano presentati come una sentina di tutti i vizi.
Gli attori che ci rappresentevano apparivano ricchi, impellicciati, ingioiellati, e nello stesso volgari, aggressivi, canaglie. L'autore faceva leva abilmente sui sentimenti del pubblico, che veniva pesantemente provocato dagli attori raffiguranti gli italiani.
Il risultato della manipolazione indegna delle emozioni, operata da questo evidente gioco al linciaggio, era, ogni volta, l'immancabile reazione verbale e fisica del pubblico presente alla "Place des Arts". Infatti molti del pubblico, durante lo spettacolo, si scagliavano animalescamente contro gli attori - gli italiani - facendosi sotto la scena con grida, epiteti, gesti aggressivi, e persino con sputi.
Ricordo di aver temuto, per un momento per la mia stessa incolumità, di fronte a questa ondata d'odio, nel caso che qualcuno, poiché io mi trovavo tra gli spettatori, potesse riconoscermi come italiano.

Uno o due giorni dopo mi trovai a parlare con lo scrittore Giorgio Bassani, ospite dell'Istituto italiano di cultura di Montréal. Credendolo molto sensibile ai problemi di razzismo, dato il tema della sua opera principale "Il giardino dei Finzi Contini", affrontato anche in quell'occasione incontrando il publico di Montréal, gli denunciai l'accaduto e lo invitai ad andare a vedere "Medium-saignant". Ma egli non lo fece. Né lo fecero i membri di un organsimo comunitario cui denunciai la cosa. .

Un critico della Gazette definì il discorso d'odio di "Medium-saignant" assai simile per violenza e intensità alla propaganda in voga nella Germania nazista. Ma tant'è, se non se la presero gli stessi italiani, non c'è da meravigliarsi allora che non ne parli mai, perché non ne sa niente, e, anche se lo sapesse, non gli interesserebbe, lo scrittore Mordecai Richler, così pronto a denunciare tutto quanto egli vede come un attacco contro i propri simili, ma appunto: i propri simili.
Forse il Multiculturalismo vuol dire anche questa solidarieta di tipo quasi tribale, cui nessuno finisce con lo sfuggire...

Io denunciai il razzismo di quell'indegno lavoro teatrale, in una nota sul "Cittadino canadese", settimanale di Montréal.



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