Una
partenza senza ritorno
07.02.09-
Mio padre e mia madre portarono
sempre nellanima il
lutto per la perdita della
terra natia, dove non vollero
mai più tornare neanche
per una fugace visita. Soprattutto
mio padre non si riebbe mai
più dal trauma del
crollo del proprio mondo e
degli inauditi atti di ferocia
di cui furono vittime tanti
suoi amici, a Pisino, ad opera
dei liberatori
titini. Questo fardello doloroso
di memorie e di lutti è
stato da loro trasmesso a
me. Ed io non riesco a parlare
di certe cose senza che il
male che mi porto dentro non
straripi attraverso tutto
il mio essere. Perché
non è facile scoperchiare
la bara delle vittime, degli
infoibati, degli sradicati
per sempre, senza soffrire
profondamente di nuovo.
Noi
profughi istriani, fiumani
e dalmati, vittime di una
vicenda storica per tanti
anni ignota ai più
noi non abbiamo avuto
il conforto che altri conoscessero
solo un po la nostra
storia e vittime della
nostra stessa mitezza: noi
non abbiamo mai espresso atti
di violenza terroristica,
neppure con bombe-carta o
petardi di sorta. Se è
impossibile trascorrere 24
ore negli Stati Uniti o in
Canada senza imbattersi, una
decina di volte, in notizie
riguardanti lOlocausto
e il ruolo storico
e metafisico di vittime
degli ebrei, per noi è
stato per tanti anni quasi
impossibile trovare un interlocutore
solo un po attento e
sensibile alla nostra vicenda
di esuli giuliano-dalmati.
Infatti, quando, sollecitato
da qualcuno, avevo parlato
della mia origine e un po
della nostra vicenda storica,
avevo trovato nellinterlocutore,
non di rado, perplessità,
incredulità o addirittura
ostilità. Allora
sei slavo..., era una
reazione normale. I comunisti,
poi, ci condannavano apertamente.
Lantipatriottismo,
invalso in Italia per tanti
anni, spiega queste reazioni.
Cosa volete, litaliano
è innanzitutto uomo
di partito. Il sentimento
di Patria gli è estraneo.
In Italia ed al di fuori dellItalia,
il grottesco manicheismo stabilito
dai vincitori non può
conferire altre patenti al
di fuori di quella di carnefici,
o di alleati dei carnefici,
al campo dei vinti. Da ciò
consegue che Tito, per anni,
è stato visto come
una figura leggendaria deroico
combattente antinazista.
Sconfitta,
esodo, perdita della terra
natale
Tali parole evocano
negli italiani brani lirici,
avvenimenti biblici, pagine
di storia riguardanti popoli
esotici. La parola esodo,
per noi, non ha invece nulla
di indeterminato, di vaporoso,
di romantico. Esodo fu la
nostra partenza di massa,
con la perdita di una delle
cose più preziose per
luomo: il microcosmo
che lo ha visto nascere e
gli ha riempito lanima
di colori, suoni, sapori,
che mai più ritroverà
altrove.
Partenza,
abbandono, radici spezzate,
fedeltà, madrepatria
Le parole, finché non
vengono vissute, sentite nella
carne, non possono darci tutto
quello che hanno dentro: dolcezze
ineffabili o tremendi veleni.
Come
passa il tempo
La Jugoslavia
di Tito solo ieri dava lezioni
politiche e morali al mondo
intero. Non vi era foro sui
problemi dellumanità
al quale luomo nuovo
titoista non partecipasse,
per dare ammaestramenti con
voce grossa ai meschini abitanti
del resto del pianeta su come
superare gli egoismi nazional-borghesi,
e così accedere ad
una nuova umanità,
più aperta, più
tollerante, più generosa.
Fa
quasi pena ironizzare sui
sanguinosi massacri che hanno
accompagnato lo smembramento
della Jugoslavia lungo le
sue cuciture etniche, ma non
è difficile immaginare
lo stato danimo di un
profugo istriano come me,
che per anni ha dovuto subire
le incredibili menzogne jugoslave,
avallate dai progressisti
del mondo intero, primi fra
tutti gli italiani. Questi
ultimi stravedevano per le
bandiere e le stelle rosse,
mentre giudicavano che esibire
i colori della propria bandiera
costituisse una provocazione
di stampo reazionario e fascista.
La
tragedia della nostra gente
si consumò, in quei
lontani giorni, nellassenza
dogni segno dattenzione,
di solidarietà, di
simpatia, e senza la presenza
dei riflettori, delle telecamere
e delle cineprese, che invece
illumineranno a giorno e riprenderanno
per le platee del mondo, i
sanguinosi scontri tra le
etnie jugoslave, anni dopo.
LIstria
si svuotò. Anche lanima
venne strappata ai luoghi.
Lo sa così bene chi
vi è tornato in visita:
i luoghi non hanno più
i loro Penati, i loro Mani,
i loro Lari, gli spiriti benigni
custodi delle memorie. I morti
ingoiati dalle foibe sono
morti per sempre. Forse è
stata la superstizione balcanica
di far morire con gli infoibati
anche un cane nero ad aver
sortito il suo effetto. Nessuno,
niente più tornerà.
Lestraneità dei
luoghi fu suggellata per sempre
in quei tragici giorni. I
campioni di pulizia etnica,
dopo tutto, seppero pulire
a fondo.
La
morte delle foibe segnò
lagonia e la fine di
un popolo. Questa morte avvenne
nellisolamento, nellindifferenza,
nel silenzio. Fu una morte
solitaria, senza funerali,
senza segni di lutto, senza
cordoglio, senza riti di passaggio.
Fu una morte, appunto per
questo, che non è mai
stata esorcizzata. Una morte
rimasta per sempre in molti
sopravvissuti, come purtroppo
ho potuto constatare nella
mia famiglia, nei miei genitori,
in me stesso.
È
pur vero che i vinti hanno
sempre torto. Ma questa volta
ai vinti sono stati attribuiti
tutti i torti delluniverso.
E in più hanno avuto
diritto ai lazzi e agli sberleffi.
La sconfitta della patria
nella seconda guerra mondiale
ha fornito un inesauribile
materiale umoristico alle
meningi dei creatori italiani,
che hanno prodotto una chilometrica
sequela di film, libri, lavori
teatrali, improntati alla
parodia
Il paese di
Pulcinella è ritornato
alla sua vocazione antica,
forse la sua sola vera, di
popolo di saltimbanchi, di
macchiette, di gente scaltra,
esuberante, che sa divertirsi,
e che per secoli ha fatto
il tifo ora per un occupante
straniero ora per laltro.
Oggi,
dopo decenni di martellamento
e di spernacchiamenti contro
lItalia che fu, io stesso
ho talvolta dei dubbi e mi
chiedo se dietro gli
apparati, dietro una certa
retorica e il pompierismo
di certi protagonisti e di
certe comparse che seppero
trarre profitto da quel sogno
di gloria vi
fosse vera sostanza, cioè
gente con intenzioni sane,
coscienze normali, sentimenti
giusti. Ma poi mi basta pensare
ai cosiddetti fascisti
della mia famiglia e della
cerchia dei miei parenti
gente pacifica, seria, onesta,
umana, leale, ordinata, con
un profondo senso di civismo
e di solidarietà nazionale
e allora ancora più
tragica mi appare la sorte
di chi, ai confini, fu ingannato
da quella speranza, e credette
realmente in quel sogno, pagando
poi di persona, anche con
la vita, per quella che in
fondo era unillusione...
Molti
degli italiani del confine
orientale vissero il sogno
di una nuova Italia come qualcosa
di serio, di nobile, di bello.
Allordine e alla serietà
erano stati educati dalla
dominazione austriaca. Al
senso dellonore, al
patriottismo, al desiderio
di essere considerati in tutto
e per tutto italiani, erano
stati preparati da una lunga
attesa, dal culto di Roma
e di Dante... Da molto, troppo
tempo questa gente attendeva
la redenzione,
termine che non ha avuto mai
nulla di retorico per i nostri
padri perché sentimento
vero.
Triste
fu la sorte di tanti profughi
che, come i miei genitori,
dopo il naufragio, rimasero,
nonostante tutto perché
nasconderlo? fedeli
a quellillusione così
vicina alla loro natura più
intima, e continuarono a mettere
in pratica quotidianamente
gli ideali dordine,
autodisciplina, onestà,
serietà, solidarietà
nazionale, patriottismo. E
non avrebbero potuto far diversamente,
perché non tutti cambiano
natura cambiando geografia.
Chi
parlava dei morti della foiba
di Basovizza, fino a non molto
tempo fa rischiava laccusa
di voler minimizzare la Risiera
di San Sabba. Il Presidente
più amato dagli italiani,
Pertini, non fece mai pericolose
confusioni circa i martiri
Doc. Quando andò
a Trieste volle commemorare
le vittime della Risiera di
San Sabba, ma non le vittime
delle foibe.
Non
si può capovolgere
il lieto fine della seconda
guerra mondiale. Alla belva
è stata piantata unasta
dacciaio nel cuore.
Ci mancherebbe altro che si
cercasse ora di dar voce ai
morti delle foibe, che si
rivelasse il martirio dei
vinti, ricordando la tragedia
degli stessi civili tedeschi,
bambini compresi, espulsi,
violentati, massacrati. Non
confondiamo i cattivi con
i buoni. Non confondiamo i
morti innocenti... Ai Finzi
Contini i loro giardini, sempre
al centro della produzione
letteraria e cinematografica
del mondo intero in un crescendo
di cui non si intravede la
fine. Silenzio assoluto invece
per più di mezzo secolo
sui nostri orti dellIstria,
sulle nostre case di pietra
occupate da altri, e sullo
sradicamento che è
stato la peggiore tragedia
che poteva toccare a noi,
popolo non nomade ma profondamente
attaccato alla terra, e popolo
di una sola patria.
La
rinuncia forzata alla terra
natale è la perdita
di un qualcosa dinsostituibile
che aiutava a dar senso allassurdità
della vita. Di qui un sentimento
di destino mancato
che hanno tanti esuli, soprattutto
quelli che vivono allestero.
I
quebecchesi piangono una sconfitta
subita quasi trecento anni
or sono. Gli ebrei piangono
un esodo avvenuto un paio
di millenni fa. Vi sono stati
dei giovani canadesi, australiani,
americani, di genitori croati,
che sono andati a combattere,
a uccidere e a morire, nella
nuova Croazia in guerra con
la Serbia (cosa che io stesso
giudico eccessiva, anche perché,
nella mia concezione del patriottismo,
alla terra in cui si nasce
sono dovuti amore e lealtà).
La sconfitta in Giappone causò
suicidi di massa. Molto diffuso
tra gli americani è
il culto dellonore nazionale.
Io non voglio giustificare
certi eccessi che nascono
dal culto della patria e dellonore
nazionale, ma semplicemente
dire che quando paragono il
mio patriottismo, il mio senso
di lutto per la tragedia della
Venezia Giulia e della Dalmazia
al senso spasmodico didentità
etnico-religiosa, al vittimismo,
al senso di esclusione verso
gli altri, e al culto di un
passato plurimillenario che
hanno gli ebrei, io non posso
non considerarmi un tiepido,
un moderato, un laico
. E lo stesso mi succede quando
raffronto il mio senso guerriero
a quello di ceceni, serbi,
croati, irlandesi, baschi,
corsi, ceceni
Lantipatriottismo,
lopportunismo e il filocomunismo
di larghi strati in Italia
sono stati la causa diretta,
se non altro, della mia decisione
di emigrare. Adesso può
far sorridere il pensiero
che vi fosse gente in Italia,
allora, che temeva
come sempre lo temettero i
miei genitori il ripetersi
del ribaltone,
quale lo avevano già
conosciuto in Istria. Essere
profughi giuliani, essere
fermamente anticomunisti non
era certamente un titolo di
merito nellItalia che
espresse il terrorismo delle
Brigate Rosse e il diffusissimo
fenomeno degli utili idioti
e dei radical chic che esaltavano
la Jugoslavia di Tito, non
solo, ma la Cina di Mao e
la Cambogia di Pol Pot.
Gli
studi consacrati alle vittime
di avvenimenti collettivi
tragici constatano che queste
rimangono afflitte da un senso
di solitudine, quando tali
pagine sanguinose di storia
non sono conosciute dallopinione
pubblica. Il non riconoscimento
e lindifferenza altrui
impediscono che si consumi
il processo rituale di cordoglio,
necessario ad ogni guarigione.
Il
fatto stesso che gli altri
italiani siano così
diversi da noi sembrerebbe
indicare che il nostro dolore
sia frutto di una sensibilità
esagerata. Il dubbio che le
nostre reazioni agli avvenimenti
siano sostanzialmente dovute
alleccezionalità
del nostro essere emerge per
contrasto di comportamenti
e di sensibilità tra
il nostro patriottismo e la
totale indifferenza, per mezzo
secolo, della stragrande massa
degli italiani alla tragedia
dellesodo. È
una caratteristica soprattutto
italiana questo non far coincidere
il proprio destino con il
destino della patria. La sensazione
del disagio-dolore unico,
incomunicabile, impedisce
il conforto che deriva dalla
convinzione che gli altri
possano capirci.
Tutto
è andato nel peggior
dei modi, in maniera beffarda.
La Jugoslavia è stata
acclamata per decenni come
una terra promessa dai nostri
progressisti.
La vita in Italia è
stata dominata dal filocomunismo
e dallopportunismo più
cagone. Noi profughi siamo
stati ignorati, oppure considerati
moralmente come dei nazifascisti.
Lavversione del comunismo
ha impedito a molti di noi
di restare in Italia. Ma,
anche allestero, nei
consolati italiani risultavamo
nati in Jugoslavia.
Poi
i buoni e magnifici vicini
dellest si sono scannati.
E, che Dio mi perdoni, solo
questo mi è apparso
come un ritorno alla verità
delle cose. Il sangue è
ripreso a scorrere. Le foibe
hanno ripreso la loro funzione
balcanica di carnai comuni.
Per noi, infine, le cose hanno
ripreso il loro senso. Le
nuove morti e il nuovo sangue
ci hanno dato ragione.
E
finalmente, oggi, la nostra
tragedia è stata riconosciuta.
Le tante iniziative a nostro
favore intraprese dal governo
di centro-destra, tra le quali
il Giorno del Ricordo,
su iniziativa dellOn.
Menia, e i francobolli per
onorare litalianità
delle terre perdute, dovuti
allOn. Gasparri, hanno
messo fine allindifferenza
e al silenzio nei nostri confronti.
Anche lattuale presidente
della repubblica Giorgio Napolitano,
ex comunista, ha fatto un
sentito, ammirevole mea
culpa circa il silenzio
che ha avvolto per troppo
tempo, in Italia, il dramma
delle foibe. Ma questi riconoscimenti
giungono troppo tardi per
i miei genitori e per tantissimi
altri che sono morti lontani
dalle amate terre, dopo mezzo
secolo dindifferenza.
Né possono dissipare
in noi lamarezza di
tutta una vita. Immaginiamo
per un attimo che nessuno
conoscesse della persecuzione
nazista subita dagli ebrei.
Come dovrebbero allora sentirsi
coloro che direttamente la
patirono o le cui famiglie
in una maniera o nellaltra
la subirono? Certo, il paragone
con gli ebrei è estremo,
probabilmente eccessivo, ma
permette comunque di far capire
agli altri che il non riconoscimento
di un esodo, di una persecuzione,
di una tragedia collettiva
è stato fonte, per
troppi anni, di solitudine
e di amarezza per i sopravvissuti.
Claudio
Antonelli (già Antonaz)
(Canada)