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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

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Claudio Antonelli

L’approdo dei clandestini

11.03.09 - Gli arrivi sulle coste italiane di caterve d’immigranti clandestini, in provenienza soprattutto dal Nord Africa, sembra rivestire per gli italiani l’ineluttabilità di un fenomeno atmosferico. Sono come la pioggia, il vento, le mareggiate... e, per la Caritas, sono come la manna biblica. Ineluttabili, appunto.

E dire che per l’alto numero di appartenenti ai vari corpi militari e di polizia, l’Italia dovrebbe essere il paese, coste incluse, meglio protetto del pianeta. Ma, come tutti noi sappiamo, una buona porzione di questi effettivi è impegnata in mansioni d’ufficio. E nel ridotto numero di coloro che sono invece impegnati all’esterno, “sul campo”, abbondano quelli che trascorrono una buona parte del tempo a chiacchierare e a fumare.

Faccio questa critica controvoglia, penosamente, avvertendo un forte disagio, perché è fin troppo facile criticare gli altri, e soprattutto perché nei vari corpi di polizia ed affini vi sono anche tante persone meravigliose con un profondo senso del dovere.

È però sotto gli occhi di tutti, in Italia, lo spettacolo quotidiano di vigili e agenti vari che ciondolano e chiacchierano fitto fitto con i colleghi, noncuranti di quanto sta succedendo intorno. La cosa che colpisce, anche negli aeroporti, è che i preposti alla sorveglianza, invece di sorvegliare, non rivolgono sguardi indagatori, non sorvegliano insomma, ma quasi sempre chiacchierano beati tra loro.

D’estate sul litorale è frequente imbattersi negli agenti della Guardia Costiera dall’impeccabile uniforme, all’esterno delle loro caserme: le famose “capitanerie di porto”. Appaiono, anch’essi, impegnati quasi sempre in piacevoli conciliaboli...

Un marziano, arrivando nella Penisola, avrebbe l’impressione che l’intera costa italiana sia presidiata, giorno e notte, da agenti della guardia costiera. Ma in realtà l’Italia, almeno per quanto riguarda l’approdo di clandestini, è simile ad un’immensa spiaggia alla Robinson Crusoe.

Sorge allora inevitabile il pensiero che, in caso di un’ipotetica guerra, il nemico potrebbe inviare tranquillamente nella Penisola, giorno e notte, per settimane, mesi ed anni, e sempre sullo stesso tratto di costa (a Lampedusa, per esempio), natanti pieni di armati. Senza provocare reazioni. Anzi no, in Italia reagirebbero. Reagirebbero come fanno adesso: con chiacchiere e polemiche.

Darwinismo e rispetto della fila

Secondo una ricerca svizzero-australiana, tra i passeggeri del Titanic che colò a picco nel 1912 in seguito allo scontro con un iceberg, gli americani che sopravvissero furono, in proporzione, più numerosi degli inglesi. La ragione? Gli inglesi si sarebbero attenuti scrupolosamente, anche in quei drammatici momenti, alle norme sociali. Insomma non fecero a gomitate, non spinsero; rispettarono la fila. Gli americani invece furono meno ligi ai convenevoli, pensando soprattutto a mettersi in salvo.

Senza voler offendere la memoria di coloro che persero la vita in quella tragedia, io direi che se veramente il rispetto della fila e il fatto di non spingere furono la causa della sopravvivenza dei passeggeri, allora è da pensare che se i passeggeri fossero stati italiani si sarebbero salvati tutti.

Claudio Antonelli, “Il Corriere Italiano” (Montréal)11-03-09



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