Il
discorso americano di Veltroni
08.09.09 - Cittadino soprattutto
romano più che italiano,
e per anni internazionalista
e filosovietico, Walter Veltroni,
nutritosi fin dalla nascita
di cinema americano, è
oggi culturalmente molto ma
molto americano. Ha anche comprato
un appartamento a Manhattan.
In attesa forse di comprarsene
uno nella capitale del cinema,
ad Hollywood, approdo dei suoi
sogni in bianco e nero e a colori.
Tutto
ciò che Veltroni tocca
si americanizza. Anche il
Partito democratico, alias
PD, è diventato brevemente
a Roma, ma lui spera per sempre,
Democratic Party.
Nel
Paese dove ciò che
conta è portare
avanti il discorso,
Walter porta avanti un discorso
in inglese. I care
è lo slogan che scelse
nel 2000 per il congresso
torinese dei Ds. Poi fece
suo lo slogan di Obama: Yes
We Can.
Lamericanismo
di Veltroni, nonostante una
base culturale sofisticata,
ricorda la passione americana
di un altro personaggio, interpretato
da Alberto Sordi, che voleva
fare lamericano continuando
però a mangiare a pranzo
e a cena spaghetti.
Il
filoamericanismo, paradossalmente,
dà al rooseveltiano-kennedyano-clintoniano-obamiano
Veltroni una patente incontestabile
ditalianità,
poiché come oggi è
americano, a parole, Walter,
ieri, fu comunista, a parole.
Inoltre,
solo un vero italiano quale
lui dopotutto è, può
assumere unidentità
alternativa, fatta di pose
linguistiche e culturali che
si sovrappongono allidentità
di partenza (di come mamma
lha fatto, per
intenderci), senza suscitare
ilarità o riprovazione.
Ma forse è da capire,
poiché nel Belpaese
da un certo tempo ormai il
motto più diffuso è:
Mi vergogno di essere
italiano.
La resa dei conti
Ho
ricevuto da un amico lettore
la seguente lettera, che pubblico
volentieri augurandomi che
linteressante proposta
del nostro connazionale, Mario
Chieffo, riceva la dovuta
attenzione.
La resa dei conti:
sotto questo titolo, la rivista
Ciao pubblicava
nel numero di agosto un articolo
di singolare importanza per
la nostra comunità,
firmato da Mario Chieffo.
Un articolo che a quanto mi
risulta non ha avuto eco da
nessuna parte. Sarà
a causa delle vacanze, sarà
a causa della sudditanza della
nostra stampa locale nel ruolo
di megafono delle notizie
di agenzia, e di annunci comunitari
quali le festicciole, le scampagnate,
i tornei di golf, ecc., sarà
quel che sarà, ma questo
atteggiamento della comunità
denota un unico interesse:
tirare a campare, nonostante
unevidente ostilità
della politica provinciale
nei nostri confronti. L'articolo
in questione ci apre gli occhi
sullattuale situazione
politica nel Quebec e del
trattamento che ci viene riservato
assieme a tutte le altre comunità
etniche accampate nella "Belle
Province". Chieffo ci
incita a prendere in mano
il nostro destino nel campo
politico, creando un nuovo
partito che rappresenti la
totalità del mondo
emigrante [immigrato
NdR], essendo i tempi ormai
abbondantemente maturi, e
perché la popolazione
emigrante [popolazione
degli immigrati NdR]
è diventata numerosa
e altamente qualificata per
fare questo decisivo passo.
Un passo fondamentale che
non solo rinvigorirebbe la
politica provinciale in generale,
ma che rivoluzionerebbe positivamente
il trattamento che ci viene
attualmente riservato. L'articolo
menziona diversi casi in cui
veniamo trascurati e ostacolati
in quelli che dovrebbero essere
i nostri sacrosanti diritti
per poter divenire realmente
cittadini a parte intera,
e non solamente pagatori di
tasse esclusi dai posti e
dalle decisioni che contano.
Claudio Antonelli (Canada)