Ricordando
D'Annunzio
16.10.09 - Chi ricorda DAnnunzio?
Dovremmo ricordarlo e rimpiangerlo
in molti, oggi che abbiamo
sotto gli occhi il teatrino
quotidiano popolato dai Bossi,
i Di Pietro e gli altri retori
sgangherati di unItalia
decaduta.
Nel vuoto creato dallo sfratto
di DAnnunzio, amatore
di stuoli di donne belle ed
eleganti, e idolo di giovani
avventurosi, anni dopo gli
italiani ponevano sugli altari
un'icona sacra: Pier Paolo
Pasolini, amatore indefesso,
ma non di donne dellalta
società, bensì
di torvi giovani e giovinastri
proletari, i cosiddetti ragazzi
di vita.
Per anni, la sinistra ci ha
presentato DAnnunzio
come un autore decadente,
ammalato destetismo
torbido e di retorica, afflitto
da sentimenti esasperati damor
patrio, esaltatore della guerra,
antistorico cultore della
grandezza di Roma e di Venezia.
In lui certamente troviamo
il pericolo della sontuosità
retorica e dellestetismo
decadente. Ma, fatto quasi
unico nella storia degli uomini
di lettere aspiranti superuomini,
DAnnunzio fu uno dei
pochissimi che tradusse le
parole in azione e che mostrò
quanto vere fossero quelle
parole dalla patina antica,
animate da ritmi fascinosi,
impreziosite da immagini sontuose,
esaltanti leroismo.
Il poeta dalla vita sibaritica,
conteso da maliarde, che amava
i cuscini e gli spessi tappeti
di dimore sontuose, accettò
il sacrificio crudele delle
disadorne azioni di guerra,
ricercate con spirito ascetico
e con abnegazione sovrumana.
La sua fu come unesplorazione
dei confini dellanima
nazionale. Esplorazione che
purtroppo finì con
il restringimento degli orizzonti
nazionali, in seguito allingloriosa
seconda guerra mondiale, che
comportò la perdita
delle terre adriatiche e operò
il capovolgimento dei valori
ai quali egli si era ispirato.
Oggi dovremmo rendere onore
al poeta, al drammaturgo e
al romanziere, e soprattutto
al patriota, al soldato della
grande guerra, al legionario
fiumano, così vicino
al cuore dei profughi dell'Istria,
Fiume, Dalmazia.
Claudio Antonelli (Canada)