“The Gazette” e l'abuso del termine “mafia”
16.12.09 -
“Media use the M-word too much - Using 'Mafia' to describe any organized crime is inaccurate, and a big insult to Italians.” Con questo titolo, sulla “Gazette” del 15-11-09 www.canada.com ) è apparsa una rigorosa, interessante analisi del professor Filippo Sabetti (McGill University) sull'abuso della parola “mafia”.
Sabetti è uno studioso di tutto rispetto del fenomeno “mafia”, su cui ha scritto libri e articoli. È inoltre un attento lettore della “Gazette”, che - preciso io - non diversamente dagli altri mass media tende a usare con disinvoltura stereotipi e luoghi comuni su noi italiani.
Il professor Sabetti, mosso da solidarietà, altruismo, e soprattutto da spirito di verità, svolge da anni un silenzioso lavoro di difesa della nostra dignità di immigrati italiani, cittadini a pieno titolo di questo Paese, tanto celebrato nel mondo per il suo multiculturalismo. Egli svolge questa sua magnifica opera di difesa della nostra dignità, non solo per mezzo di scritti accademici, ma attraverso un costante flusso di lettere che invia a giornali e riviste apportando correzioni, contestazioni, precisazioni.
La mafia non è fenomeno unitario ossia centralizzato e monolitico, e non è né permanente né costante, ma variabile, spiega il prof. Sabetti ai lettori della “Gazette” (e, secondo me, lo spiega soprattutto a chi scrive per la “Gazette”). In Sicilia, la mafia “storica” è sorta in certi luoghi, ma non in altri. Ed è nata per svariate cause, non tutte sempre negative, riconducibili comunque alla mancanza di un'autorità esterna capace d'imporre l'ordine, la legge, la giustizia.
Nella stessa Italia - ci dice Sabetti - oggigiorno si fa un uso abusivo della parola mafia poiché si designa con questa unica parola tutta una gamma di attività criminose che mafia non sono. Succede però ben peggio in Nord America, dove il continuo e generalizzato uso del termine “mafia” si traduce nell'ingiusta e aberrante attribuzione di una tara genetica “pro-crimine” ai siciliani e al resto degli italiani; una sorta di “marchio di Caino” di cui - sono parole mie - noi abbiamo le scatole piene.
L'etichetta “mafia” italianizza indebitamente il fenomeno vario e complesso del crimine organizzato. L'aberrante equazione “mafia = italiani ; italiani = mafia” ha per effetto poi di eclissare l'operato criminoso di altri gruppi etnici, ben presenti e attivi nella malavita, organizzata e non organizzata.
Anche le pietre conoscono la parola “mafioso”, ma chi conosce la parola “macher”? Il termine “macher” identifica una mentalità, un modo di agire e d'imporsi diffuso in seno ad un altro gruppo: Madoff è un esempio eccellente di “macher” criminale. Sarebbe quindi interessante far conoscere al pubblico quest'altra realtà. Ma i mass media si guardano invece bene dal diffondere questo termine, preferendo quello italiano, multiuso, di “mafioso”.
In questo abuso di termini italiani, in Canada si è superato il limite: nel 2006, le autorità di polizia usarono nomi come Colosseo, e altri nomi di luoghi e personaggi della Roma imperiale, per designare in codice una serie di operazioni anticrimine. Operazioni dirette contro gentaglia di varia origine, tra cui un certo numero di italo-canadesi. Ma ciò bastò perché la polizia decidesse di fare un uso infame dei nomi-simbolo della nostra identità storica. Ma su questa turpitudine né la “Gazette” né gli altri organi d'informazione, pur così sensibili ai “diritti umani” di altri gruppi (giudicati evidentemente più umani di noi) pensarono che fosse doveroso dire qualcosa.
L'articolo di Filippo Sabetti si conclude con una nota forte. Egli ci ricorda che ieri, negli USA, la bestiale pratica del linciaggio stroncò la vita a decine d'immigrati italiani; ma avverte che, oggi, gli italiani del Nord-America dicono basta ai linciaggi morali.