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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Claudio Antonelli

L’accorato appello di Roberto Saviano

05.2.2010 - Sul “The New York Times”, lo scrittore Roberto Saviano ha esaltato il coraggio degli africani, perché questi, a Rosarno, secondo lui, al contrario degli italiani, hanno osato ribellarsi alla Mafia (’Ndrangheta). Saviano ha concluso l’articolo con questa invocazione, degna di una sceneggiata alla Merola: “To those African immigrants I say: don’t go — don’t leave us alone with the mafias.” C’è solo da sperare - aggiungo io - che gli africani non ci impongano il pizzo per la protezione che ci daranno... Protezione di cui l’autore di Gomorra, sotto scorta da anni, non ha comunque bisogno.

La sommossa di Rosarno - la prima sommossa “razziale” in un’Italia ormai terra d’immigrazione alla “spaghetti western” - ha visto gli italiani, in maggioranza, inclusi molti della Lega, solidali con i rivoltosi.

Ma la rivolta è stata contro chi? La cosa è tutt’altro che chiara. Per Saviano e per la maggioranza degli italiani, la rivolta è avvenuta contro quelli della ‘Ndrangheta. Altri, al contrario, sostengono che sia stata invece la ‘Ndrangheta ad architettare l’insurrezione. E per quali ragioni lo avrebbe fatto? Le ragioni possibili sono tante. Forse anche troppe, verrebbe da dire dopo averne udite una mezza dozzina.

Un fatto è certo: in questa pretesa rivolta contro la ‘Ndrangheta, i braccianti neri si sono ben guardati dall’attaccare la ‘Ndrangheta. Armati di pietre e mazze hanno invece danneggiato auto, case, negozi, vetrine, insegne, cassonetti, e minacciato e aggredito tutti i bianchi che capitavano a tiro.

Comunque stiano le cose, gli africani di Rosarno ormai incarnano, in questo enorme schermo televisivo che è divenuta l’Italia, gli oppressi in catene; giovani, forti, coraggiosi, e spesso anche belli (particolare su cui molti commentatori, nella terra, si’, di San Francesco, ma anche di Armani, di Valentino e di Dolce e Gabbana, hanno insistito). Il nome Rosarno evoca immagini pregnanti, ruoli manichei con beatificazioni e dannazioni, ipotesi, dicerie, polemiche, accuse: una gran confusione. Ma tutto fa brodo in un’Italia in cui ciò che soprattutto conta è portare avanti il discorso; un discorso che dal bar e dal barbiere si è installato in TV. Ed è un discorso che va fatto a voce molto alta per poter superare le voci degli altri che parlano nello stesso tempo.

Quel che conta è il voler aver ragione. L’accertamento dei fatti conta poco. Ecco perché non interessa a nessuno sapere se vi è stato veramente qualcuno che ha sparato con un fucile ad aria compressa - il fantomatico avvenimento scatenante la rivolta - e a chi abbia sparato, e dove, come, quando... E nessuno si è ancora chiesto se il tam-tam che ha chiamato a raccolta gli insorti non abbia amplificato, deformato e snaturato l’episodio dell’impallinamento da cui tutto è iniziato. Ed infine perché in questa rivolta contro la ‘Ndrangheta nessuno abbia torto un capello a quelli della ‘Ndrangheta.

Queste cose non interessano a nessuno nel Paese dove l’accertamento della verità non ha mai un esito finale, come provano i processi rifatti un numero infinito di volte, con nuove sentenze che ribaltano le precedenti. In Italia, scrissi una volta, vige una nozione del tempo di tipo africano: nulla passa e tutto ritorna. Ma l’aggettivo “africano”, in senso negativo, è improponibile oggi, dopo Rosarno. Forse, invece che “africano”, per far piacere alla maggioranza degli Italiani dovrei dire “calabrese”...

Questa prima sommossa razziale pone la Penisola sullo stesso piano delle nazioni già schiaviste come gli USA. Con gran soddisfazione degli abitanti dello Stivale, devo aggiungere, felici di potersi autodiffamare anche alterando un po’ i fatti. Il fine, dopotutto, giustifica i mezzi.


 
 

Scrivono per Voi

Claudio ANTONELLI

c.antonelli@videotron.ca

Corriere Italiano







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