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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Claudio Antonelli

Una “Guerre des Glands”

19.04.2010 - I quebecchesi sono “completamente nevrotici” e con gli inglesi hanno una “relazione sadomasochista”: questa la diagnosi dello psicanalista Clotaire Rapaille, il quale ha analizzato l’ambivalente identità quebecchese dietro compenso di 300.000 dollari.

Rapaille è un esperto mondiale nel campo dell’antropologia culturale, della psicologia dei popoli e del marketing. Ma diciamocelo: anche un dilettante avrebbe potuto formulare un verdetto simile. Avrebbe potuto farlo basandosi su fatti evidenti, tra cui le indefesse proclamazioni dei quebecchesi: “Siamo troppo buoni!”, “Ci siamo lasciati tosare!”, “Gli inglesi hanno voluto annegarci sotto ondate d’immigranti!”. A cui va aggiunta la perenne ambivalenza nei confronti di Ottawa, vista come un “inferno” ma anche come una capricciosa dispensatrice di diritti e privilegi. Gli stessi leader dell’indipendenza - vedi Bourgault, Parizeau, Lévesque, Bouchard - prima di essere folgorati dalla verità sulla via di Damasco, dimostrarono attaccamento all’identità inglese, pennacchi reali compresi.

Non vale poi la pena addentrarsi nell’abbondante martirologio quebecchese, con la sconfitta delle “Plaines d’Abraham”, la commemorazione dell’impiccagione dei patrioti, le torture subite da Jean de Brébeuf, e la storia di “Aurore, l’enfant martyre”, che hanno formato, o piuttosto deformato, la sensibilità di stuoli di quebecchesi destinandoli ad una vita di lamentele contro gli “altri”, e in particolare contro Ottawa, matrigna sadica e capricciosa.

Dopo la trasmissione televisiva “La Guerre des Glands” si è fatto forte in me il desiderio, che naturalmente rimarrà inappagato per mancanza di fondi, d’affidare a Clotaire Rapaille il compito di mettere in luce le radici dello strano rapporto che i franco-quebecchesi hanno nei confronti degli “Italiens” (parola da pronunciarsi atteggiando le labbra a smorfia). Sono sicuro che ne verrebbero fuori delle belle. Il nostro Rapaille non ha certo bisogno dei miei suggerimenti, ma ecco qualche campione d’analisi che io propongo fin d’ora all’attenzione di questo studioso della psicologia dei gruppi umani, nell’eventualità che un tal progetto possa, nonostante tutto, realizzarsi un giorno.

Nell’immaginario nordamericano la “mafia” - e noi italiani stando alle cretinerie quebecchesi siamo tutti mafiosi - ha un forte sottofondo psicanalitico “maschio”. I mafiosi, grazie all’immagine di Hollywood, sono dei gran fallocrati, quindi con forti tendenze amatorie anche se sadiche. A ciò si aggiunga il fatto che gli italiani, gran bevitori di vino, beneficiano della relazione che in questo continente si stabilisce tra alcol e sesso: “Alcohol spells out sex” è il motto degli abitanti di una terra dove il termine “bar” deriva dalle “sbarre” che all’inizio sbarravano questo luogo di perdizione, tenuto ancor oggi in penombra.

Le mangiate gargantuesche che ci vengono attribuite - vedi i nostri banchetti matrimoniali che a loro appaiono di tipo orgiastico - contribuiscono anch’esse all’edificazione di una nostra immagine di tipo un po’ animalesco.

Un ulteriore elemento in questa costruzione fantasiosa dell’ “italiano mandrillo” è costituito dall’immagine della “grosse maman italienne”, fattrice instancabile di bambini - della ridicola iconografia su di noi invalsa per anni nella Belle Province - e che evoca inevitabilmente un provveditore, il marito, non solo gagliardamente disposto alle frequenti seminagioni necessarie alla produzione di tanti futuri mafiosi, ma necessariamente ben fornito per poter raggiungere il punto più recondito ma proficuo della “grosse maman”.

La nostra abitudine di far crescere melanzane, pomodori e zucchine nel giardino di casa è stata vista all’inizio, dagli “autoctoni francofoni” del Québec gran adoratori dell’asettico prato “all’inglese”, come un attentato al pudore. Per non parlare poi della nostra “sconcia” passione culinaria per i diabolici “pissenlit”, pianta del male per loro (evocante nel nome l’organo sessuale, sia pur ridotto alla sua funzione meno nobile). Ma è il film-capolavoro “Léolo”, del compianto regista quebecchese Jean-Claude Lauzon, a fornirci il testo psicanalitico “ad hoc” che ci permette di far luce completa sul misterioso complesso dei Québécois nei nostri confronti. In questo film il bambino protagonista, Léo Lauzon, per sottrarsi alla propria famiglia “pure-laine”, degenerata e nevrotica, s’inventa una nuova identità dandosi un nuovo nome: “Leolo Lozone”. Delira, il poveretto, nel suo desiderio di fuga dalla mediocrità familiare, di essere nato da un accoppiamento per metà italiano: sua madre, interpretata da Ginette Reno, sarebbe stata ingravidata da... un pomodoro importato dall’Italia, sovraccarico degli spermatozoi di un allupato contadino siciliano.

Se non è questa un’“invidia del pene” nei nostri confronti, anche se non espressa nei termini classici freudiani, ditemi voi allora cos’è...

Ma prima di questo film era successo qualcos’altro. Il discorso sull’animalità sessuale degli italiani ebbe un rigurgito razzista nel 1971 con il feroce attacco condotto dall’intellettuale François Hertel contro (guarda, guarda...) i siciliani: l’articolo, “Ces affreux Siciliens”, apparve sulla rivista “L’information médicale et paramédicale” del 5 ottobre 1971. Il prete spretato Hertel, nume tutelare di tanti nazionalisti, al quale sono state intitolate decine di strade nel Québec, in questo sgangherato, fetido articolo espresse contro di noi idee razziste alla Rosenberg e alla Gobineau: “Hanno il coito puzzolente”, pensano solo a fare figli (“Plus le coït est puant, plus il est fécond!”); bisogna fermarli alle frontiere del Québec impedendo loro di entrare prima che lo popolino di propri simili.

Se menziono questo lurido pamphlet, lo faccio solo per l’aiuto prezioso ch’esso ci apporta in questa mia ricerca psicanalitica (sotto il patrocinio ideale di Clotaire Rapaille) mirante a rischiarare le cause - o se non altro la causa maggiore - della patologica animosità dei quebecchesi nei nostri confronti. E sulla diagnosi finale non è possibile aver più alcun dubbio: si tratta dell’“invidia del pene”, un pene per soprammercato “anglofono”, o giudicato (erroneamente) tale.

Qualcuno a questo punto penserà che io esageri in questa psicanalisi da lupanare. Ma aspettate un po’... qual è il nome del recente programma satirico TV che ha contrapposto la famiglia “tipica” italiana - fatta di corrotti mafiosi, beninteso - i “Jamboni”, alla famiglia “tipica” quebecchese, composta manco a dirlo di persone angeliche: i “Bienveillant”? Ebbene, non ricordate il nome di questa trasmissione? Ve lo ricordo io: “La guerre des Glands” (il termine francese “gland” riecheggia “clan” e anche “ghianda”, ma nel contesto significa fuori di ogni dubbio “glande” = estremità del membro virile). In sostanza i Quebecchesi, nevrotici e sadomasochisti con gli inglesi, dimostrano di essere afflitti contemporaneamente da un’insanabile invidia del pene nei nostri confronti. Ci dispiace dirlo, ma la “Guerre des Glands” è una guerra per loro persa, da tempo. E la causa va attribuita anche ai nostri meriti, oltre che, beninteso, al loro rapporto “sado-maso” con Ottawa, crudele castratrice.


 
 

Scrivono per Voi

Claudio ANTONELLI

c.antonelli@videotron.ca

Corriere Italiano







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