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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Claudio Antonelli

Cossiga, innanzitutto sardo


26.08.2010 - Di Francesco Cossiga, appena scomparso, ognuno potrà mettere in evidenza, secondo le preferenze, un tratto della sua originale personalità: il protagonismo, la sicurezza di sé, l’implacabilità, l’imprevedibilità, il gusto per l’esternazione ad oltranza e per la “demolizione”: fu denominato il “picconatore”. Sì, Cossiga fu tutto questo. Ma fu soprattutto figlio della Sardegna, sua patria preponderante e, in certi momenti, esclusiva. Egli giunse persino a vantarsi di avere, da buon sardo e come il suo mitico nonno pastore, cara la vendetta e amico il coltello.

“Dopo la famiglia, il luogo di nascita è l’elemento che più influisce nella formazione del carattere e della mentalità degli italiani”, ha scritto Peter Nichols. Difatti, antenati e Sardegna furono il leitmotif dei discorsi di Cossiga. E a mio giudizio egli insisté troppo su questa sua radice locale, la “sardità”, da lui tanto celebrata. Un presidente della repubblica dovrebbe esaltare non la propria diversità, ma la radice comune che lo affratella al popolo che istituzionalmente rappresenta.

Il mio può sembrare un commento eccessivo, anche perché fatto subito dopo la morte di questo uomo di Stato. Ma io ancora ricordo con disagio la visita ufficiale ch’egli fece a Montréal. L’incontro con la comunità italiana avvenne in un elegante hotel del centro. Fu il console generale dell’epoca, Alberto Candilio, a presentarlo. E subito dopo, l’illustre ospite fece l’atteso discorso, diretto a noi “italiani all’estero”, pateticamente desiderosi e direi ansiosi d’italianità, e pronti a bere le sue parole. Ma tre quarti delle parole ruotarono intorno a “Sardegna”, tema quasi esclusivo di quell’incontro. Iniziò Candilio, che subito enfatizzò con entusiasmo l’identità sarda di Cossiga, e nel contempo rivelò, con forte autocompiacimento, una propria - di lui, Candilio - lontana radice sarda, che noi fino allora ignoravamo. Fu quindi la volta del presidente della repubblica italiana che argomentò con entusiasmo e passione intorno al consueto tema - la Sardegna - facendo sentire protagonisti di quell’incontro i pochi sardi che erano nel gruppetto degli italiani di Montréal, ma facendo sentire esclusi tutti gli altri.

Se ricordo tale episodio è per l’effetto incongruo ch’esso ebbe su di me e probabilmente anche su altri italo-quebecchesi, giunti ad applaudire il rappresentante dell’Italia e che si trovarono invece di fronte il rappresentante della Sardegna.

A giudicare dall’enfasi, posta dal presidente delle repubblica italiana anche in quella occasione, sulla propria radice isolana, possiamo dire ch’egli non capì che non stava facendo un discorso agli “italiani d’Italia”, ma agli “italiani all’estero”, ai quali l’emigrazione ha fatto scoprire il prezioso senso dell’identità comune, ossia il sentimento nazionale.

Galli della Loggia nell’“Identità italiana” ha scritto: “In Italia - una nazione tra l’altro che non ha centro - e dove quindi “non havvi veramente un pubblico italiano” [Giacomo Leopardi] - non hanno visto la luce la società, l’opinione pubblica e la cura del proprio onore che si ritrovano invece negli altri paesi. Nella penisola (...) la formazione dell’individuo è rimasta circoscritta all’ambito della tradizionalità a base naturale, inserita per intero entro gli aggregati organici, o in quelli sociali fortemente tipizzati dominati dal localismo.” In parole povere: è l’impronta locale, fortissima, a prevalere sul “centralismo”, molto debole. Persino, talvolta, in un presidente della repubblica.

Claudio Antonelli
onisip@hotmail.

http://www.corriereitaliano.com/Rubriche/Losservatorio-11687



 
 

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