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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Claudio Antonelli

Caos italiano e integrazione alla cinese

24.09.2010 - “Il relativismo culturale aiuta la società multietnica” è il titolo di un articolo del C. della S., in cui il giornalista-sociologo Francesco Alberoni si dice convinto che il caos italiano, con la mancanza di regole (vale a dire la possibilità che nella penisola hanno gli individui e i gruppi etnici di fare come loro aggrada per l'insufficienza cronica di controlli, verifiche e sanzioni) agevolerà l'integrazione dei nuovi arrivati. Alberoni: «Il popolo italiano nel suo complesso è accomodante, pietoso, tollerante, accoglie con facilità i diversi, gli stranieri, lascia spazio, si adatta”, per cui (...) gli immigrati si inseriranno senza troppi conflitti nel nostro tessuto culturale proprio perché facciamo leva su rapporti emotivi e su principi umani universali, e non cerchiamo di imporre un sistema rigido di valori». Il risultato di questa mancanza di regole, al contrario di quanto pensa Alberoni, rischia di produrre l'effetto opposto. Noi immigrati di origine italiana lo sappiamo bene; noi che distinguiamo nettamente la sfera privata, in cui vi è ampio spazio per certe abitudini e per i sentimenti antichi, e quella pubblica con una cultura dominante dalle regole di comportamento molto strette.

Gli “italiani del Québec” apprezzano la “comunità italiana” di cui fanno parte, e sono riconoscenti al “multiculturalismo” che le riconosce dignità. Ma chi emigra vuole per i propri figli un paese con regole chiare e certe, che tutti sono tenuti a rispettare. E quindi nessuno di  noi desidera che la “comunità italiana” viva a parte, svincolata dalla società più ampia. Noi non vogliamo vivere in un ghetto, in cui i maggiorenti, i più forti (leggi: le varie mafie nostrane) stabiliscano le regole cui dobbiamo attenerci. In altre parole, noi non vogliamo che le autorità ci lascino “cuocere nel nostro brodo”. Ebbene, in Italia, le comunità cinesi - composte in buona parte, sempre a causa del caos cronico italiano, da clandestini - vengono lasciate cuocere nel loro brodo. Con il risultato che sono sottoposte non tanto alle leggi e alle regole italiane, ma alla legge cinese del più forte.

Un articolo del “Chicago Tribune” è molto esplicito quanto alle conseguenze perniciose che la prevalente anarchia della penisola italiana ha sulle sue Chinatown, e in particolare sulla Chinatown di Prato, oggetto dell'indagine. Il titolo sintetizza l'impietosa analisi: “Chinese immigrants to Italy build non ordinary Chinatown.” L'articolo denuncia l'assurda situazione della Chinatown di Prato che si direbbe si governi da sola, e in cui prosperano attività illegali di ogni sorta, compreso lo sfruttamento degli immigrati illegali e del lavoro minorile, con la contraffazione massiccia di ogni genere di articoli, sotto lo sguardo attento delle mafie cinesi. Nell'articolo si legge: “In tutti i miei viaggi non avevo mai visto niente del genere”, afferma Roberto Ye, cittadino italiano, figlio di immigrati cinesi, che ha aperto un ufficio della Western Union nel cuore di Prato. «Mi sono detto: non è come essere nella Chinatown di Chicago o in quella di New York o di qualsiasi altro posto. È come essere in Cina. Sono i bianchi i veri stranieri qui». In fondo, a Prato, vige lo stesso caos che sarebbe prevalso nel Canada multiculturale se i nuovi arrivati e i loro maggiorenti, qui in Canada, non si fossero trovati a dover fare i conti con autorità capaci d'imporre e di far rispettare regole uguali per tutti.

http://www.corriereitaliano.com/Rubriche/Losservatorio-11687



 
 

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