| Angela Merkel e la sua denuncia del multiculturalismo
26.11.2010 - Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha espresso un giudizio molto critico sul multiculturalismo e sui suoi risultati, da lei definiti fallimentari per l’incapacità e più spesso per il rifiuto di molti gruppi d’immigrati di cercare di divenire almeno in parte tedeschi, adottando la lingua e i costumi della maggioranza.
Questa inaspettata critica fa emergere un principio mai fatto valere prima nella Germania post-nazista: la validità dei valori culturali, e se vogliamo morali, tedeschi. E se è normale per un capo di governo credere nei valori della propria Nazione, per molti anni non era stato possibile ai tedeschi mostrare questo sentimento a causa delle nefandezze del nazismo di cui tutti loro sono stati ritenuti corresponsabili. Responsabili in massa, e quando non per implicazione diretta, per discendenza ossia per sangue, in virtù del principio che la colpa collettiva è anche colpa ereditaria. Il multiculturalismo è oggetto di lodi perché esalta il diverso. Di qui gli interventi continui del Vaticano in suo favore.
Inoltre, esso serve a placare in Occidente il rimorso degli ex-colonizzatori che non trovano poi tanto ingiusto il contrappasso di questa sorta di colonialismo all’incontrario. La critica della Merkel, invece, va in senso opposto, poiché contiene, implicita, la lode dell’ “essere tedeschi”; tedeschi democratici, antirazzisti, europeisti, ma comunque tedeschi. Di qui una conseguenza quasi impensabile, perché la denuncia di Angela Merkel potrebbe segnare l’inizio del superamento di una fase storica che sembrava dover durare all’infinito: la fase dell’incatenamento mentale di un intero popolo alle conseguenze degli orrori del passato. L’idea che l’identità e l’interesse nazionali tedeschi siano dei valori in sé, sembrerebbe indicare che il lungo periodo storico olocaustico non sarà, dopo tutto, di eterna durata, almeno per quanto riguarda il principio che tutto, incluso il multiculturalismo, debba essere subordinato agli imperativi, espliciti e impliciti, dettati dal ricordo dell’Olocausto. È ancora presto per dirlo, perché l’Olocausto è più che mai presente in Germania, nell’intera Europa e in Canada e negli USA.
Ma l’idea della priorità dell’interesse nazionale sui principi dell’amore, della responsabilità e del rimorso universali, priorità che sembra far capolino nella critica della Merkel al multiculturalismo, pone inevitabilmente in secondo piano, storicizzando e quindi - diranno taluni - “rischiando di relativizzare” lo stesso Olocausto, finora visto come trascendente, metastorico, biblico, e giudicato imprescindibile perché permeante, in atto o in potenza, l’intera storia del genere umano e soprattutto la storia tedesca.
Il giudizio del cancelliere ha un’implicazione anche per altri Paesi, poiché le sue parole fanno emergere l’“interesse nazionale”; valore fin qui anatema per gli Stati europei, travolti dal messianismo della globalizzazione e dal sogno di un abbraccio ecumenico dei “diversi” di tutti i continenti.
Si dirà che i tedeschi sembrano voler rimettere in auge valori - quale il senso dell’identità e dell’interesse della Nazione - che tanti guasti causarono nella loro storia.
È troppo presto per dirlo. Ma dopo tutto, se ciò dovesse avvenire, avverrebbe semplicemente perché questi valori, sanamente intesi, sono imprescindibili per la sopravvivenza dell’identità di un popolo. Del resto negli USA, in Israele e in altri paesi l’identità e l’interesse nazionale sono principi sacrosanti che giustificano tantissimo.
Claudio Antonelli (Montréal)
http://www.corriereitaliano.com/Rubriche/Losservatorio-11687
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