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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Claudio Antonelli

Il passato che non passa

03.12.2010 - È facile far polemiche, appigliarsi ad un argomento, fare i moralisti, emettere condanne... La televisione italiana, infatti, è piena di polemica. E la televisione riempie l’Italia: sono tutti in televisione, oppure davanti alla televisione, e tutti parlano di televisione. Senza televisione non avremmo neanche il primo ministro, che è proprietario di televisioni (non di televisori, ma di televisioni). Ma non avremmo neanche i suoi accaniti avversari, personaggi tutti di televisione. Fatta questa premessa sulla facilità del trinciare giudizi, dell’emettere condanne, per una volta non resisterò alla tentazione di emettere anch’io qualche giudizio di condanna, sobriamente, sinceramente, ed indipendentemente da interessi di partito e di parrocchie.

L’assoluzione degli imputati nell’ennesimo processo per la strage di piazza della Loggia, avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974, ha provocato reazioni di incredulità, di sdegno, di rabbia. Un vero coro di denunce si è scatenato contro questa mancata condanna per una strage “compiuta da nessuno”. La reazione è chiara anche nei titoli: “Una strage senza colpevoli” o addirittura “Assolti i colpevoli”. Un famoso caricaturista riferendosi ai morti dell’esplosione ha commentato in una vignetta: “Si sono suicidati”.

Il mio commento: certamente le vittime non si sono suicidate. Ma neppure si è trattato di una strage senza colpevoli. I colpevoli ci sono, o c’erano perché dopo 36 anni, qualcuno di quei terroristi assassini forse è morto. Il punto è questo: la giustizia ha considerato che non vi fossero le prove necessarie, indispensabili per condannare quegli imputati. E chi si sostituisce ai giudici, ed emette condanne, somiglia pericolosamente ai giudici dei tribunali del popolo che condannano per partito preso, senza prove, per motivi ideologici. E condannano sia i colpevoli sia gli innocenti.

A me preme poi sollevare un altro punto: questa giustizia che torna e ritorna, condanna e assolve le stesse persone o persone diverse per gli stessi fatti - vedi i ricorrenti processi per i più disparati fatti atroci commessi decine e decine di anni fa - senza che mai nulla si concluda, è una giustizia da bolero di Ravel, che mai finisce.

Ma gli italiani si direbbe che abbiano ormai questo senso “africano” del tempo che è possibile dilatare o raccorciare a volontà, come un tira e molla, o come un filmato da sala di montaggio che si manipola con la moviola per ottenere gli effetti voluti tornando indietro, rallentando, o accelerandolo, a piacimento. Nulla veramente passa, nulla si conclude. Perché?
Perché il parlare, in Italia, è re. Quel che conta è parlare, l’eterno parlare, che rende tutto un eterno presente. Il continuo parlare riattualizza continuamente il passato, qualunque passato, che quindi non passa mai. E quando nei processi si condannano i veri colpevoli forse è solo un caso, data questa mentalità da vudù antilliano.

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Un altro tema: Gianfranco Fini. Non avrei mai voluto esprimermi su Fini, dato che considero che in Italia il male più grave è il gusto della faida, la polemica, l’accusare gli altri, l’autoesaltarsi attraverso un grottesco moralismo a senso unico. Quindi non vorrei commettere gli stessi abusi dei moralizzatori ad oltranza, pronti alla condanna e all’autoassoluzione, che riempiono l’Italia. Ma il Fini passato dall’esaltazione del fascismo e del ducismo, al Fini che condanna il fascismo come il male assoluto, è un Fini, secondo me, ancora tutto da spiegare. Anche se perfettamente italiano.

http://www.corriereitaliano.com/Rubriche/Losservatorio-11687


 
 

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