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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Claudio Antonelli

I tanti microfoni di Saviano

11.12.2010 - Speriamo che Roberto Saviano non diventi uomo di parte, sul modello di tanti altri in Italia asserviti alla logica del settarismo e del manicheismo ideologico, e che pontificano - in TV soprattutto - denunciando, moralizzando, insinuando, facendo di tutt’erba un fascio. Aveva cominciato bene. Sarebbe un peccato che finisse come un Di Pietro, il grande inquisitore degli inizi rivelatosi poi rabbioso e fazioso. Così facendo ridimensionerebbe quel suo magico libro sulla Camorra che gli ha dato la celebrità.

E senza voler togliere merito al libro di Saviano come fonte documentale, bisogna ammettere che è stato sempre possibile conoscere, senza sforzo, il nome, cognome e soprannome dei camorristi che menano il ballo in Campania. Era ed è sufficiente andare in una cittadina, in un paesello, e chiedere: “Ma qui chi comanda?” No, non vi daranno il nome del sindaco e degli assessori, ma il nome del “boss” del clan dominante e dei suoi affiliati. L’idea poi che la Camorra sia un’entità criminale a se stante, che trascende gli uomini che la costituiscono, una sorta di categoria del male in sé, è un’idea molto dannosa perché implica che questa organizzazione fantomatica non sarà mai sconfitta.

Egualmente è nocivo trasformare ogni criminale della Campania in un camorrista. Ma è quello che si fa. E aumentando la fama della Camorra si ingigantisce la paura della gente e quindi si aumenta il potere dei camorristi. Lo stesso ragionamento vale per l’abuso del termine “mafia”, cui si fa ricorso per designare ormai qualunque forma di criminalità, anche quelle che non hanno nulla a che vedere con la vera mafia. Il risultato è d’impedire una visione chiara e netta della realtà. Gli autori dei crimini più diversi diventano così gli attori di un’organizzazione mitica, inafferrabile, cinematografica, indistruttibile. E inoltre essendo la mafia una realtà storicamente italiana, facendo ricorso continuo a termini come mafia e mafiosi per designare ogni sorta di attività criminose e di criminali si attribuisce ad una nazionalità, l’italiana, il monopolio del crimine, e si stampa su ognuno di noi il marchio di Caino. È quello che fanno gioiosamente, da tempo, i mass media di Montréal.

Saviano è intrepido. Questo è il suo grande merito. Fortunatamente non è stato neppure il solo a dimostrare coraggio. Più di un giornalista è stato bersaglio della criminalità organizzata in Italia. Per non parlare dei combattenti in armi contro le mafie, vedi Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, criticati e anche boicottati in vita in nome della sempiterna faziosità ideologico-partitica. Altri valenti combattenti di mafia sono stati inquisiti. Vi sono commercianti che hanno sempre rifiutato di pagare il pizzo.

Ma in Italia quel che soprattutto conta è parlare. E Saviano ha contribuito a incrementare in maniera esponenziale il gran parlare di tutto un Paese. Ma noi sappiamo che non basta mettere un problema in palcoscenico e quindi parlare tutti insieme, accanitamente, come si fa in Italia, per risolverlo.

Uno che ha fatto e fa moltissimo, senza straparlare, è proprio il ministro Maroni, leghista, implacabile segugio anticamorre, antindranghete, antimafie. E cosa gli succede? Saviano gli rovescia addosso parole avventate: la ‘ndrangheta che interloquisce con la Lega, e Maroni messo sullo stesso piano di Sandokan, capo della Camorra. È un vero peccato. Anche perché ciò non lascia ben presagire per il nuovo ruolo di Saviano, l’intrattenitore.


http://www.corriereitaliano.com/Rubriche/Losservatorio-11687


 
 

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Claudio ANTONELLI
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