L'Aquila: un'occasione perduta
02.02.2011 - Il terremoto dell'Aquila fu un segnale d'allarme circa le condizioni particolari in cui si trova una buona parte del territorio italiano, il quale – come tutti sappiamo – non è adeguatamente protetto da costruzioni antisismiche e piani regolatori ad hoc, tenuto conto delle condizioni del terreno, e in relazione ai gravi abusi causati dal disboscamento e da altri scempi compiuti ai danni del territorio. In quell'occasione, insomma, suonò un forte allarme sulla precarietà dell'assetto idrogeologico della penisola. Tutti sembrarono prendere coscienza del problema. E difatti la TV ci inondò di commenti, analisi, proposte, diretti a porre fine ad un'incuria molto pericolosa per la nazione e i suoi abitanti. Si parlò anche del problema della cementificazione ad oltranza, che ha fatto sì che si siano costruite case – un esempio tra i tanti – sulle falde del Vesuvio in spregio di ogni regola e di ogni elementare senso di prudenza. Si parlò, parlò, parlò, si parlò tantissimo… Parlarono sia gli esperti sia i profani. Spesso con profondità, saggezza, acume, denunciando gli abusi, gli eccessi, le dimenticanze, le omissioni, l'ignavia delle classi politiche succedutesi al governo dello Stivale; e facendo valere la necessità improrogabile di porvi riparo.
Uno straniero, o anche un italiano però quest'ultimo avrebbe dovuto essere molto ma molto ingenuo... Ecco, forse un marziano avrebbe potuto concludere, di fronte a cotanto allarmismo e alla virtuosità delle proposte per porre riparo al dissesto idrogeologico nazionale, che finalmente in Italia si sarebbe preso di petto il grave problema; e che si sarebbe deciso finalmente di porre in atto un rigoroso piano di riassestamento del territorio con il preciso intento di correggere gli abusi già fatti, e soprattutto d'impedirne di nuovi. Invece, come sempre succede nella Penisola dove assai spesso le chiacchiere tengono luogo d'azione, non se ne è fatto niente.
Il coro di chiacchiere, “passato il terremoto”, è comunque continuato. Si è spostato semplicemente su altri temi. Il parlare, il denunciare, il moralizzare sono elementi imprescindibili dell'identità italiana, e quindi moralismo, denunce, condanne, accuse di cui l'Italia gronda, specie televisiva, che è poi l'Italia che conta, hanno trovato nuovi bersagli. Come avviene del resto nelle discussioni al bar, in spiaggia, dal barbiere... L'importante è moralizzare, concionare, accusare, cercando però di parlare più forte degli altri, perché nella penisola parlano di preferenza tutti insieme.
Alla base di questo insopprimibile bisogno di “straparlare”, non vi è la ricerca della verità con il conseguente voler “passare ai fatti”, “attuare”, “concludere” in nome del bene comune, ma semplicemente il voler aver ragione sia individualmente sia come rappresentanti della fazione, parrocchia, bottega, movimento, partito cui ogni italiano che si rispetti, rigorosamente si collega. Secondo me non si riuscirà a mettere fine al diluvio di chiacchiere, polemiche inondanti l'Italia da sempre, se prima i “teleidioti”, che si beano ogni sera con gli assurdi programmi di chiacchiere ammanniti da una casta di moralizzatori strapagati, non attueranno il solo gesto responsabile che rimane loro da fare: spegnere il televisore, ovvero – con espressione più brutale – tirare la catena.
http://www.corriereitaliano.com/Rubriche/Losservatorio/2011-02-01/article-2188663/L%26rsquo%3BAquila%3A-un%26rsquo%3Boccasione-perduta/1