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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Claudio Antonelli

Il giorno del ricordo - La medaglia d’oro

03.02.2011 - Il 10 febbraio è il “giorno del ricordo”: ricordo dei caduti delle foibe e degli esuli istriani, fiumani e dalmati che furono costretti, in un quadro di violenze, a lasciare la terra natale. In questa occasione, io intendo commemorare mia cugina Luisa Gherbetti alla quale la medaglia in memoria del padre infoibato arrivò in Canada proprio sul letto di morte, arrecandole un preziosissimo conforto. Come vi racconterò. E non dubito che più d’uno stenterà a credere a questo mio racconto, proprio per il suo carattere esemplare sui sentimenti d’amor patrio di molti esuli istriani, fiumani, dalmati; sentimenti difficili da capire – oso dire – per la massa degli italiani.

Dietro mio suggerimento, Luisa Gherbetti, residente in Canada, nel Québec, a Beloeil (cittadina situata ad una trentina di chilometri da Montréal) aveva inviato a Roma la richiesta per ottenere la medaglia d’oro prevista per i trucidati dell’Istria [Legge 92 del 2004, “legge Menia”] avendo perso in giovanissima età il padre Lino, magnifico esempio di una passione d’italianità che non arretrò neppure di fronte alla morte: mio zio Lino si comportò da vero eroe in quei tragici giorni a Pisino, la sua – la mia, la nostra – indomita cittadina situata al centro dell’Istria. La storia esemplare della sua coraggiosa altruistica morte ci è raccontata sia da Giorgio Pisanò in “Storia della guerra civile in Italia”, sia da Nerina Feresini in “Quel terribile settembre”.

Vi dicevo che Luisa Gherbetti in Zalunardo – mia cugina – accettò di richiedere la medaglia. Non aveva mai voluto fare le pratiche, invece, per tentare di ottenere il risarcimento per i beni familiari di cui si era impossessato, a suo tempo, il regime comunista titino. “Sono passati tanti anni. Tutti della mia famiglia sono morti. Sono rimasta solo io. Non saprei neanche dove cominciare per trovare i documenti necessari. E a dire il vero non sono i soldi che mi interessano…” Mi disse proprio così, una sera che mi trovavo a casa sua, a Beloeil, dopo che avevo cercato di convincerla, un’ultima volta, ad inoltrare la domanda, prima della scadenza del termine finale, per cercare di ottenere il risarcimento dei beni perduti. La medaglia alla memoria del padre, invece – come vi ho detto – aveva voluto richiederla.

Una sera a casa sua, parlando di Pisino, Luisa era riandata al ricordo del caro papà, di cui era rimasta orfana ancora bambina. E mi raccontò di nuovo – perché lo aveva già fatto, ma anni prima – la scena e l’immagine che le erano rimaste impresse per sempre di lui, l’indimenticabile papà. E che rimarranno, attraverso le parole di Luisa, indelebili per sempre anche in me. La sua fu una descrizione, direi, degna del Novellino. Gli incantevoli momenti, di tanti ma tanti anni prima, col padre che di lì a poco sarebbe stato infoibato dai nostri carnefici slavo-comunisti, per un attimo rivissero magicamente in quella casetta di Beloeil irrimediabilmente lontana dalla nostra Istria.

Il breve intenso suo racconto avvenne in un italiano rapido, preciso, espressivo che nulla aveva risentito di una vita trascorsa all’estero né delle due altre lingue – francese e inglese – che qui noi parliamo quotidianamente. Luisa mi raccontò dunque che, correndo con le esili gambette intorno alla casa familiare durante uno di quei giochi all’aperto che da bambinetta faceva, svoltato l’angolo finì bruscamente – quel giorno per lei fatidico – tra le gambe fasciate da eleganti stivali di un misterioso uomo alto e vigoroso. Il mondo per la piccola Luisa si fermò: alzò la testa, stupita e un po’ impaurita… E vide un viso che riempiva il cielo: il viso di suo padre.

Mia cugina portò sempre con sé il ricordo di quei giochi, di quella corsa e di quel volto sullo sfondo del cielo, dolcezze che le erano sembrate, in quel breve attimo, eterne. Di lì a non molto, invece, nei convulsi, tragici eventi che colpirono quelle terre e che ci marcarono per sempre mutando il nostro destino, Lino Gherbetti fu trucidato dai partigiani di Tito (settembre 1943). Come tanti altri… Ma quell’ultimo ricordo del padre col volto stagliato contro il cielo, Luisa Gherbetti lo conservò per sempre. E lo portò negli orfanotrofi, da profuga, e quindi sulla nave che la trasportò oltreoceano, nella nuova vita, insieme con la madre Adalgisa e il fratello Bruno. E lei mai abbandonò quell’ultimo ricordo.

Devo aggiungere che mia cugina fu sempre di carattere gioioso, e che anche quella sera a Beloeil, parlando del padre, della madre, dei parenti scomparsi e del suo mondo di bambina a Pisino, la nostra cittadina di nascita (oggi, col nome di Pazin, capoluogo dell’Istria croata) di cui rammentava sorprendentemente ogni cosa, ogni angolo, e ogni frammento di quel piccolo mondo spezzato, il racconto di quei lontani giorni fluiva da lei senza odi e, direi, senza rancore. Perché nel carattere di Luisa, nonostante i tanti anni trascorsi, era rimasto ancora molto di quella bambina che giocava nel cortile di casa sua, non lontano dalla locanda l’“Aquila nera” della famiglia paterna – i Gherbetz-Gherbetti – e non lontano dal cupo baratro in cui, tra un volo di colombi selvatici, spariva il torrente Foiba, anima della nostra Pisino.

“Ecco i nostri ‘estremisti’, figli degli ‘oppressori’ italici – verrebbe da dire sarcastici – i quali ricevettero per mano dei “liberatori” slavo-comunisti (lo sostengono in tanti anche in Italia) la giusta retribuzione per i loro ‘delitti’”. Il maggiore dei quali, inutile dire, fu quello di essere italiani oltretutto autoctoni.

Luisa Gherbetti ambiva alla medaglia. La desiderava per tante cose, ma soprattutto per i figli, Sandra e Bruno, nati qui, in questo nuovo mondo così distante da quelle terre tormentate dove finì per sempre, con la sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il sogno d’italianità dei nostri padri.

Luisa riempì diligentemente la domanda per la medaglia e la spedì in Italia. Dopo qualche tempo ricevette la convocazione per ricevere a Roma l’onorificenza, insieme ad altri come lei, nel corso della prevista cerimonia diretta a celebrare la memoria degli italiani massacrati durante la feroce pulizia etnica che si compì nelle nostre martoriate terre per mano dei comunisti slavi. Luisa decise però di non partire, di non recarsi all’importante cerimonia, perché non si sentiva troppo bene. Era l’avvisaglia di un male che di lì a non molto le avrebbe arrecato la morte.

Non molto tempo dopo questo nostro incontro avvenuto a casa sua, a Beloeil, Luisa subì una serie di operazioni. Ma le sue condizioni, lungi dal migliorare, si aggravarono. E finì nel reparto rianimazione dell’istituto di cardiologia della Via Belanger di Montréal. Purtroppo tutto indicava che vi fossero assai poche speranze per lei.

Voglio parlarvi di un certo giorno che ricordo così bene. Mi ero recato a trovarla. Mi trovavo da qualche minuto nella sua stanzetta d’ospedale, ed ero preoccupato perché vedevo mia cugina inerte, senza alcuna reazione. Ma finalmente Luisa uscì dal torpore. E riconoscendomi, si rianimò. Si animò a tal punto che divenne agitata. Cercava di dirmi qualcosa, ma non riusciva ad articolare. La sua voce era gorgogliante, debolissima, incomprensibile. La mascherina con l’ossigeno, oltretutto, le ostruiva la bocca. Continuava però, direi disperatamente, a cercare di farmi capire qualcosa di urgente. Gorgogliava... Io mi sforzavo di afferrare le sue confuse parole, chino su di lei, tendendo l’orecchio… Ma niente. Lei con le sue deboli forze, tutte interiori, insisteva. Nulla da fare. Il suo messaggio mi riusciva incomprensibile.
Quindi perse le forze e ripiombò nell’incoscienza.

Mi sentii a disagio, quasi colpevole. E dopo un po’ me ne andai, portando però con me il rovello di non essere riuscito a capire cosa volesse dirmi...
Cosa voleva dirmi la povera Luisa?

Mi voleva dire che la medaglia era giunta: la medaglia d’oro, data dal governo italiano – dopo più di sessant’anni – in riconoscimento del sacrificio di Lino Gherbetti, nato Gherbetz, puro eroe della resistenza italiana, quella vera: contro il nemico straniero. Al consolato di Montréal il plico con la medaglia era pervenuto. E di lì avevano spedito un avviso all’indirizzo di Beloeil. Il marito di Luisa comunicò subito la cosa ai figli. E il giorno dopo poterono finalmente mostrare la lettera a Luisa, all’ospedale, dove immancabilmente andavano ogni giorno.

Apprendendo dai suoi cari l’insperata notizia, con le pochissime forze che le rimanevano mia cugina gioì. La notizia riguardava, infatti, una cosa che per tanti esuli delle “terre irredente” supera tantissime altre: la fedeltà al sogno dei padri. Quello stesso giorno, o forse fu il giorno dopo – non ricordo bene – arrivai io, all’oscuro dell’arrivo della medaglia. E fu allora che assistei, senza capire il messaggio, a quei suoi ansiosi tentativi di mettermi al corrente del grande evento: la medaglia d’oro era infine arrivata.

È il caso di dire che la notizia del riconoscimento conferito alla memoria del padre giunse a Luisa proprio sul letto di morte. Mia cugina, infatti, morì di lì a non molto (il 29 settembre 2008).

Ebbene, Hollywood abbonda di episodi simili molto commoventi, spesso inventati. E quando si tratta di episodi collegati alla guerra, mai e poi mai è questione del dramma dei vinti. Cosa volete: i buoni sono tutti da una parte. E così anche gli eroi. Possiamo pertanto escludere categoricamente che vi saranno film strappalacrime su episodi simili a questo che vi ho raccontato. E neppure vi sarà mai una sovrabbondanza di articoli, sulla falsariga di questo mio modesto scritto, per ricordare un fenomeno che molti giudicheranno strano: le forti emozioni, provocate in un morente, da un sentimento, l’amor patrio, che la stragrande maggioranza degli italiani considera invece pura retorica. Non avendolo mai provato, e non riuscendo neppure a immaginarlo…

Ma dopotutto qualcosa è cambiato in Italia. Riconosciamolo. Vi è stato il primo film sulle foibe: “Il cuore nel pozzo”. Sono stati pubblicati libri di testimoni, di familiari di vittime, di esuli. Agli ultimi esami di maturità è stato persino proposto il tema “Le foibe e il confine orientale”. In parlamento siede un uomo come Roberto Menia, al quale i giuliano-dalmati tanto devono. Da parte sua il nostro Massimiliano Lacota, riuscendo in un’impresa non da poco, ha dato unità agli esuli e agli espulsi d’Europa attraverso la EUEEP (European Union of Exiled and Expelled People).

Di episodi esemplari, senza ombre, veri, puri come questo di Luisa ve ne sono altri. Fino a un certo tempo fa non osavamo raccontarli, perché se lo avessimo fatto avremmo ricevuto sul viso quella frase che mi fu rivolta quelle poche volte che cercai di dire qualcosa, anche ad amici, sul nostro passato. “Sai Claudio, non capisco bene questa tua storia...”

La mia, la nostra storia, di noi istriani, fiumani, dalmati, è in realtà la storia dell’Italia tutta, non dispiaccia alla maggioranza degli italiani, così “mondialista”, e soprattutto così antinazionale ovvero faziosa e partigiana. È la storia di un’Italia, nelle vittorie e nella sconfitte, imprescindibile per noi, gente delle terre del confine orientale.

Imprescindibile, nel bene e nel male.


Claudio Antonelli (Montréal)
onisip@hotmail.com

 
 

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