| Il papa polacco, il nostro papa
02.05.2011 - Papa Wojtyla è stato molto amato, ma anche avversato. Nessuno, comunque, potrà mai negare la sua statura gigantesca. Lo spirito umano in lui ha raggiunto altezze sublimi nel misticismo, nella dignità, nella bontà, nel coraggio, e così anche nella semplicità, nell’autenticità, nella spontaneità, nella vicinanza ai giovani, agli umili, agli oppressi.
Animato da un senso eroico della vita, Giovanni Paolo II ha proposto degli ideali che non sono da tutti, e ciò è apparso antistorico e reazionario a chi aderisce alle credenze e ai valori del momento con le sue mode, i suoi altarini, i suoi tabù. I più forti rimproveri alla sua adesione senza compromessi alle verità cristiane gli sono venute dagli osannatori dello spirito dei tempi. Le femministe lo hanno avversato. E così anche gli abortisti, i pronubi delle nozze omosessuali, le vestali della “political correctness”, e il nutrito corteo degli edonisti.
Occorre dire che il papa, in un Occidente in cui abbondano i “mea culpa”, ha chiesto forse troppe volte perdono per gli errori e i peccati commessi dalla Chiesa nei confronti di altri gruppi. Ma lo ha fatto rispondendo ad un impulso intimo, con sincerità. Egli ha infatti sempre dimostrato spontaneità in tutte le sue scelte.
Il contributo da lui dato alla caduta del comunismo, la perversa utopia che tante tragedie ha causato all’umanità, è stato decisivo. E ciò gli garantirà una riconoscenza imperitura.
Vi è un aspetto particolare del suo esempio che quasi nessuno sottolinea: egli ci ha insegnato che l’amore per la terra natale, per la propria cultura, per la propria gente non impedisce lo spirito universale. Tutt’altro. L’amore della Patria non solo non è un impedimento ad un amore più ampio, ma ne può essere il viatico.
Giovanni Paolo II non è stato un burocrate dello Stato del Vaticano, né lo stratega di un centro d’interessi religiosi, né il figlio fedele di un’unica patria, ma l’interprete di un meraviglioso disegno di fratellanza universale. Sotto il suo pontificato, Madre Teresa di Calcutta è stata l’espressione più evidente di questo spirito di altruismo, trascendente i limiti e i confini di razza, di credo, di cultura; limiti che invece altre religioni non solo hanno presenti ma alimentano ed esaltano. Il nostro papa polacco, rimasto per sempre fedele alle memorie storiche della sua terra, ha saputo vivere e trasmettere un ideale d’universalità.
In un discorso all’Unesco egli disse: “La nazione è una grande comunità di uomini tra cui esistono vari legami, di cui il più importante è quello della cultura. La nazione esiste a causa della cultura e a vantaggio della cultura di un popolo. Quindi essa è una grande educatrice di uomini. Questi ultimi, grazie alla nazione, imparano a vivere meglio in una più grande comunità. Io sono figlio di una nazione che ha vissuto le più grandi prove della storia: di una nazione che è stata condannata a morte dai vicini, ma che tuttavia ha saputo risorgere e restare fedele a se stessa.”
Papa Wojtyla, pur rimanendo per tutta la vita polacco, è riuscito a parlare come pochi al cuore degli individui, dei gruppi e dei popoli più lontani e dimenticati. Egli, figlio di Polonia, con un profondo senso dell’esilio, è riuscito ad essere il padre dell’umanità intera.
A questo punto mi è impossibile non registrare una nota dolente. Giovanni Paolo II, inconsapevolmente manovrato da una cerchia di ecclesiastici croati nazionalisti, molto attivi in Vaticano, in un paio di occasioni si è rivolto agli esuli giuliano-dalmati identificandoli come croati e sloveni, disconoscendo cioè la loro profonda, sofferta identità italiana. Ma il quadro di questo papa eccezionale resta ben altrimenti luminoso.
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