Elezioni:
la matematica non è un'opinione
di
Giorgio Stracquadanio
08.06.09
- La matematica non è un'opinione,
neppure in politica. Eppure in
queste ore del dopo voto si sentono
valutazioni e giudizi che con
la matematica hanno poco a che
fare.
Analizziamo i risultati più
significativi.
1. Il Popolo delle Libertà
raggiunge il 35,3% contro il 37,4%
delle scorse elezioni politiche.
In termini assoluti passa da 13,6
milioni di voti a quasi 11 milioni.
In un contesto elettorale proporzionale,
dove non è in palio la
posta del governo e in cui votano
il 66% degli elettori contro l'80%,
(in termini assoluti 31 milioni
contro 37,5) non si può
certo parlare di sconfitta. In
questi sei milioni di voti ci
sono certamente quelli che mancano
al Pdl, che non cede consenso
ad altri partiti.
La perdita dei voti è in
larga parte da ascrivere ad una
campagna elettorale incarognita,
come ha detto il Capo dello Stato,
una campagna elettorale che ha
cercato di demolire l'immagine
morale dell'uomo Silvio Berlusconi,
una campagna indegna che ha allontanato
i cittadini dalla politica, ma
non ha raggiunto l'obbiettivo
desiderato dai calunniatori di
professione.
Nessuno però può
trascurare il fatto che il partito
di Silvio Berlusconi, il Pdl,
è il primo partito in tutte
le regioni italiane escluse Emilia-Romagna
e Toscana. Il Pd perde il primato
che deteneva fino allo scorso
anno in Liguria, Marche, Umbria
e Basilicata. Un risultato
che apre uno scenario del tutto
nuovo per le regionali del prossimo
anno. Il Pd non è nemmeno
il partito appenninico
di cui aveva parlato Giulio Tremonti.
2.
La Lega Nord conferma i suoi
risultati e vede premiata la sua
propaganda. Raggiunge il 10,2%,
pari a 3,1 milioni di voti, contro
l'8,3% pari a 3,0 milioni alle
politiche 2008. La sua capacità
di mobilitazione è indubbia,
dimostra che il partito si muove
all'unisono sui temi forti che
sceglie, ma in nessuna regione,
nemmeno in Veneto, sorpassa il
Pdl.
3.
Il Partito democratico passa
dal 33,2% al al 26,1%. In termini
assoluti vuol dire una diminuzione
di quattro milioni di voti, da
12 milioni a 8 milioni. Un terzo
degli elettori del Pd del 2008
ha cambiato opinione. Come si
faccia a essere soddisfatti di
questo Franceschini & C. dovrebbero
spiegarlo. Anche perché
il risultato delle liste di sinistra
(6,5% , due milioni di voti) dimostrano
che il Pd, a differenza del Pdl,
ha concorrenti con cui non può
allearsi e che non riesce a conquistare
stabilmente ; nel 2008 la sinistra
estrema e gli altri che oggi hanno
concorso a formare le diverse
liste di sinistra non Pd (come
i socialisti) avevano raggiunto
il 5,2% , pari a 1,9 milioni di
voti, non molto meno di quanto
hanno oggi.
4.
Un discorso a parte meritano i
radicali che raggiungono il
2,4%, 750mila voti, che rappresenta
il consenso storico
di Marco Pannella, a condizione
che sia "solo contro tutti".
Quando si allea, il contributo
è meno della metà
in percentuale. Il che rende arbitrario
il tentativo del Pd di annettersi
il risultato radicale. Quell'alleanza
è probabilmente chiusa
per sempre, anche se i radicali
resteranno in parlamento nel gruppo
del Pd.
5.
Di Pietro. È il vero
vincitore a sinistra in queste
elezioni. Passa dal 4,4% (1,5
milioni di voti) del 2008, al
7,9% del 2009 (2,4 milioni di
voti). Il Pd dovrebbe riflettere
sul fatto che se si fa dell'antiberlusconismo
dipietrista e antipolitico la
sua bandiera come ha fatto
il Pd del dopo Veltroni
i voti vanno all'originale e non
alla fotocopia.
6.
L'Unione di centro passa dal
5,6% al 6,5% mantenendo gli stessi
voti assoluti, circa due milioni.
Per il partito di Casini valgono
le stesse considerazioni che valgono
per il partito di Bossi.
7.
Gli altri. Nessuno dei partiti
che non sono presenti nel Parlamento
nazionale è riuscito a
superare la soglia del 4% anche
in questa occasione, nonostante
tutte le varie combinazioni politico-elettorali
tentate. Il sistema politico tende
a stabilizzarsi intorno a cinque
soggetti;i la progressiva marginalizzazione
degli altri (unita alla progressiva
diminuzione delle risorse economiche
a loro disposizione) porterà
il sistema italiano a essere più
europeo, più bipolare e
non più proporzionale.
Sulla
base di questi dati si possono
trarre alcune conclusioni:
a) il governo esce premiato,
confermando i suoi risultati elettorali,
un risultato unico in Europa;
b) il Partito democratico perde
un terzo degli elettori e
non ha margini di manovra politica:
se si tiene Di Pietro non può
tentare di allearsi con l'Udc;
se cerca di agevolare la nascita
di una forza alla sua sinistra,
resta sotto l'ipoteca comunista;
da quando è nato cala di
peso invece di crescere;
c) il Popolo della libertà,
all'opposto, può ragionare
su un suo diverso assetto futuro;
è nel Partito Popolare
Europeo insieme all'Udc e la sua
stretta alleanza con la Lega Nord
può aprirsi alla prospettiva
di una qualche forma federativa,
sullo schema Cdu Csu.
A
questo punto, decidete voi chi
ha vinto e chi ha perso.