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Ermanno Filosa

 
 
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Repubblica Dominicana assediata da trame oscure

1 Gennaio 2006

Vergogna, tristezza e disperazione si riflettono negli occhi di una bambina e di un bambino che vendono il proprio corpo al miglior offerente nella strade di Boca Chica, centro turistico alla moda a trenta minuti di strada da Santo Domingo; il dolore emozionale di queste creature è solamente pari all'impotenza e alla solitudine per superare la denigrante situazione. Si vede: i loro occhi sono tremendi e pietosi, mentre il loro «padrone» li obbliga a vendersi per un pezzo di pane e un tetto. Sono due bambini haitiani, come altri centinaia, migliaia giovani creature dominicane allo sbaraglio e sopraffatti dalla miseria inesorabile.

Anche questo è la Repubblica Dominicana, la terra promessa per milioni di turisti che la visitano per due o tre settimane, ospitati nei comodi e lussuosi villaggi turistici alla moda; il mare verde smeraldo, le spiagge bianche e confortevoli, le palme, i frutti esotici, le feste notturne sul bagna-sciuga a suon di tamburi e musiche afro-caraibiche; la gioia fresca e spensierata dei turisti non incontra la miseria e le forti contraddizioni sociali che popolano questa isola dai mille sogni e dai viaggiatori di nozze animati d'amore e felice speranza. La Hispagnola, forse l'unica isola al mondo divisa tra due Stati, Haiti e Repubblica Dominicana, è un incredibile banco di prova per capire se si è formata in America Centrale e nei Caraibi una coscienza politica matura per analizzare e risolvere la questione dell'isola dei balocchi e dei miti salgariani; è certamente uno stupefacente «laboratorio di sperimentazione politica» che, con tutto rispetto per le varie umanità coinvolte, supera molti schemi teorici sia dal punto di vista politico-culturale che antropologico. Una sorta di rebus dalla imprevedibili risoluzioni, sbocchi maledettamente sorprendenti se non cruenti. Capiamoci.

La questione haitiana. Assedia la pace, assilla e preoccupa il pensiero dei politici del centro-america e non solo, toglie il sonno alla già difficile situazione politico-sociale-economica della Repubblica Dominicana. Ê sceso in campo anche il noto periodico Usa New York Times ad accusare apertamente le autorità dominicane di maltrattare gli immigranti haitiani, affermando che i difensori dei diritti umani hanno visto in RD un sistematico abuso persino contro i dominicani di discendenza haitiana; e così quest'anno i campi di tabacco del Nordest dominicano saranno seminati in ritardo perchè gli immigranti haitiani che si dedicano a questo lavoro sono scappati in massa per reali minacce di linciaggio. Nella comunità di Guatapanal, ad esempio, importante zona dominicana coltivata a tabacco, si respira una aria pesante e la tensione si taglia a fette; due «uomini neri», alla fine di settembre, hanno assassinato un lavoratore dominicano: furiosi, i locali dominicani, senza attendere un regolare processo, si sono armati di affilati machete e hanno avviato la ricerca dei presunti colpevoli ed incassare una amara e frettolosa giustizia-vendetta. Già oltre 75 haitiani sono scappati dalle contrade di Pontòn e El Pinto, provincia La Vega, mentre le loro misere casette di legno sono state saccheggiate e bruciate; in questi giorni la Direzione dell'Emigrazione della regione Nord ha dichiarato che oltre mille haitiani hanno attraversato volontariamente la frontiera, abbandonando i lavori nelle terre del Cibao Centrale; gli haitiani indocumentati hanno abbandonato anche le piantagioni agricole del municipio di Navarete. Gerard Casamayor, presidente dell'Associazione Studentesca Haitiana, presentatosi alle autorità nella contrada El Encantado, di Villa Trina, ancora aspetta delle chiare risposte in merito alla uccisione di un suo compatriota. E tante altre storie di violenza e furia incontrollata; la verità è che le azioni di violenza tra i due Paesi sono molteplici, mentre le aggressioni nel suolo dominicano sono di doppia via, e cioè dominicani contro cittadini haitiani e haitiani contro cittadini dominicani. Afferma Victor Beltràn, lavoratore immigrato haitiano, vestito da poveri stracci e scalzo, malnutrito, denti marci, occhi neri accesi dal dramma che vive lui e la sua gente, «facciamo tutto il lavoro che i dominicani non vogliono fare, però dobbiamo stare nascosti nell'ombra...non abbiamo diritti, i nostri figli non possono andare a scuola e le nostre donne non sono accettate negli ospedali...».

Lo scorso ottobre, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, ha dichiarato che la Repubblica Dominicana stava illegalmente negando il rilascio di certificati di nascita a neonati figli di padre haitiano e ha ordinato al Governo di porre fine a questa pratica; il Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti dei Bambini ha dichiarato con fermezza la preoccupazione dell'Onu, perchè in Repubblica Dominicana ai bambini figli di haitiani si nega l'assistenza medica e l'ingresso alla educazione scolastica. Già nel 2002 Human Rights Watch stigmatizzava che in Repubblica Dominicana il razzismo aiuta a far rivivere sentimenti anti-immigrati, già che gli haitiani tendono a tenere una pelle più scura dei domenicani e pertanto comunemente si suppone che costoro debbano tenere uno status sociale più basso. Ricordiamo : «Il vero oscurantismo non consiste nell'impedire la diffusione di ciò che è vero, chiaro e utile, ma nel mettere in circolazione il falso». (J.W.Goethe ). Da tempo la Chiesa chiede comprensione tra dominicani e haitiani; il presidente della Conferenza dell'Episcopato Dominicano, monsignor Ramon Benito de la Rosa, ha qualificato come «pericoloso» il clima che sovrasta questi atti di protesta e di violenza, e ha ricordato che alimentare questi incidenti tra i due Paesi non giova alla prosperità e al rafforzamento della pace tra le due nazioni.

La questione haitiana bisogna analizzarla con gran riguardo. È carica di incerte implicazioni, certamente una minaccia costante alla pace e alla tranquillità di tutta l'isola e dell'America Centrale; è una questione di portata globale, e deve essere affrontata dalla Comunità internazionale. Il Governo dominicano ha respinto la decisione della citata dichiarazione della Corte Interamenricana, mentre alcuni Ministri affermano con insistenza che il flusso in massa degli haitiani eleva il tasso di criminalità e mette in crisi il servizio scolastico e ospedaliero; insomma la RD non ha i mezzi per affrontare da sola la grave questione che colpisce il popolo haitiano. Vi è da ricordare che il Presidente della Repubblica Leonel Fernandez ha recentemente ammesso che il suo governo ha violato lo standard internazionale riguardo alla tutela dei diritti umani in relazione alla deportazione in massa degli haitiani oltre la frontiera dominicana; certamente una serena presa di coscienza di alcuni eccessi compiuti, con la intuibile autorevole promessa che il futuro riserverà un trattamento piu' degno all'immigrazione haitiana. Non si può`comunque dimenticare che la coscienza del popolo dominicano è da temp profondamente ferita dagli innumerevoli casi di violenza sessuale effettuata anche su minori ad opera di haitiani illegali in territorio dominicano; d'altra parte lo scrupoloso procuratore generale della Repubblica Dominicana, Francisco Dominguez Brito ha affermato in questi giorni che ogni mese muoiono da 10 a 13 haitiani a causa di fatti violenti, dei quali un promedio di dieci morti sono originati da conflitti tra haitiani stessi, a causa dello alcol e dell'uso di droga o per motivi di gelosia. Questi fatti violenti, comunque, si realizzano prevalentemente nelle zone rurali.

E così con sentimenti di pace e di solidarietà, allo scopo di rendere meno tesa la relazione tra i popoli delle due nazioni, e rafforzare l'amicizia di buon vicinato, il Presidente Leonel recandosi in Haitì il 12 dicembre 2005 incontrava il Governo provvisorio, quando sono scoppiate violente proteste antidomenicane in occasione della visita di Stato. Migliaia di manifestanti, in gran parte studenti, si sono riuniti nella piazza Campo de Marzo, dinanzi al Palazzo Nazionale, e sono iniziate le proteste mentre il Capo di Stato dominicano si intratteneva a colloquio con il suo omologo haitiano Boniface Alexandre e il primo ministro Gerard Latortue; i manifestanti hanno gridato «Fernandez razzista, smetti di uccidere gli haitiani», hanno bruciato fotografie del mandatario dominicano. Sono state lanciate pietre contro il Palazzo Nazionale haitiano, bruciate gomme d'auto e arbusti. In molte vie di uscita dal Palazzo Nazionale intralciate, si sono viste marcate tensioni e preoccupazioni; anche l'auto che trasportava il Presidente Leonel è stata fatta oggetto di una fitta sassaiola; vi è stato un momento in cui la scorta del Presidente Leonel ha dovuto assumere la postura dello assetto di guerra. Poi finalmente è sopraggiunta la calma. E il mandatario dominicano ha, comunque, lasciato in fretta Haitì senza concludere la visita, mentre l'ambasciatore dominicano Serulle dichiarava alla radio locale haitiana Metropol che la visita di Stato veniva interrotta per evitare che il Presidente Leonel corresse «il rischio di essere assassinato», e attribuiva la pericolosità delle proteste a «gruppi di estremisti ben individuati e organizzati che vogliono ostacolare il processo di distensione tra il popolo haitiano e il popolo dominicano». Con un tempismo degno di miglior causa, si fa anche vivo l'ex Presidente della Repubblica Dominicana Hipolito Mejia che giudica «imprudente» la visita del mandatario in Haiti, e considera che con questa iniziativa il presidente Leonel tendeva a «togliere valore e significato politico» al tema dell'allenza tra i partiti della attuale opposizione, e cioè il Riformista Social Cristiano e il partito Rivoluzionario Dominicano e distrarre quindi l'opinione pubblica dominicana circa la «perdita di popolarità e di immagine» che travolge lo stesso mandatario oggi in carica; considerazioni queste che sono state respinte con vivacità dai dirigenti del Partito della Liberazione che guida il Governo.

In questo quadro complesso, ricco di contrasti anche emozionali e speculazioni e tatticismi politico-elettorali, non poteva mancare la presa di posizione dell'autorità militare dominicana. E così, il Ministro delle Forze Armate domenicane, almirante Sigfrido Pared Pèrez, ha disposto un rafforzamento delle misure di sicurezza nella frontiera, non collegando il provvedimento con le proteste violente contro la visita ufficiale di Leonel in Haitì; Parez Pèrez ha dichiarato alla stampa locale che le nuove disposizioni sono dovute all'imminenza delle elezioni politiche haitiane, rinviate per l'ennesima volta all'8 di gennaio 2006, e prevenire quindi qualsiesi attraversamento forzato e di massa della frontiera in conseguenza di comizi elettorali carichi di tensione. In merito alle proteste e al rischio che ha coinvolto il Presidente Leonel, il titolare della Forza Armata ha richiamato l'attenzione sulla responsabilità della sicurezza del Governo provvisorio haitiano e delle forze della Missione dell'Onu per la Stabilità Democratica di Haiti (Minustash) di non aver adottato le necessarie misure di precauzione considerato che i disordini e le manifestazioni non democratiche erano chiaramente da prevedere.

Uno scenario teso e soprendente, inquietante, e non è chiara fino in fondo la trama di un intrigo dai contorni sfuggenti e preoccupanti. Sovrattutto quando la scena viene occupata da Guy Philippe, ex capo della polizia di Haiti ed ora candidato presidenziale, il quale ha negato comunque di aver promosso la manifestazione anche se ha partecipato ad essa su invito degli studenti manifestanti; Philippe, è bene non dimenticarlo, ebbe un gran ruolo fondamentale e da protagonista nella destituzione dell'ex presidente Jean Aristide, ed è un uomo con le idee chiare, deciso, ben addestrato, condottiero nato e uomo di azione-pensiero come pochi in Haitì. Ha dichiarato, tra l'atro, che il suo partito è ben collocato nell'elettorato haitiano e che non aveva bisogno di organizzare una manifestazione contro il mandatario dominicano per cercare notorietà e ha decisamente negato che i suoi sostenitori abbiano inseguito la carovana del presidente Leonel mentre era diretta allo aereoporto, sottoponendola a ripetuti colpi di arma da fuoco. Di Guy Philippe sentiremo ancora molto parlare.

Da parte domenicana, come era da prevedere, immediate le reazioni, i commenti e le analisi politiche, anche se si sono fatte attendere pìù di qualche giorno le scuse ufficiali del Governo haitiano in relazione alle proteste violente di Campo de Marte; tutte le istituzioni e i partiti dominicani hanno condannato con vivacità la manifestazione violenta in Haiti. Il consigliere del Governo dominicano in materia di droga e ascoltato leader politico, Vinicio Castillo, ha dichiarato che le proteste contro la visita di Stato del presidente Leonel, sono state organizzate da «precisi settori che intendono cosi dimostrare che la Repubblica Dominicana è un Paese invivibile come Haitì e tentano di avviare una «cospirazione insieme al popolo dominicano» con l'intenzione di unificare entrambe le nazioni. E ritorna quindi il tema dello «Stato fallito», anche se lo stesso Vinicio Castillo precisa che «in Repubblica Dominicana non vi è caos, lo "Stato Fallito" ed il caos e la disgregazione istituzionale è in Haitì, e non bisogna nascondere che in dominicana esistono preoccupazioni e problemi per lo sviluppo economico, ma abbiamo uno Stato organizzato», anche se molti servizi, si è spesso fatto osservare, ancora non funzionano come dovrebbero. E poi si fa rilevare che esistono gruppi che tentano di mostrare alla comunità internazionale che allo stato delle cose l'unica soluzione è la «fusione» tra le due nazioni. Alla luce di queste analisi la questione si complica, nasce una sorta di emergenza politico-emozionale: la Repubblica Dominicana e Haitì, i Caraibi in generale sembra che si avviino adesso verso una sorta di teatro di insicurezza e d'instabilità quasi cronica, una persistente tendenza ad accogliere e affrontare un clima di precarietà con un sistema finanziario-bancario già gravemente scosso. Di fatto appare che la tensione tra i due Stati dell'isola La Hispañola, viene alimentata dal pregiudizio della differenza religiosa e etnica, da ciechi nazionalismi e trame sottili legate da interessi divergenti ma alla fine collimanti: e a così appare una forzatura adombrare la nascita di un solo Stato, una fusione tra le due nazioni. Al contrario, però, vi è chi afferma che nell'ombra si architettano manovre e piani per avviare la dollarizzazione dell'economia dell'intera isola e quindi realizzare il disegno di una «fusione delle due Nazioni» e la nascita di un solo e unico Stato. Chissà!!! Il tempo ci dirà quali sbocchi avrà questo clima da trame oscure; forse non tanto oscure, a ben riflettere.


Il dott. Ermanno Filosa, vive in Santo Domingo, è il Presidente dell' Associazione
"Azzurri nel Mondo - FORZA ITALIA della Repubblica Dominicana"

ed attualmente riveste la carica di
Presidente emerito del COM.IT.ES., con funzioni di Vice-Presidente Tesoriere.
(COMITATO DEGLI ITALIANI ALL' ESTERO - CIRCOSCRIZIONE CONSOLARE DI SANTO DOMINGO - HAITI - GIAMAICA)