Barack
Obama visto dall'Italia, impariamo a conoscerlo
21.02.08
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Poco più di un anno fa il quarantenne
senatore americano Barack Hussein Obama
manifestò la volontà di
candidarsi nel Partito Democratico per
la prossima presidenza degli Stati Uniti.
Stranamente subito scoppiò in seno
alla comunità nera una polemica,
riportata dal New York Times, sull'idea
stessa di essere nero negli Stati Uniti.
I più tradizionalisti dei neri
sostenevano che essere nero significa
avere nel proprio DNA e nella memoria,
sia tramandata dagli antenati che di vita
personale, l'esperienza della schiavitù
e della vita diseredata dei ghetti delle
grandi metropoli.
Tutto
questo è ignoto a lui, nato da
madre bianca americana e da padre keniota,
cresciuto nella ricchezza e nell'abbondanza
(in the lap of luxury) delle isole
Haway, in ambiente fortemente multietnico,
con numerosissime presenze d'origine asiatica
ed ispanica. Da bambino ha avuto esperienze
di vita lontana dagli Stati Uniti, per
qualche anno ha frequentato scuole coraniche
in Birmania, dove si era trasferita la
madre. Poi è tornato nelle Haway,
dove ha frequentato la migliore scuola
multietnica del luogo e si è distinto
nella scrittura. Poi studi di giurisprudenza
a Los Angeles completati a New York, alla
Columbia University.
Dunque,
questo candidato ha cultura e modi cosmopoliti,
lontanissimi anni luce da quell'America
che ha eletto tanti presidenti appartenenti
ai WASPS (White Anglo-American Protestants,
Protestanti Anglo Americani bianchi),
l' élite bianca del New England,
della costa est, ovvero degli Stati formatisi
dalle prime colonie inglesi. Si sosteneva
un anno fa che non è il colore
della pelle a fare una persona, ma la
sua cultura. Pertanto Obama non poteva
assolutamente essere un rappresentante
dei neri, ma doveva essere considerato
solo come americano, un brillante risultato
del melting pot, grande calderone
che tutto rimescola, cambia e trasforma
in nome del sogno americano.
Oggi
Barack Obama può permettersi di
fare una campagna elettorale con degli
slogan semplicissimi, "Change,
Yes, We can" Ripetendo e scandendo
forte queste parole, che anche un nostro
bambino delle elementari può capire
in inglese, ha stravinto una serie di
primarie. Va citata la vittoria strepitosa
in Sud Carolina, stato che nel XIX secolo
perse 150.000 dei suoi uomini bianchi
di recentissima origine europea, per difendere
il diritto di proprietà e commercio
di carne umana nera. Migliaia di eredi
degli schiavi, un fiume umano, si sono
recati alle urne, per lui. Per la prima
volta in vita loro. Ripetendo e scandendo
quelle semplici parole si é potuto
permettere di dire ad Hillary Rodham Clinton,
sessant'anni, di cui otto trascorsi alla
Casa Bianca, che lei rappresenta il passato,
e non il futuro.
E'
questo fenomeno che fa nascere una speranza,
ed insieme un incubo. Lo slogan "Change,
yes, we can" attrae l'attenzione
e risuscita le speranze dei neri più
diseredati, degli ispanici, degli immigrati
recenti, di quelli che hanno bruciato
a contatto con la realtà il loro
sogno americano. E' un altro aspetto del
sogno americano, dunque, quello che fa
emergere l'americano di colore Barack
Hussein Obama . Il sogno del venir meno
delle differenze economiche e culturali
troppo marcate dipendenti dall'etnia di
provenienza, e quindi incolmabili. Suscita
il sogno di colmarle, a completamento
dell'ovvio sogno dell'arricchimento rapido,
nel perseguimento della felicità
(the pursuit of happiness).
In
parallelo a questo emerge nell' élite
wasp - e nella classe media bianca, benestante
- di religione protestante ed orgogliosa
espressione di valori patriottici, l'
incubo che ciò possa accadere veramente.
L' incubo consiste nel fatto che milioni
di afroamericani, ispanici ed asiatici
di recente immigrazione possano cambiare
con il loro voto i rapporti di forze nel
mondo politico del Nord America. L' incubo
che l' America debba cambiare se stessa
oltre che pretendere di andare a cambiare
gli altri. E' per questo incubo che servizi
di sicurezza straordinari sono stati messi
intorno a quest' uomo tanto carismatico,
onirico e profetico, mosso e sollevato
da terra col petto di uomini bianchi e
neri che devono proteggerlo da quei proiettili
che qualche decennio fa fecero un mito
di JFK e di suo fratello Bob.
Un
sogno o un incubo anche per noi.
emedoro@yahoo.it