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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

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Le Firme * Franco Farro

Gli italiani che vivono in Venezuela ?

Domanda affascinante, impegnativa e delicata la risposta.

Caro Direttore,

mi chiedi come vivono gli italiani in questo paese, come si sono inseriti e che attività svolgono. Si potrebbero scrivere molte pagine e non é questa l’ idea, vero? É necessario e comprensibile, per i lettori, essere succinti ed esaurienti senza annoiarli; missione ardua. Nonostante l’immensità della domanda posso tentare di informarti con una panoramica generale dicendo che la comunità italiana in Venezuela é ben inserita, molto integrata nel tessuto locale, anche troppo. Non é una temeraria affermazione la mia già che quel “troppo” si riferisce al prezzo che si sta pagando, ossia la perdita dell’ italianità con riferimento particolare alla lingua italiana che viene parlata di rado e negli stessi nuclei familiari; nei club sociali, poi, dove potrebbe e dovrebbe essere coltivata l’ italianità si assiste ad un degrado costante. Basti pensare che a tavola si pasteggia a whisky (abitudine indigena), mentre nel mondo siamo fra i preferiti nel consumo del nostro vino. Ma questo é altro discorso. Attraverso la mia rivista ITALIA OVUNQUE continuo, da anni, a lottare contro questo lassismo nell’ abbandono dell’ italiano e vedo che é una lotta donchisciottesca, purtroppo.

Che lavoro svolgono?

Sono inseriti in tutte le attività, dalle imprese di costruzioni civili all’ industria delle calzature,alla gastronomia, passando per le industrie di prodotti derivati dal petrolio; insomma, sono dappertutto.

Mi chiedi, poi, cosa fanno le Associazioni Italiane in Venezuela?

Mi stai invitando a nozze.

La prima domanda che pero’ é necessario porsi, nell’ intento di definire oggi l’ essenza dell’ Associazionismo regionale italiano all’estero, la sua capacità di essere attivo, l’interesse per la sua permanenza, é se non si tratti di un tentativo di difesa per evitare che l’identita’ collettiva di una civiltà (regionale) continui verso il baratro della disintegrazione e, quindi, senza un futuro possibile.

In che modo l’ avventura delle differenze e delle specificità di ogni regione, rappresentata in queste latitudini, é ancora in grado di costituirsi di fronte all’omologazione di massa del presente, che supera l’ identità dei contenuti geopolitici dei continenti? Con l’ integrazione razziale molti sostengono che sarebbe meglio arrendersi guardando solo agli elementi comuni dei processi di internazionalizzazione dell’ informazione e del mercato, già che l’ informazione storico-culturale del nostro passato non interessa alle recenti “culture”.

Queste, però, sono debitrici di una grande quantita’ di elementi a quelle gloriosamente precedenti; ci si chiede, allora, se le grandi associazioni regionali non riescano più ad assolvere a questa missione per le nuove “culture”, sia per la morìa nel seno dei loro affiliati, sia per l’ incapacità di alcuni Consigli Direttivi che annoverano persone stanche, con una vita vissuta intensamente e che sono là solo perchè considerate dei totem da ammirare. E dove le mettiamo le piccole A.C. di cittadine (fiat!) o addirittura di paesini (sic?!) che ultimamente sorgono come funghi? Che possono dire queste associazioni con 15/20 affiliati? Quale verbo possono trasmettere? Purtroppo, poi, si scopre che ad organizzarle é qualche carneade in cerca di visibilità, assetato di protagonismo e senza avere le phisique du rol, procedendo da qualche altra istituzione, essendone l’emblema buffinesco della sua catatonìa cerebrale, il quale cade da solo appena apre bocca perchè emette soltanto suoni stridenti, denotando una sub-cultura e facendo capire chiaramente di non avere, mai, sofferto crisi di modestia.

E allora?

E, dulcis in fundo, i COM.IT.ES. e mettiamoci pure il C.G.I.E., già che ci siamo. Per i primi devo dirti che purtroppo manca il coraggio dimostrato dai connazionali di Miami che hanno sfiduciato quel COMITES, bravissimi! Allora, lasciando da parte questa Istituzione in Caracas sulla quale preferisco stendere un pietoso velo di silenzio non intendendo menzionare nomi e far loro una pubblicita’ che non meritano in nessun modo, ecco che appaiono i rappresentanti del C.G.I.E. i quali sono, comunque, delle presenze traumatiche (un fenomeno comune con i primi); sono come alieni in silenziosa contrapposizione alla terrificante realtà che vivono i connazionali in questo paese. Sono dei fortilizi ciechi e uniti rispetto al contesto che li ha eletti. Sembrano delle sequenze spaziali senza familiarità, senza incorporare perlomeno i frammenti del linguaggio che dovrebbero articolare per tradursi in formulazioni più dirette e adattate ad una scena ambientale (la comunità italiana) ancora preziosamente partecipativa.

Ed ecco che ne risulta, perlomeno agli occhi degli astanti, un abbandono sostanziale di qualsiasi azione complessiva, incapace di creare un consenso vasto e durevole sulle iniziative da intrapendere e senza aver consultato la base elettorale. Se potessimo contare con la tecnologia “Mind drive” di Ron Gordon, già guru della Silicon Valley negli anni ’90, metteremmo al dito indice di quei signori una specie di anello dotato di sensori ed a contatto con il computer che fa da tramite fra la macchina ed il nostro pensiero, onde trasmettere in un modo indelebile che rimarrebbe nella loro memoria. E, certamente, non é neanche l’eccesso di simpatia (sic!) che ne minaccia l’allontanamento ma la sensazione di non appartenere a nessuno stile, a nessuna linea identificata con una geografia precisa qual é la comunità italiana che vive in questo paese.

Ho cercato di rispondere nella maniera più concisa già che dovevano essere illustrate tutte queste realtà; é la mia opinione che, dopo 30 anni vissuti in questo paese, sento di dare. Vi sarà, certamente, una levata di scudi da più parti, ma questa é la democrazia che fa la differenza fra la libertà di pensiero e la coercizione.

Salutissimi da Caracas.


Franco Farro* - Italia chiama Italia www.italiachiamaitalia.com

* Direttore Responsabile di ITALIA OVUNQUE



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