Le
Firme * Filippo
Giannini
Le
nostre radici
Simbiosi
fra Capitalismo e Lavoro
Nella Repubblica Sociale Italiana
01.03.08
- <La Socializzazione
non è se non la realizzazione
italiana, romana, nostra,
effettuabile del socialismo;
dico nostra in quanto fa del
lavoro il soggetto unico dell'economia,
ma respinge la livellazione
inesistente nella natura umana
e impossibile nella storia>.
(Mussolini - 14 ottobre
1944).
Il
teorico e storico della dottrina
cattolica Don Ennio Innocenti,
che tanti anni ha dedicato allo
studio e all'insegnamento, ha
scritto che il problema affrontato
da Mussolini nell'ultimo decennio
della vita <fu quello
di far entrare il corporativismo
nelle imprese per elevare il
lavoratore da collaboratore
dell'impresa a partecipe alla
gestione e alla proprietà
e quindi ai risultati economici
della produzione>. E
aggiunge: <Durante la
R.S.I. fu emanato un decreto
che prevedeva la socializzazione
delle imprese. E' stato questo,
sostanzialmente, il messaggio
che Mussolini ha affidato al
futuro. E' un messaggio in perfetta
armonia con la Dottrina Sociale
Cattolica, che è e resterà
sempre radicalmente avversa
sia al capitalismo sia al social-capitalismo.
In quest'ultimo messaggio mussoliniano
di esaltazione del lavoro noi
ravvediamo qualcosa di profetico>.
L'idea di un "socialismo
effettuabile" sorse
in Mussolini già nel
1914, quando uscì dal
Partito Socialista, organismo
velleitario e ciarliero, e la
sviluppò nell'immediato
dopoguerra.
Nel 1919 Mussolini, parlando
agli operai della "Dalmine",
che avevano occupato le fabbriche
e innalzando le bandiere tricolori
anziché quelle rosse
e continuato a lavorare sotto
la guida dei tecnici, fra l'altro
dichiarava che <il lavoro
doveva essere conquista, vittoria
di uomini liberi. Voi non siete
più salariati, ma partecipi
della produzione>.
LEGGI D'AVANGUARDIA
In questo secondo dopoguerra
è stato scritto e detto
che l'idea mussoliniana della
Socializzazione <fu un
tardivo espediente per ingannare
le masse lavoratrici>.
E' una delle tante menzogne,
fra le mille e mille, di un
regime corrotto e inetto terrorizzato
dal dover affrontare un serio
confronto con lo Stato che lo
aveva preceduto.
Tutta l'attività del
Governo Mussolini fu un susseguirsi
costante di decreti e leggi
di chiara finalità sociali,
all'avanguardia, non solo in
Italia, ma nel mondo.
Quelle leggi, di cui i lavoratori
italiani ancora oggi godono
i privilegi, sono quelle volute
da Mussolini nei suoi vent'anni
di governo. Qualsiasi confronto
con quanto fatto dai governi
di quest'ultimo dopoguerra risulterebbe
stridente.
Ricorderemo, per i giovani che
non sanno per coloro che hanno
dimenticato, solo alcune leggi
e alcuni decreti, specificando
che prima del fascismo c'era
il vuoto più assoluto:
Tutela donne e fanciulli
(26/4/1923);
Assistenza ospedaliera per i
poveri (30/12/1923);
Assicurazione contro la disoccupazione
(30/12/1923);
Assicurazione invalidità
e vecchiaia (30/12/1923);
Maternità e infanzia
(10/12/1925);
Assicurazione contro la TBC
(27/10/1927);
Esenzione tributarie famiglie
numerose (14/6/1928);
Opera Nazionale Orfani di Guerra
(16/7/1929);
INAIL (23/3/1933);
Istituzione libretto di lavoro
(10/1/1935);
INPS (4/10/1935);
Riduzione settimana lavorativa
a 40 ore (29/5/1937);
Casse Rurali e Artigiane (26/8/1937);
Cassa Integrazione e Guadagni
(13/6/1942);
INAM (11/1/1943).
Da tutto ciò si evince
il motivo per il quale i governi
che seguirono nel dopoguerra,
per evitare un democratico confronto,
sono stati costretti a creare
una cortina di menzogne e contestualmente
varare leggi antidemocratiche
e liberticide, quali le "Leggi
Scelba", "Legge
Reale", e "Legge
Mancino".
I principi essenziali dell'ordinamento
corporativo sono espressi e
ordinati dalla "Carta
del Lavoro" che vide
la luce il 21 aprile 1927. La
"Carta del Lavoro"
portava il lavoratore fuori
dal buio del medioevo sociale
per immetterlo in un contesto
di diritti dove i rapporti fra
capitale e lavoro erano, per
la prima volta nel mondo, previsti
e codificati.
In un articolo di fondo apparso
alcuni anni or sono su "Il
Giornale d'Italia",
fra l'altro si leggeva: <La
nascita dello Stato corporativo
rappresentò il tentativo
di superare i limiti del cosiddetto
Stato liberare e l'incubo dello
Stato sovietico. Il secondo
conflitto mondiale infranse
l'esperimento in una fase che
era già cruciale a causa
dell'isolamento internazionale
provocato dalle sanzioni e dall'autarchia>.
Il Diritto Corporativo tende
a porre l'Uomo al centro della
società postulando principi
dei quali citiamo alcuni più
caratterizzanti:
1) ridimensionamento dello
strapotere dei padroni attraverso
la partecipazione dei lavoratori
alla gestione dell'impresa;
2) partecipazione dei lavoratori
agli utili dell'impresa;
3) partecipazione dei lavoratori
alle scelte decisionali, onde
evitare chiusure di aziende
o licenziamenti improvvisi senza
che ne siano informati per tempo
i dipendenti, i quali sono interessati
a trovare altre soluzioni atte
a non perdere il posto di lavoro;
4) intervento dello Stato attraverso
suoi funzionari, immessi nei
Consigli di Amministrazione,
allorquando le imprese assumono
interesse nazionale, a maggior
difesa dei lavoratori;
5) diritto alla proprietà
in funzione sociale, cioè
lotta alle concentrazioni immobiliari
e diritto per ogni cittadino,
in quanto lavoratore, alla proprietà
della sua abitazione;
6) diritto alla iniziativa privata
in quanto molla di ogni progresso
sociale contro l'appiattimento
collettivista e le concentrazioni
capitaliste;
7) edificazione di una giustizia
sociale che prelevi il di più
del reddito ai ricchi e lo distribuisca
fra le classi più povere
attraverso la Previdenza Sociale,
l'assistenza gratuita alla maternità
e all'infanzia, le colonie marine
e montane per bambini poveri,
l'assistenza agli anziani, i
dopolavoro per i lavoratori,
i treni popolari, e via dicendo;
8) eliminazione dei conflitti
sociali attraverso la creazione
di un apposito Tribunale del
Lavoro in base al principio
che se un cittadino non può
farsi giustizia da sé,
altrettanto deve valere per
i conflitti sociali; evitare
scioperi e serrate che tanti
danni provocano alle parti in
causa ed alla collettività
nazionale;
9) abolizione dei sindacati
di classe, ormai ridotti a cinghie
di trasmissione dei partiti
che li controllano, e creazione
dei sindacati di categoria economica
con conseguente modifica del
Parlamento in una Assemblea
composta da membri eletti attraverso
le singole Confederazioni di
categoria dei datori di lavoro
e dei lavoratori;
10) attuazione, particolarmente
nel Mezzogiorno, della bonifica
integrale che togliendo ai latifondisti
le terre incolte, vengano rese
produttive e quindi distribuite
in proprietà gratuita
ai contadini poveri.
Questi enunciati, che risalgono
ai primi anni '30, non sono
che il logico sviluppo di quelli
formulati nel 1919 e che ritroveremo
espressi, ancor più lapidariamente,
nel "Manifesto di Verona".
LA SOCIALIZZAZIONE
Una logica successione che partì
dal lontano 1914 e approdò
alle "Leggi sulla Socializzazione"
nella Repubblica Sociale Italiana.
Sin dalla seduta del Consiglio
dei Ministri del 27 settembre
1943 (quindi a pochissimi giorni
dalla sua liberazione), Mussolini
fra l'altro dichiarava che <la
Repubblica avrebbe avuto un
pronunciatissimo contenuto sociale>;
e il 29 settembre, ancor più
esplicitamente <un carattere
nettamente socialista, stabilendo
una larga socializzazione delle
aziende e l'autogoverno degli
operai>.
La Socializzazione si poneva
come strumento per una più
ampia trasformazione dello Stato
così come era nel pensiero
fascista: socializzare l'economia
per socializzare lo Stato.
Questo disegno può risultare
ancora più chiaro leggendo
uno stralcio della Relazione
che accompagnò il "Decreto
Tarchi", (Tarchi fu
Ministro dell'Economia): <(
)
la civiltà tende ad un
nuovo ciclo nel quale l'uomo
riassumerà il ruolo di
protagonista della propria storia
e del proprio destino in funzione
della sua personalità
estricantesi in attività
concrete sociali, cioè
nel lavoro. Sotto tale profilo
l'affermazione programmatica
che riconosce il lavoro come
soggetto dell'economia (
)>.
Ecco, allora, prendere forma
la dottrina della società
come era intravista da Saint
Simon, da Owen, da Mazzini:
concezioni vilipese dal bolscevismo,
ma ben focalizzate dal "socialismo
effettuabile" di Mussolini,
riportate nel "Manifesto
di Verona" e ufficializzate
nella dichiarazione programmatica
del 13 gennaio 1944 e nel decreto
legislativo dell'11 febbraio
seguente.
La Borsa di Milano, che era
ben vitale nella Repubblica
Sociale, il 13 gennaio, all'annuncio
dei provvedimenti sulla Socializzazione,
accusò il giorno dopo
una caduta dell'indice generale:
da 854 a 727 punti. Dopo un
periodo di stasi, quando il
13 febbraio furono emanati i
Decreti sulla Socializzazione,
l'indice generale scese a 567
punti. Poi, però, ad
iniziare da marzo, riprese a
salire fino a toccare, il 6
giugno 1944, il ragguardevole
livello di 1745 punti.
Certamente il Paese, che sopportava
oltre quattro anni di guerra
e diversi mesi di lotta intesina,
ben difficilmente poteva attuare,
in tempi rapidi, un così
ambizioso progetto di trasformazione
dello Stato. Progetto, però,
che come disse Mussolini a Milano,
<qualunque cosa accada,
è destinato a germogliare>.
Giustamente l'avvocato Manlio
Sargenti ha osservato: <Purtroppo
questo progetto non si è
avverato. Gli italiani hanno
dimenticato quella che costituiva
la più originale, la
più innovatrice proposta
della loro storia recente. L'hanno
dimenticata quelli stessi che
si sono considerati gli epigoni
dell'idea del Fascismo e della
Repubblica Sociale>.
Prima di concludere, è
importante citare gli articoli
che costituiscono la base della
nostra lotta politica: articoli
che, ovviamente, a tanta distanza
dalla loro promulgazione possono
essere ritoccati lì dove
è necessario, ma il cui
spirito dovrebbe rimanere inalterato.
Art. 9) Base della Repubblica
Sociale Italiana e suo progetto
primario è il lavoro,
manuale, tecnico, intellettuale,
in ogni sua manifestazione.
Art. 10) La proprietà
privata, frutto del lavoro e
del risparmio individuale, integrazione
della personalità umana,
è garantita dallo Stato.
Essa però non deve diventare
disintegratrice della personalità
fisica e morale di altri uomini,
attraverso lo sfruttamento del
loro lavoro.
Art. 12) In ogni azienda (industriale,
privata, parastatale, statale)
le rappresentanze dei tecnici
e degli operai coopereranno
intimamente - attraverso una
conoscenza diretta della gestione
- all'equa ripartizione degli
utili tra il fondo e la riserva,
il frutto del capitale azionario
e la partecipazione degli utili
stessi da parte dei lavoratori
(
)>.
Gli articoli non menzionati
sarebbero ugualmente meritevoli
di essere ricordati, ma quelli
sopra richiamati alla memoria
da soli caratterizzano lo spirito
del "Manifesto di Verona".
L'attuazione della "Legge
sulla Socializzazione"
trovò enormi difficoltà
casuate sia dagli industriali,
per ovvi motivi; dai tedeschi,
timorosi che la resistenza passiva
da parte degli industriali danneggiasse
la produzione bellica; da parte
dei comunisti, che ormai plagiavano
i lavoratori, timorosi che la
Socializzazione li scavalcasse
a sinistra.
SE CI SEI BATTI UN COLPO
Questa situazione di stallo
persistesse sino a quando Concetto
Pettinato, che Mussolini stesso
aveva definito <la nostra
più importante mente
giornalistica>, creò
un caso clamoroso. Un suo articolo
del 21 giugno 1944 pubblicato
su "La Stampa"
(di cui Pettinato era direttore),
con il titolo: "Se ci
sei batti un colpo",
diede una sferzata e costrinse
a mettere in atto quelle leggi
sulla Socializzazione che, come
abbiamo visto, erano già
approvate in sede legislativa,
ma rimaste inoperanti.
Mussolini ruppe gli indugi e
autorizzò l'entrata in
vigore del Decreto del febbraio
'44 a partire dal giugno dello
stesso anno.
A causa della drammatica crisi
che attraversava il Paese, Mussolini
ritenne opportuno attuare la
Socializzazione per gradi, iniziando
dalle imprese editoriali.
La situazione stava precipitando,
ma nelle imprese socializzate
si riscontrò un notevole
incremento della produzione.
A dicembre 1944 Nicola Bombacci
programmò una serie di
comizi e conferenze fra le imprese
socializzate e, tra queste,
visitò la Mondatori,
traendone sorpresa ed emozione.
A seguito di ciò, inviò
una lettera a Mussolini nella
quale, fra l'altro, scrisse:
<Ho parlato con gli operai
che fanno parte del Consiglio
di gestione, che ho trovato
pieni di entusiasmo e compresi
di questa loro missione, dato
che gli utili, dopo questi primi
mesi è di circa 3 milioni>.
La guerra volgeva ormai alla
fine e, come ha scritto Amicucci
ne "I 600 giorni di
Mussolini": Mussolini
voleva che gli anglo-americani
e i monarchici trovassero il
nord d'Italia socializzato,
avviato a mete sociali molto
spinte; voleva che gli operai
decidessero nei confronti dei
nuovi occupanti e degli antifascisti,
le conquiste sociali raggiunte
con la R.S.I.>. Proprio
a questo scopo il 22 marzo 1945
il Consiglio dei Ministri decise
che si procedesse entro il 21
aprile, alla Socializzazione
delle imprese con almeno100
dipendenti e un milione di capitale.
Ma il giorno precedente quella
data gli eserciti invasori ruppero
il fronte a Bologna e dilagarono
nella pianura Padana.
Era la fine.
I comunisti che controllavano
il CLNAI, come primo atto ufficiale,
addirittura il 26 aprile, proprio
mentre si continuava a sparare
e mentre era iniziato "l'olocausto
nero", abolirono la
"Legge sulla Socializzazione".
E questo per ripagare i grandi
industriali che avevano finanziato
la Resistenza. Fu il "capolavoro"
di Mario Berlinguer, il padre
di Enrico, il grande capitalista,
super proprietario terriero.
Era iniziata la grande beffa
ai danni dei lavoratori.
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Filippo
Giannini è nato a Roma l8 agosto 1931.
Architetto,
ha lavorato oltre che in Italia, in Libia e in Australia.
E
collaboratore di numerosi quotidiani e periodici.
http://www.filippogiannini.it/
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