Ho
ricevuto una gran quantità
di mail da musulmani, di conseguenza
ho ritenuto opportuno render
loro noto una parte della
nostra storia non troppo lontana
nel tempo, ma che, per alcuni
casi attuale. Con questo intendo
evidenziare che ci sono stati
centinaia di migliaia di giovani
che offrirono la vita per
un pianeta senza gangsters.
Purtroppo la partita fu persa.
Questa e' Storia
Un messaggio agli islamici
che non sanno
06.03.08
- Fin dai primi anni la politica
estera del fascismo manifestò
l'intento di stabilire o di
sviluppare le relazioni dell'Italia
coi Paesi musulmani e non
solo nell'area mediterranea.
Con questo scopo fu concepita,
nel 1923, una spedizione politico-scientifica,
guidata da Gastone Tanzi e
Luigi Piperno, spedizione
che doveva giungere sino in
Afghanistan per contattare
l'emiro Amanullah per attivare
relazioni diplomatiche e di
amicizia.
Fu tuttavia negli anni '30
che la politica fascista assunse
un carattere prettamente filo-islamico.
Si iniziò a dare maggiore
impulso agli studi arabi.
Iniziarono i Convegni, ad
esempio, quello di Roma degli
studenti asiatici del 1933
e del 1934, le pubblicazioni
bilingue italiano-arabo; Radio
Bari dette inizio, nel 1934,
a trasmissioni in lingua araba.
Cominciarono anche a diffondersi
movimenti e organizzazioni
giovanili arabe, fra questi
sono da ricordare il Partito
Giovane Egitto (Hizb Misr
al Fatà) guidato da
Ahmad Husayn e le Falangi
Libanesi (al-Katà'ib
al-Lubnàniyya) di Pierre
Jumayyùl). Sono da
ricordare, inoltre, le Camicie
Verdi (al-Qumsàn al-Kkhandrà)
e le Camicie Azzurre (al,-Qumsàn
az-Zarqà), le une e
le altre egiziane che guardavano
con simpatia al fenomeno "Fascismo".
Il 18 marzo 1934 Mussolini
dette questo indirizzo alla
politica italiana: <Gli
obiettivi storici dell'Italia
hanno due nomi: Asia e Africa
(
). Questi nostri obiettivi
hanno la loro giustificazione
nella geografia e nella storia.
Nessuno fraintenda la portata
di questo compito secolare
che io assegno a questa e
alle generazioni italiane
di domani. Non si tratta di
conquiste territoriali, e
questo sia inteso da tutti,
vicini e lontani, ma di un'espansione
naturale che deve condurre
alla collaborazione fra l'Italia
e le nazioni dell'Oriente
mediato e immediato (
).>.
Questa politica trova conferma
instaurando ottimi rapporti
commerciali con lo Yemen dell'Imam
Yahyà, con il rinnovo
di un trattato d'amicizia
e di relazioni economiche;
e con il Re Fu'àd d'Egitto,
ma anche con il Sovrano dell'Iraq
Faysal Ibn Husayn. Una missione
medica permanente venne istallata
presso l'Imam dello Yemen,
e in Siria. Altre missioni
sanitarie e tecnico-scientifiche
nel mondo arabo sorsero sia
ad Ammàn, con la costruzione
di un ospedale italiano, sia
con l'ambulatorio di Jedda.
La fase successiva della politica
islamica del Fascismo si apre
nel 1937 quando dal 12 al
21 marzo 1937 il Duce si recò,
accompagnato dal solito entusiasmo
di popolo, in Libia dove,
fra l'altro inaugurò
la grande strada litoranea
detta "Balbia"
(1) e la "Fiera di
Tripoli". Pose la
"prima pietra"
per un sanatorio, per una
scuola elementare e <quando
il Duce appare a cavallo sulla
più alta duna, il triplice
grido di guerra "Ulad!"
lo saluta. I cavalieri prescelti
offrono al Duce la spada lampeggiante
dell'Islam in oro massiccio
intarsiato (
). Il Duce
snuda la spada e l'alza fieramente
puntata verso il sole, lanciando
a voce altissima il grido
Ulad!" (
).
Il Duce lascia la duna e si
avvia verso Tripoli, seguito
da duemila cavalieri galoppanti>
("Il Popolo d'Italia"
19/3/1937) (2).
Il viaggio in Libia fu programmato
in previsione di un piano
quinquennale per l'insediamento
di 53 mila coloni in Tripolitania.
Negli anni 1938-1939, in due
riprese, sbarcarono in terra
d'Africa 20 mila coloni veneti
scelti fra i non proprietari
di terra e trasportati nei
nuovi villaggi. Ad essi vennero
assegnate le case coloniche
con apprezzamento di terreno;
ogni casa era corredata da
pozzi artesiani con quanto
necessario per il pompaggio
di acqua potabile. Ogni giorno
automezzi dell'Ente Nazionale
della Libia rifornivano le
famiglie di quanto necessario
per vivere, nonché
attrezzi e sementi per rendere
quelle terre verdi di piante.
La stessa assistenza venne
riconosciuta anche alle famiglie
arabe, i cui possedimenti
furono inseriti fra quelli
dei coloni italiani per apprendere,
da questi, le tecniche più
moderne necessarie per il
miglior sfruttamento del suolo.
A Tripoli e a Bengasi vi erano
due ospedali civili, di moderna
concezione, dove potevano
accedere (al contrario di
quanto accadeva al di fuori
delle nostre colonie) anche
i cittadini autoctoni.
Le locali stazioni dei carabinieri
erano composte anche da militari
indigeni perché, come
vedremo più avanti
considerati "Italiani
della Quarta Sponda"
come tutti i libici, arabi
ed ebrei.
Per ritornare al viaggio del
Duce in Libia, riteniamo interessante
ricordarne alcune tappe: Mussolini
visita la piccola città
di Sirte dove <la popolazione
indigena, adunata intorno
ai vessilli dell'Islam, accoglie,
con fervide dimostrazione
di fedeltà, di devozione,
di entusiasmo il Duce, che
traversa la città in
piedi sull'automobile e risponde
con il saluto romano alle
intense acclamazioni della
folla>. Quindi si sposta
a Tauroga, poi a Misurata,
dove ispeziona i lavori di
bonifica e di irrigazione;
quindi si porta a Bir Tumina,
ove scaturisce acqua da un
pozzo artesiano, capace di
irrigare tremila ettari di
terreno attraverso cinquemila
metri di canali.
********
Nella 179° riunione del
Gran Consiglio del Fascismo,
tenutasi il 26 ottobre 1938,
esaminando la posizione della
Libia, relatore Italo Balbo,
venne approvata la mozione
che <proclama che le
quattro province della Libia
entrano a far parte del territorio
nazionale>.
Questo provvedimento non fu
che l'estensione del R.D.
Legge 3 dicembre 1934 XIII
N° 2012 e del R.D. 8 aprile
1937 XV N° 431, dove nell'articolo
4 è riconosciuto: <Una
cittadinanza italiana speciale
per i nativi musulmani delle
quattro province libiche che
fanno parte integrante del
regno d'Italia>.
Le quattro province libiche
erano: Tripoli, Bendasi, Berna
e Misurata.
Per il tempo e la mentalità
di allora, questo decreto
era veramente rivoluzionario.
Mai nulla di simile era stato
realizzato da alcun Paese
coloniale: ma questo determinò
un ulteriore motivo di attrito
con Londra e Parigi, che mal
sopportavano qualsiasi mutamento
allo "status quo".
Quando
gli Irakeni non sparavano
contro gli italiani
L'Irak di Saddam Hussein disponeva
dei seguenti titoli?
1) Aveva un proprio territorio?
2) Aveva una popolazione che
lo abitava?
3) Aveva un governo?
E ancora:
a) Aveva Ambasciate e Consolati
all'estero?
b) Ospitava sul proprio territorio
Ambasciate e Consolati stranieri?
c) Aveva una propria moneta?
d) Aveva proprie leggi e le
applicava?
Se la risposta a tutte queste
domanda è Sì,
ne consegue che disponeva
di tutti i requisiti indispensabili
per qualificarsi STATO
SOVRANO.
Aveva però un problema:
era uno degli Stati ricchi
di "oro nero":
e questo ha smosso la cupidigia
dei gangsters d' oltre Oceano.
Scrivo volutamente "gangsters"
perché fu proditoriamente
attaccato e invaso senza una
"dichiarazione di
guerra", come dovrebbe
prescrivere una leale competizione
fra Stati sovrani. Questo
non c'è stato: di conseguenza,
la comunità internazionale
civile non dovrebbe tollerare
un simile modo di operare.
Lo Stato attaccante si è
comportato come "sodalizio
predatore", avendo
inviato i suoi mercenari a
distruggere, uccidere e depredare
le ricchezze di un popolo
sovrano.
Che le cose, poi, non siano
andate - e non stiano tuttora
andando - per i gangsters
predatori, nel verso sperato,
è un altro discorso.
E per gli uomini onesti questo
non può che sollevare
un senso di piacere, anche
se, e questo per inciso, la
situazione creata dai gangsters
crea, e ancor più in
avvenire creerà, dei
problemi di difficilissima
soluzione.
Per fermarci solo alle vicende
dell'Irak, vogliamo ricordare
le menzogne date in pasto
al mondo intero? Ricordate
le "armi di struzione
di massa"? (3) Ricordate
l'embargo decretato dai "gangsters"
alla fine del secolo scorso,
embargo che ha causato decine
di migliaia di vittime irakene,
la stragrande maggioranza
di queste bambini? Ricordate
la risposta che dette l'allora
Segretaria di Stato Madeleine
Albright ad alcuni studenti
americani che le chiesero
se valse la pena di aver ammazzato
mezzo milione di bambini irakeni?
La "dolce"
Albright rispose in perfetto
stile yankee con queste allucinanti
parole: <Sì,
mi pare che fosse un prezzo
giusto>.
Se tutto ciò è
vero, perché sono state
inviate nostre truppe in appoggio
dei "gangsters"
e per di più mimetizzando
questa operazione di predatori
con l'asserzione di "operazione
di pace"?
Tutto ciò mi è
servito come introduzione
per un altro avvenimento che,
stranamente, viene obliato
e riguarda un fatto che vede
in primo piano "l'adorabile
tiranno" (sì,
sempre Lui), l'Islam degli
anni '40 e gli irakeni, sempre
di allora, nonché,
ancora, sempre loro: i "gangsters".
Ecco "quel pezzo di
storia" che pochi
ricordano, perché argomento"non
politicamente corretto".
Il Medio Oriente nel primo
dopoguerra era costituito
da una serie di piccoli Stati
cosiddetti "indipendenti",
ma, in effetti, rigidamente
controllati da Francia e Inghilterra.
Come si vede, molto poco è
cambiato con il mondo di oggi;
solo che ad un padrone ne
è subentrato un altro,
molto più infido. Fra
gli Stati del Medio Oriente
si imponeva l'Irak, governato
dall'uomo di fiducia di Londra:
Taha el Haschimi, che fu destituito
nella primavera del 1941,
con un colpo di stato dal
generale Abdul Karim Kassem,
il quale nominò capo
del governo Rashid el Gaylami,
di chiara passione antibritannica
e molto vicino al Governo
italiano.
Gaylani chiese prontamente
aiuti militari sia a Roma
che a Berlino. Si ricordi
che in quegli anni sia l'Italia
che la Germania erano in guerra
contro l'Impero britannico,
e questa rivolta antiinglese
si sviluppava in un momento
particolarmente propizio per
l'Asse. Si presentava, insomma,
un'altra occasione irripetibile
per infliggere una forte punizione
all'Impero di sua Maestà
britannica. Questa possibilità
fu intuita da Mussolini, ma
non da Hitler, anche perché
i suoi pensieri erano protesi
verso quella - che poi si
dimostrerà disastrosa
- "Operazione Barbarossa".
La richiesta di Gaylani non
poteva essere disattesa da
Mussolini, ma si presentavano
enormi difficoltà per
reperire altri mezzi bellici,
sia per il trasporto di questi,
sia per le pressioni internazionali
alle quali l'Irak era sottoposto:
pressioni guidate (neanche
a dirlo) soprattutto dagli
Usa.
La Seconda guerra mondiale
poteva essere vinta alle condizioni
che il comando militare, e
la conseguente strategia,
fossero poste sotto un unico
comando. Il nemico da battere
erano gli Imperi che avevano
rapinato le ricchezze del
mondo e nocivo fu cercare
nuovi, potenti avversari,
nella fattispecie l'Unione
Sovietica. In ogni caso, era
in atto una vera rivolta armata
anti-inglese e l'Asse inviò
in aiuto ai rivoltosi un contingente
decisamente inferiore a quanto
richiesto e necessario. Hitler,
soprattutto lui, non comprese
quanto fosse di primaria importanza
lo scacchiere mediterraneo
e quello del Medio Oriente,
sia come area strategica,
sia perché ricchissimo
di petrolio; ma, soprattutto,
perché gli inglesi
erano lì.
Il pericolo che poteva derivare
dal perdere il controllo di
quell'area fu, invece, ben
intuito da Churchill, che
provvide prontamente.
Il 7 maggio 1941 Mussolini
impartì direttamente
ordini per l'invio di una
squadriglia di caccia e una
di bombardieri e l'approntamento
di 150 tonnellate di materiale
bellico (400 tra mitragliatrici
e fucili, alcune mitragliere
da 20 mm., cartucce, proiettili
ecc.).
In questa sede è superfluo
ricordare le difficoltà
che si presentarono per il
trasporto, ma questo non può
giustificare l'aver sprecato
un'altra occasione che, se
portata avanti con decisione
e coordinamento, avrebbe inferto
all'Impero britannico, e al
suo protettore d'oltre Oceano,
un colpo mortale, e oggi il
mondo non avrebbe conosciuto
la sudditanza ad un impero
di gangsters.
I primi aerei italo-tedeschi,
una cinquantina, giunsero
in Irak il 23 maggio. A maggior
dimostrazione che mancò
fra tutti gli attori dell'impresa
(ribelli irakeni fra i primi)
una sia pur elementare operazione
di coordinamento. Le poche
forze dell'Asse si presentarono
sul teatro delle operazioni
in ritardo, cioè dopo
che i ribelli avevano subito
pesantissime perdite ad opera
della Raf e delle truppe britanniche.
Questo soprattutto perché
non poterono avvalersi delle
forze aeree italo-tedesche
non ancora entrate in azione.
E, di conseguenza, queste
ultime non poterono usufruire,
a loro volta, dell'ausilio
delle forze di Gaylani. E'
superfluo ricordare che negli
anni '40 quelle popolazioni
attendevano gli italiani come
liberatori; oggi, in qualunque
modo si voglia mimetizzare
la nostra presenza militare
in quelle aree, ci presentiamo
come invasori, con l'aggravante
di essere al servizio di interessi
altrui.
In conclusione: le forze aeree
italiane avevano perduto in
pochi giorni di attività
7 aerei da caccia e da trasporto.
La Luftwaffe ne aveva persi
23; mentre la Raf lamentava
la distruzione di 28 aerei
di ogni tipo, pareggiando
in tal modo le perdite italo-tedesche.
Per la conoscenza storica
Gaylani, si rifugiò
in Italia dove ebbe modo di
incontrare il Gran Muftì
di Gerusalemme Haj Amin al
Hussayni (zio di Yasser Arafat,
recentemente scomparso). A
Roma, con Mussolini si studiò
la possibilità di costituire
alcune Unità militari
arabe da impiegare sul fronte
africano. Anche questa iniziativa
non trovò soluzione
soprattutto per la carenza
del nostro potenziale bellico.
Ma possiamo aggiungere che
questa idea avrebbe potuto
rappresentare una leva politica
non davvero trascurabile se
posta in opera in quello scacchiere
in ebollizione. Venne accantonata
un'altra opportunità
che avrebbe potuto essere
d'ausilio per cambiare il
corso della storia.
Anche questo è stato
il Fascismo.
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1) Questa opera gigantesca
prende il nome dal suo ideatore,
Italo Balbo. Essa si estendeva
dai confini della Tripolitania
con la Tunisia, a quello della
Pirenaica con l'Egitto per
un percorso di 1882 chilometri.
Tempo impiegato: un anno.
2) L'avvenimento si svolse
il 20 marzo 1937 nell'oasi
di Bugàra nell'immediata
vicinanza di Tripoli. <La
spada, consegnata da Iusuf
Kerbisc> scrive Alessandro
Frigerio <capo di un
contingente berbero era il
simbolo attraverso il quale
una parte del mondo arabo
voleva esprimere l'approvazione
per la politica islamica del
fascismo>. Ma Mussolini
innalzando la spada verso
il cielo, assicurava con questo
gesto simbolico che l'Italia
fascista faceva proprie le
ragioni arabe.
3) Ora sarà la volta
dell'Iran, poi della Siria
e poi?