E'
solo inferiorità culturale?
Radiografia di un mendacio
19.04.08
- Leggo su un quotidiano di
oggi, 18 aprile, che a seguito
di una dichiarazione di Daniela
Santanchè che è
"orgogliosa di essere
fascista" (in verità
chi scrive queste note ha
ascoltato dalla Santanchè
qualcosa di completamente
diverso), è insorto
il Rabbino Pacifici che "ha
sottolineato che sono parole
che fanno paura. Del resto,
nessun ebreo può appoggiare
qualcuno che pone nel programma
del proprio partito il fascismo
come valore aggiunto, come
un fatto da non condannare.
Anche Tullia Zevi, ex Presidente
dell'unione delle Comunià
ebraiche italiane, definisce
l'ipotesi di apparentamento
<una pessima idea>".
Entra, quindi, in scena Fiamma
Nirestein che conclude: "La
Destra estrema farebbe bene
a cogliere l'opportunità
di quanto sta accadendo a
Roma per compiere una profonda
opera di 'chiarificazione'
e di 'ripulitura' interna
liberandosi di un passato
che posso solo definire ignobile".
"Ripulitura"
e "ignobile".
Premetto che chi scrive queste
note NON è di "Destra",
ma soltanto e semplicemente
uno studioso del fenomeno
"Mussolini e Fascismo"
e predilige solo la verità
VERA basata su documentazione.
Questo lavoro è dedicato,
quindi, a tutti gli Ebrei
di cui ho la massima stima,
come d'altra parte l'aveva
Benito Mussolini che ad una
domanda di Yvonne De Begnac,
rispose: <Io preminentemente
contro gli ebrei? Ma se lo
fossi stato, avrei portato
in Parlamento i Dino Philpsin,
i Gino Arias, i Guido Jung,
i Riccardo Luzzati, i Gino
Olivetti (
)?>.
Facciamo un po' di Storia.
Il 25 aprile 1945 Luigi Longo,
uno dei massimi esponenti
del Pci e, quindi, stalinista
del Clnai, nell'impartire
disposizioni per l'esecuzione
della condanna a morte del
Duce, dette le seguenti disposizioni:
"Lo si deve accoppare
subito, in malo modo, senza
processo, senza teatralità,
senza frasi storiche".
Il 29 aprile successivo, dopo
la macabra esposizione dei
corpi appesi a Piazzale Loreto,
a Charles Poletti fu detto:
"La storia è
fatta così. Alcuni
devono non solo morire, ma
morire vergognosamente".
Così ancor oggi, le
accuse caricate su "quel
morto" sono le più
variegate e le più
singolari e tutte poco convinte
e, ancor meno convincenti.
Ma l'accusa più falsa
e più infamante, e
nello stesso tempo più
menzognera, è quella
di essere stato un vessatore
e il responsabile della consegna
degli ebrei ai tedeschi.
I detrattori, per rendere
l'accusa più plausibile,
hanno coniato il termine "nazifascista",
un sostantivo dispregiativo
tendente ad accomunare in
un'unica responsabilità
fascismo e nazismo sulle atrocità
commesse da quest'ultimo,
sia che queste fossero reali
o immaginarie.
Le diversità dottrinarie
fra fascismo e nazionalsocialismo
sono trascurabili per i detrattori,
ma sono evidenziate da diversi
studiosi e, tra questi si
può citare Renzo De
Felice ("Intervista
sul fascismo", pag.
88): "Fra fascismo
italiano e nazismo tedesco
ci sono semmai più
punti di divergenza che di
convergenza, più differenze
che somiglianze".
Se questo è vero e
se è vero che la spina
dorsale della dottrina nazionalsocialista
era il principio della superiorità
della razza ariana, anche
biologica e l'antisemitismo,
perché allora le leggi
razziali del 1938?
E' ovvio e accettato che per
dare un giudizio storico su
un certo avvenimento accaduto
in un determinato periodo,
è necessario riportarci
alla situazione politica di
"quel periodo"
e, nel caso specifico nella
situazione politica internazionale
degli anni '30. All'orizzonte
si stagliava sempre più
minacciosa la figura di Adolf
Hitler bramoso (non davvero
sempre a torto) di riscattare
le terre strappate alla Germania
a seguito del cervellotico
Trattato di Versailles. E'
sufficiente leggere la storia
di quel decennio per ricavare
la netta impressione che le
democrazie spinsero l'Italia
fascista verso un'alleanza
con Hitler, alleanza non assolutamente
voluta da Mussolini.
"La Seconda Guerra
Mondiale", Vol. 2°,
pag. 209 di Winston Churchill:
"Adesso che la politica
inglese aveva forzato Mussolini
a schierarsi dall'altra parte,
la Germania non era più
sola". O anche lo
storico inglese George Trevelyan
nella sua "Storia
d'Inghilterra", pag.
834: "E l'Italia che
per la sua posizione geografica
poteva impedire i nostri contatti
con l'Austria e con i Paesi
balcanici, fu gettata in braccio
alla Germania". Oppure
la denuncia del grande giornalista
svizzero, Paul Gentizon: "Solo
Mussolini si levò non
soltanto a parole ma a fatti
contro Hitler, il nazionalsocialismo,
il pangermanesimo. Se le democrazie
occidentali lo avessero ascoltato,
il destino del mondo sarebbe
stato ben differente".
Ed ecco, allora l'interpretazione,
di nuovo di De Felice. "Una
volta che Mussolini fu gettato
nelle braccia della Germania
di Hitler, era impensabile
che anche l'Italia non avesse
le sue leggi razziali".
Anche lo studioso israeliano
Meir Michaelis osserva: "Non
si trattava quindi di un problema
interno, bensì di un
aspetto di politica estera".
E, più specificatamente
De Felice ("Intervista
sul Fascismo", pagg.
101-102): "Il fascismo
fece propria la dottrina razziale
più per opportunità
politica - evitare una
difformità così
stridente all'interno dell'Asse
- che per interna necessità
della sua ideologia e della
sua vita politica".
Se è vero che trattare
l'argomento "fascismo-ebrei"
è stato (e lo è
tutt'ora) come accostare un
fiammifero ad una polveriera,
ma questo solo per circoscritti
motivi di interessi, che non
hanno nulla a che vedere con
la verità storica.
La verità è
che anche intorno a quei drammi
è stata costruita una
cortina di falsità
per i motivi sopra indicati.
Vediamo, allora, di cercare
uno spazio fra le nebbie,
chiamando a testimoniare studiosi
e personaggi non davvero fascisti.
Un attento storico dell'"Olocausto
ebraico" (oltretutto
il termine "Olocausto"
è improprio nel caso
specifico) Mondekay Poldiel,
israelita, che scrive: "L'Amministrazione
fascista e quella politica,
quella militare e quella civile,
si diedero da fare in ogni
modo per difendere gli ebrei,
per fare in modo che quelle
leggi rimanessero lettera
morte".
Sarebbe sufficiente questa
attestazione di uno dei massimi
storici israeliani per chiudere
l'argomento. Ma dato che l'informazione
non consente un libero dibattito,
ci vediamo costretti ad approfondire
il tema. Quelle certamente
odiose leggi, furono concepite
per necessità politica
e, proprio per questo applicate
in modo da arrecare il minor
danno possibile. Per approfondire
l'argomento rimandiamo il
lettore al mio volume: "Uno
schermo protettore - Mussolini,
il Fascismo e gli Ebrei"
dove troverà ampissima
documentazione.
Continuiamo nella trattazione.
Nel 1934 in occasione dell'incontro
con Weizmann, Mussolini concesse
tremila visti a tecnici e
scienziati ebrei che desideravano
stabilirsi in Italia. Nel
1939 (l'Asse Roma-Berlino
era già in atto) vennero
aperte delle aziende di addestramento
agricolo, le "haksharoth"
(tecniche poi trasferite in
Israele) che entrarono in
funzione ad Ariano (Como),
Alano (Belluno), Orciano e
Cavoli (Pisa). Così,
sempre in quegli anni, nei
locali della Capitaneria di
Porto, la scuola marinara
di Civitavecchia ospitava
una cinquantina di allievi
che poi diverranno i futuri
ufficiali della marina israeliana.
Tutto ciò può
essere un sufficiente esempio
per illustrare il criterio
delle applicazioni delle "Leggi
Razziali" in
Italia. Nel 1979, in occasione
della presentazione del film
"Olocausto",
la televisione francese "Antenne
2", riunì
un gruppo di scampati dai
"campi di sterminio".
Di questo gruppo faceva parte
Simon Veil, che se non esistesse
uno strano caso di omonimia,
dovrebbe essere stata l'ex
Presidentessa del Parlamento
europeo. Le domande dell'intervistatore
vertevano sul tema: "E'
vero che in Francia nella
zona di occupazione italiana
non ci fu alcuna persecuzione?
E' vero che sulla Costa Azzurra
i carabinieri italiani impedirono
ai poliziotti francesi l'arresto
degli ebrei?" E la
risposta fu unanime: Sì,
è proprio così,
rispose per tutti la signora
Veil.
"Era la fine del 1939,
quindi la Germania e l'Urss
avevano già invaso
la Polonia e l'Italia era
alleata del Terzo Reich, e
nasceva in Italia la Delasem
(Delegazione Assistenza Emigrati),
un'organizzazione ebraica
che avrebbe salvato migliaia
di israeliti profughi dai
Paesi dell'Est europeo e,
in particolare dalla Germania
e dai territori che i nazisti
andavano occupando. Il 1 dicembre
1940 Dante Almani (Rappresentante
ufficiale della Delasem) ebbe
un colloquio chiarificatore
con il capo della polizia
Bocchini". Così
scrive Rosa Paini, ebrea,
nel volume "I sentieri
della speranza",
pag. 28. E' da tener presente
che Bocchini era l'unica persona
alla quale Mussolini concedeva
ogni mattina udienza per essere
relazionato sui fatti giornalieri.
Mentre si svolgevano questi
drammi, il Governo italiano
intensificò i suoi
sforzi per salvare e assistere
i fuggitivi. In merito De
Felice scrive ("Storia
degli Ebrei sotto il Fascismo",
pag. 404): "Già
abbiamo visto come in pratica
il Ministero dell'Interno
non impedì mai l'afflusso
in Italia degli ebrei stranieri
in cerca di salvezza (
).
Egualmente fu respinta la
richiesta di estradizione
avanzata da Berlino per alcuni
ebrei tedeschi rifugiati in
Italia e accusati di attività
antinazista".
Ancora Rosa Paini (pag. 111)
riferisce: "Nella
sua visita di febbraio '43
a Roma, Ribbentrop insistette
per tre giorni presso Mussolini
per ottenere la consegna degli
ebrei jugoslavi; alla fine,
dopo parecchio tergiversare
il duce accondiscese".
A questo punto si inserisce
un fatto che illustra lo "stile"
con il quale è stata
condotto lo studio della storia
in questo interminabile dopoguerra.
Nel gennaio 1998, il giornalista
della televisione italiana,
Paolo Frajese, conduttore
di un servizio sulla vita
degli ebrei nelle zone occupate
dalle nostre truppe durante
l'ultimo conflitto, nel ricordare
il "visto"
concesso da Mussolini alla
richiesta di Ribbentrop, commentando
il fatto, con voce di rimprovero
e di condanna, disse: "Così
il Duce dette l'ordine di
consegnare gli ebrei ai nazisti".
Il solerte Frajese ha trascurato
un particolare, ricordato
da De Felice (e altri studiosi
onesti e seri) con queste
parole: "Ma subito
dopo il Duce, parlando con
il Generale Robotti, confermò
il suo disappunto: E' stato
a Roma per tre giorni e mi
ha tediato in tutti i modi
il Ministro Ribbentrop che
vuole a tutti i costi la consegna
degli ebrei jugoslavi. Ho
tergiversato, ma poiché
non si decideva ad andarsene,
per levarmelo davanti, ho
dovuto acconsentire (
).
Ma voi inventate tutte le
scuse che volete per non consegnare
neppure un ebreo".
E così fu: non fu mai
consegnato un ebreo, sia esso
residente in Grecia, a Salonicco,
in Jugoslavia, in Francia,
in Italia. Qualunque sia la
storia stroppiata scritta
e ripetuta con la penna della
"vulgata resistenziale",
mai a un ebreo fu torto un
capello: esso era protetto,
come ha scritto lo storico
ebreo Lèon Poliakov
("Il nazismo e lo
sterminio degli ebrei",
pagg. 219-220: "Mentre,
in generale, i Governi filofascisti
dell'Europa asservita non
opponevano che fiacca resistenza
all'attuazione di una rete
sistematica di deportazioni,
i capi del fascismo italiani
manifestarono in questo campo
un atteggiamento ben diverso.
Ovunque penetrassero le truppe
italiane, uno schermo protettore
si levava di fronte agli ebrei
(
). Un aperto conflitto
si determinò fra Roma
e Berlino a proposito del
problema ebraico (
).
Appena giunte sui luoghi di
loro giurisdizione, le autorità
italiane annullavano le disposizioni
decretate contro gli ebrei".
Anche il dottor Salim Diamond,
autore del libro "Internment
in Italy" - 1940-1945
Canada, ha scritto: "Non
ho mai trovato segni di razzismo
in Italia (
). Nel campo
controllato dai Carabinieri
e dalle Camicie Nere, gli
ebrei stavano come a casa
loro". Il dottor
Diamond attesta che il Governo
fascista concedeva otto lire
al giorno agli internati i
quali potevano spenderle come
desideravano.
Il famoso docente dell'Università
ebraica di Gerusalemme, George
L. Mosse, nel suo libro: "Il
Razzismo in Europa",
a pag. 245, fra l'altro scrive:
"Come abbiamo già
detto, era stato Mussolini
stesso a enunciare il principio:
discriminare non perseguire.
Tuttavia l'esercito italiano
si spinse anche più
in là, INDUBBIAMENTE
CON IL TACITO CONSENSO DI
MUSSOLINI".
Potrei continuare a lungo,
ma non posso abusare più
di tanto dello spazio a me
concesso. Però desidero
porgere alcune domande (che
sicuramente non avranno risposta)
al signor Pacifici e alle
signore Fiamma Nirestein e
Tullia Zevi:
1) perché gli
ebrei che fuggivano dalla
Germania e dalle zone occupate
dai nazisti si rifugiavano
in Italia? Eppure, qui, erano
in atto le "leggi
razziali";
2) perché, invece
di cercare rifugio nell'Italia
fascista non si recarono in
Gran Bretagna, o in Francia,
o negli Stati Uniti? Forse
perché quelle frontiere
erano a quegli infelici sbarrate?
Infatti Roosevelt fece intervenire
la Us Navy per impedire con
la forza l'approdo di un gruppo
di ebrei fuggiaschi da Amburgo.
E che fine fecero quei disgraziati?
Lo dice il giornalista Franco
Monaco ("Quando l'Italia
era ITALIA", pag.
175): "Quando fu vietato
l'attracco a New York quei
fuggiaschi vennero accolti
in Italia e poi dislocati
in varie zone della Francia,
della Dalmazia e della Grecia"
(neanche a dirlo, vero?).
Oppure perché no nella
regina delle Democrazie: in
Gran Bretagna? Forse perché
gli inglesi, in Palestina
fucilavano e impiccavano gli
ebrei? Oppure perché
a Solina, nel Mar Nero il
Console britannico salì
a bordo di una nave che trasportava
un gruppo di fuggitivi, informandoli
che se non si fossero immediatamente
allontanati aveva l'ordine
di prenderli a cannonate?
3) E qui "la
cosa" assume l'aspetto
fosco. Scrive lo storico Robert
Tucker ("The revolution
from above 1928-1941):
"Non ho conosciuto
mai la violenza di un terrorismo
di Stato pari a quello verificatosi
in Unione Sovietica; in quegli
anni furono fucilate milioni
di persone dopo essere state
torturate alla Lubianka, o
deportate nei campi di lavoro
della Siberia (
). Tra
questi c'erano tutti gli ufficiali
ebrei". Oppure quanto
scrive Paolo Veltri (Stalin
e gli ebrei) il quale attesta
che dal settembre 1939 al
luglio successivo, in seguito
alle annessioni sovietiche,
due milioni di ebrei dei tre
Stati Baltici passarono sotto
l'Urss. Nella zona polacca
occupata dai sovietici, a
partire dal febbraio 1940,
la polizia Nkvd di Beria arrestò
e deportò circa mezzo
milione di ebrei. Molti morirono
durante il viaggio. Queste
operazioni continuarono anche
negli anni Quaranta. "Un'intera
generazione di sionisti ha
trovato la morte nelle prigioni
sovietiche, nei campi, in
esilio". E ancora
- ma non ultimo - lo scrittore
russo Arkady Vaksberg nel
suo libro "Stalin
against the Jews"
sostiene "dopo accurate
ricerche" che gli
ebrei eliminati da Stalin
siano stati "presumibilmente
cinque milioni".
Sempre lo stesso autore afferma
che, esistendo l'alleanza
Molotov-Ribbentrop, migliaia
di famiglie di ebrei che fuggivano
dall'incalzante avanzata delle
truppe tedesche in Polonia,
si rifugiarono nel territorio
occupato dall'Urss, ebbene
Stalin le fece restituire
ai nazisti.
Credo che la domanda sorga
spontanea. Voi lettori avete
mai notato le stesse denunce
circa i massacri perpetrati
dai sovietici, la stessa enfasi
forcaiola per quelli commessi
dai tedeschi?
Perché questa differenza?
Ma torniamo a Benito Mussolini.
Se una colpa gli si può
adottare fu quella di aver
salvato decine di migliaia
di ebrei.
Allora, fu una colpa? Se non
lo fu, sollecito un atto di
giustizia: che similmente
ad altri meritevoli, venga
innalzato a suo nome un monumento
nella "Valle dei Giusti"
in Israele. D'altronde sarebbe
in ottima compagnia, perché
in quel luogo vengono ricordati
altri fascisti che ebbero
gli stessi meriti, fra questi
voglio ricordare: Guelfo Zamboni
(console italiano a Salonicco);
Giovanni Palatucci (Questore
di Fiume durante la Rsi, deportato
e ucciso in un lager perché
accusato della salvezza degli
ebrei); Giorgio Perlasca (che
operò a Budapest nel
salvataggio di circa cinquemila
ebrei).
Perché tanto rancore
contro Benito Mussolini? Provo
a dare una risposta sempre
avvalendomi di personaggi
"al di sopra di ogni
sospetto". Il 13
ottobre 1937 Bernhard Shaw
in una intervista concessa
al "Manchester Guardian",
fra l'altro disse: "Le
cose da Mussolini già
fatte lo condurranno prima
o poi ad un serio conflitto
con il capitalismo".
Cosa aveva fatto Mussolini
di tanto grave?
Prova a spiegarlo Zeev Sternhell,
professore di Scienze Politiche
presso l'Università
di Gerusalemme, col saggio
"La terza via Fascista",
nel quale fra le tante e varie
considerazioni attesta: "Il
Fascismo fu una dottrina politica,
un fenomeno globale, culturale
che riuscì a trovare
soluzioni originali ad alcune
grandi questioni, che dominavano
i primi anni del secolo (
).
Il corporativismo riuscì
a dare la sensazione a larghi
strati della popolazione che
la vita fosse cambiata, che
si fossero dischiuse delle
possibilità completamente
nuove di mobilità verso
l'alto e di partecipazione".
E da qui giungere alla "Socializzazione
dello Stato" il passo
sarebbe stato breve. Immaginatevi
il danno che un'idea del genere
avrebbe arrecato ai "reggitori
delle chiavi delle casseforti
mondiali".
E allora guerra. E per non
far rivivere quell'idea, ancora
oggi attuabile, si carichi
su quell'uomo e sul suo regime
ogni infamia possibile.
D'altronde la cosa non riuscì
difficile
l'importante
è avere a disposizione
l'informazione.
Ed il gioco è fatto!