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Le Firme * Filippo Giannini

Lettera (Che non arrivera' mai) a Sara Belfiore
Se qualche lettore conoscesse la studentessa Sara Belfiore, è pregato di avvertirla che "c'è posta per lei".

18.07.08 - Qualche giorno fa un mio caro amico mi chiamò da una città del nord invitandomi a consultare il sito dell'On. Giulietto Chiesa <Troverai qualcosa di interessante>, mi disse. Curioso come sono, seguii le indicazioni del mio amico ed aprii il sito indicato. Ho trovato una lettera della studentessa Sara Belfiore, la quale, fra l'altro così scrive all'On. Giulietto Chiesa: <Le scrivo per porle una domanda e dei chiarimenti sul famigerato (sic!) Pansa (…)>.

L'On. Giulietto Chiesa, fra l'altro, così risponde: <Il detto Pansa è uno degli esempi più precisi di intellettuali al servizio del potere e della reazione (è ancora in agguato? nda). La sua esecrabile (!) attività consiste nel contribuire, sistematicamente, alla demolizione dei fondamenti dello stato democratico nato dalla Resistenza (…). La sua credibilità è pari a zero (…)>.

Premetto che non stiamo parlando di quanto abbiamo imparato al liceo nelle lezioni di fisica, dove la Resistenza è uguale al Voltaggio diviso l'Intensità, ma di qualcosa più grave, e cioè di quella Resistenza che, come ha scritto giustamente l'On. Giulietto Chiesa, è il <fondamento di questo stato democratico>.
Io ho letto solo un libro del Pansa (da ora in poi citato come il "famigerato"), perché di quel che ha scritto ero a conoscenza sin da ragazzo, anche se, ovviamente, non di tutti i casi trattati dal "famigerato".

Sono perfettamente conscio che la povera Sara Belfiore non potrà leggere quanto scrivo, perché le mie possibilità di comunicazione sono nulle rispetto a quelle di cui dispone l'On. Chiesa. Tuttavia proverò a trattare l'argomento dal mio punto di vista, avvalendomi, come sempre faccio, di documenti.

Per iniziare vorrei invitare Sara Belfiore ad osservare le foto dello "spettacolo" dei "corpi appesi" a Piazzale Loreto in Milano, riprese quel giorno di fine aprile 1945: già da questo potrà capire e darsi una risposta su quanto chiesto all'On. Giulietto Chiesa.

Per comprendere il fenomeno "partigiano" si deve ricordare quanto stabilivano, nel tempo in cui esso operava, le legislazioni di guerra, legislazioni operanti da decenni. Queste stabilivano (riassumo le parti più impegnative) quali fossero le qualifiche per dichiararsi "legittimo combattente":
<1) portare apertamente le armi;
2) indossare una divisa conosciuta dal nemico;
3) dipendere da ufficiali responsabili;
4) riconoscere le leggi di guerra
>.

Il "partigiano" non possedeva alcuna di queste qualifiche, quindi (e sono sempre le Convenzioni di guerra allora vigenti a stabilirlo) non aveva le qualifiche per operare contro il nemico. Sempre le suddette Convenzioni prevedevano che, qualora catturato, poteva <essere passato immediatamente per le armi>. Non solo, ma sempre le citate Convenzioni stabilivano che l'esercito offeso avrebbe avuto potuto avvalersi del "diritto di rappresaglia".

Cosa ha fatto il "famigerato" di tanto grave da essere così maltrattato dall'On. Giulietto Chiesa? Ripeto, ho letto solo un volume del "famigerato", il quale ha trattato alcuni casi di partigiani che hanno ucciso, a guerra finita, "fascisti o supposti tali"; quanti altri casi non trattati avvennero tra il 1945 e il 1948 e oltre?

Ricordo che nell'immediato dopoguerra alcuni ambienti sostenevano che i "giustiziati", uomini, donne e bambini (sì, anche bambini), superavano i 300mila casi. In un verbale della Camera dei Deputati risulta che, nel corso di una seduta, l'On. Selvaggi si rivolse al Ministro degli Interni per chiarire quanti fascisti vennero uccisi dai partigiani a guerra conclusa. Si alzò imperiosamente l'On. Scotti del Pci e, interrompendo il Ministro, urlò: <Sono trecento mila, li abbiamo ammazzati noi e abbiamo fatto bene!>. Ritengo che tale cifra sia esagerata, infatti Giorgio Pisanò, nelle sue ricerche la fissò tra i 95 e 100mila.

L'Istituto Storico della Rsi di Terranova Bracciolini ha edito due volumi (prima e seconda edizione), nei quali sono riportatati i nomi e, dove è stato possibile, le località dove i "fascisti o supposta tali sono stati giustiziati". Ebbene nella prima edizione sono indicati i nomi di cinquantamila casi, altri cinquemila sono riportati nella seconda edizione. Ma mi è stato assicurato che le ricerche continuano, perché sono tutt'altro che esaurite.

Nella lettera di risposta dell'On. Giulietto Chiesa c'è anche un'osservazione che riporto: <Il suo (quello del "famigerato", nda) è stato ed è quello di introdurre nel senso comune degli italiani senza memoria l'idea che i partigiani erano tutti assassini e che l'esercito di Salò (?) fu composto da bravi ragazzi che avevano anche loro degli ideali (…)>. Osservo: non so se "tutti erano bravi ragazzi", qualcuno di questi avrà pure rubato la marmellata, ma una cosa è incontrovertibile che neanche l'On. Giulietto Chiesa può disconoscere, e cioè che la scelta fu assolutamente ideale, perché scelsero coscientemente di schierarsi dalla parte perdente e che buona parte di questi erano volontari, partiti con l'intento di combattere lo straniero, qualunque esso fosse. E sottolineo con forza: solo questo era l'intento, non davvero quello di combattere altri fratelli; furono questi e solo questi, per primi, a colpire ed uccidere alle spalle o in imboscate i "ragazzi di Salò".
Invito la brava Sara Belfiore (qualora potesse leggermi) di esaminare quanto ha scritto il "fascista-antifascista" Giorgio Bocca nel suo libro "Storia dell'Italia partigiana": <(Il partigiano) cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell'odio (…)>. Oppure nel volume "7° Gap" di Mario De Micheli: <(I partigiani) dovevano combattere in mezzo all'avversario, mescolandosi ad esso, conoscerne le abitudini e colpirlo quando meno se lo aspetta: Portare la morte a casa del nemico era insomma la direttiva con cui sorgevano i Gap (…)>.
Cara Sara Belfiore, come vedi, hai ampie possibilità di lettura.
Concludo con l'ammonimento di Eraclito: <Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti>.



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Filippo Giannini
Filippo Giannini è nato a Roma l’8 agosto 1931.
Architetto, ha lavorato oltre che in Italia, in Libia e in Australia.
E’ collaboratore di numerosi quotidiani e periodici.
http://www.filippogiannini.it/






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