Lettera
(Che non arrivera' mai) a
Sara Belfiore
Se qualche lettore conoscesse
la studentessa Sara Belfiore,
è pregato di avvertirla
che "c'è posta
per lei".
18.07.08 - Qualche giorno
fa un mio caro amico mi chiamò
da una città del nord
invitandomi a consultare il
sito dell'On. Giulietto Chiesa
<Troverai qualcosa di
interessante>, mi disse.
Curioso come sono, seguii
le indicazioni del mio amico
ed aprii il sito indicato.
Ho trovato una lettera della
studentessa Sara Belfiore,
la quale, fra l'altro così
scrive all'On. Giulietto Chiesa:
<Le scrivo per porle
una domanda e dei chiarimenti
sul famigerato (sic!) Pansa
(
)>.
L'On. Giulietto Chiesa, fra
l'altro, così risponde:
<Il detto Pansa è
uno degli esempi più
precisi di intellettuali al
servizio del potere e della
reazione (è ancora
in agguato? nda). La sua esecrabile
(!) attività consiste
nel contribuire, sistematicamente,
alla demolizione dei fondamenti
dello stato democratico nato
dalla Resistenza (
).
La sua credibilità
è pari a zero (
)>.
Premetto che non stiamo parlando
di quanto abbiamo imparato
al liceo nelle lezioni di
fisica, dove la Resistenza
è uguale al Voltaggio
diviso l'Intensità,
ma di qualcosa più
grave, e cioè di quella
Resistenza che, come ha scritto
giustamente l'On. Giulietto
Chiesa, è il <fondamento
di questo stato democratico>.
Io ho letto solo un libro
del Pansa (da ora in poi citato
come il "famigerato"),
perché di quel che
ha scritto ero a conoscenza
sin da ragazzo, anche se,
ovviamente, non di tutti i
casi trattati dal "famigerato".
Sono perfettamente conscio
che la povera Sara Belfiore
non potrà leggere quanto
scrivo, perché le mie
possibilità di comunicazione
sono nulle rispetto a quelle
di cui dispone l'On. Chiesa.
Tuttavia proverò a
trattare l'argomento dal mio
punto di vista, avvalendomi,
come sempre faccio, di documenti.
Per iniziare vorrei invitare
Sara Belfiore ad osservare
le foto dello "spettacolo"
dei "corpi appesi"
a Piazzale Loreto in Milano,
riprese quel giorno di fine
aprile 1945: già da
questo potrà capire
e darsi una risposta su quanto
chiesto all'On. Giulietto
Chiesa.
Per comprendere il fenomeno
"partigiano"
si deve ricordare quanto stabilivano,
nel tempo in cui esso operava,
le legislazioni di guerra,
legislazioni operanti da decenni.
Queste stabilivano (riassumo
le parti più impegnative)
quali fossero le qualifiche
per dichiararsi "legittimo
combattente":
<1) portare apertamente
le armi;
2) indossare una divisa conosciuta
dal nemico;
3) dipendere da ufficiali
responsabili;
4) riconoscere le leggi di
guerra>.
Il "partigiano"
non possedeva alcuna di queste
qualifiche, quindi (e sono
sempre le Convenzioni di guerra
allora vigenti a stabilirlo)
non aveva le qualifiche per
operare contro il nemico.
Sempre le suddette Convenzioni
prevedevano che, qualora catturato,
poteva <essere passato
immediatamente per le armi>.
Non solo, ma sempre le citate
Convenzioni stabilivano che
l'esercito offeso avrebbe
avuto potuto avvalersi del
"diritto di rappresaglia".
Cosa ha fatto il "famigerato"
di tanto grave da essere così
maltrattato dall'On. Giulietto
Chiesa? Ripeto, ho letto solo
un volume del "famigerato",
il quale ha trattato alcuni
casi di partigiani che hanno
ucciso, a guerra finita, "fascisti
o supposti tali";
quanti altri casi non trattati
avvennero tra il 1945 e il
1948 e oltre?
Ricordo che nell'immediato
dopoguerra alcuni ambienti
sostenevano che i "giustiziati",
uomini, donne e bambini (sì,
anche bambini), superavano
i 300mila casi. In un verbale
della Camera dei Deputati
risulta che, nel corso di
una seduta, l'On. Selvaggi
si rivolse al Ministro degli
Interni per chiarire quanti
fascisti vennero uccisi dai
partigiani a guerra conclusa.
Si alzò imperiosamente
l'On. Scotti del Pci e, interrompendo
il Ministro, urlò:
<Sono trecento mila,
li abbiamo ammazzati noi e
abbiamo fatto bene!>.
Ritengo che tale cifra sia
esagerata, infatti Giorgio
Pisanò, nelle sue ricerche
la fissò tra i 95 e
100mila.
L'Istituto Storico della Rsi
di Terranova Bracciolini ha
edito due volumi (prima e
seconda edizione), nei quali
sono riportatati i nomi e,
dove è stato possibile,
le località dove i
"fascisti o supposta
tali sono stati giustiziati".
Ebbene nella prima edizione
sono indicati i nomi di cinquantamila
casi, altri cinquemila sono
riportati nella seconda edizione.
Ma mi è stato assicurato
che le ricerche continuano,
perché sono tutt'altro
che esaurite.
Nella lettera di risposta
dell'On. Giulietto Chiesa
c'è anche un'osservazione
che riporto: <Il suo
(quello del "famigerato",
nda) è stato ed è
quello di introdurre nel senso
comune degli italiani senza
memoria l'idea che i partigiani
erano tutti assassini e che
l'esercito di Salò
(?) fu composto da bravi ragazzi
che avevano anche loro degli
ideali (
)>. Osservo:
non so se "tutti erano
bravi ragazzi", qualcuno
di questi avrà pure
rubato la marmellata, ma una
cosa è incontrovertibile
che neanche l'On. Giulietto
Chiesa può disconoscere,
e cioè che la scelta
fu assolutamente ideale, perché
scelsero coscientemente di
schierarsi dalla parte perdente
e che buona parte di questi
erano volontari, partiti con
l'intento di combattere lo
straniero, qualunque esso
fosse. E sottolineo con forza:
solo questo era l'intento,
non davvero quello di combattere
altri fratelli; furono questi
e solo questi, per primi,
a colpire ed uccidere alle
spalle o in imboscate i "ragazzi
di Salò".
Invito la brava Sara Belfiore
(qualora potesse leggermi)
di esaminare quanto ha scritto
il "fascista-antifascista"
Giorgio Bocca nel suo libro
"Storia dell'Italia
partigiana": <(Il
partigiano) cerca le ferite,
le punizioni, le rappresaglie
per coinvolgere gli incerti,
per scavare il fosso dell'odio
(
)>. Oppure nel
volume "7° Gap"
di Mario De Micheli: <(I
partigiani) dovevano combattere
in mezzo all'avversario, mescolandosi
ad esso, conoscerne le abitudini
e colpirlo quando meno se
lo aspetta: Portare la morte
a casa del nemico era insomma
la direttiva con cui sorgevano
i Gap (
)>.
Cara Sara Belfiore, come vedi,
hai ampie possibilità
di lettura.
Concludo con l'ammonimento
di Eraclito: <Non
troverai mai la verità
se non sei disposto ad accettare
anche ciò che non ti
aspetti>.