Spagna:
Brevi appunti di Viaggio
23.07.08
- Lo scorso mese di giugno
ero in Spagna con mia moglie
per un viaggio programmato
da anni. Prima osservazione:
cari lettori, questo Paese
ci sta superando in tutto:
disciplina del traffico, pulizia
e ordine nelle strade; pensate,
ci sono una miriade di bagni
pubblici pulitissimi, muniti
di carta igienica, sapone,
ecc. Recepito il messaggio
?
Ma non è di questo
che voglio parlarvi, ma di
un evento che ha richiamato
alla mia memoria un fatto
storico che oggi (è
ovvio) è stato cancellato:
dell'"Alcazar".
Sono convinto che poche persone
sanno di cosa sto scrivendo,
ma è una storia che
merita di essere ricordata.
Nel nostro percorso passammo
per Toledo e in questa città
ci imbattemmo nel poderoso
Alcazar, una vecchia
fortificazione posta nella
parte più alta della
bella cittadina di notevole
stile medioevale. Qui negli
anni '30 era stata istituita
una Scuola d'Applicazione
d'Arma per i cadetti della
Fanteria, della Cavalleria
e dei Servizi d'Intendenza.
Nel 1936, anno della rivolta
franchista, la Scuola contava
circa trecento allievi.
Rammentando la storia della
piazzaforte e del suo eroico
difensore, cominciai a cercare,
fra i numerosissimi negozietti
di souvenir che costellano
Toledo, una traccia, un qualcosa
che ricordasse quei fatti.
Nulla! "Quei fatti
non erano mai avvenuti".
Per la verità, vivendo
in Italia, risulto vaccinato
a queste dimenticanze.
Nel 1936 gli allievi erano
in vacanza, come pure era
in ferie il direttore della
Scuola, il colonnello Moscardò.
Appena si cominciarono ad
udire gli echi della rivolta,
Moscardò e un certo
numero di allievi fecero ritorno
nell'Alcazar e tutti
aderirono alla rivolta nazionalista.
La prima operazione che Moscardò
intese mettere in atto fu
quella di consegnare la scuola
e i suoi allievi nelle mani
dei nazionalisti. Ma la cosa
si presentò più
complicata di quanto ritenesse,
perché, se è
vero che la maggioranza della
cittadinanza simpatizzava
per Francisco Franco, la vittoria
del Fronte Popolare alle elezioni
legislative aveva reso ancora
più forti i sindacati
e i partiti della sinistra.
Moscardò disponeva
di una forza non notevole:
150 ufficiali, 8 cadetti,
160 soldati, 60 falangisti
e 600 guardie civili. L'Alcazar
li accolse tutti, ma devette
aprire le porte anche a cinque
suore della Carità,
a una cinquantina di bambini,
ad un centinaio di vecchi
e a cinquecento donne, per
lo più mogli di militari
e delle Guardie Civili.
Arrivarono, nel frattempo,
ordini dal Governo repubblicano
di Madrid: ordini che il colonnello
Moscardò non intendeva
eseguire. Prevedendo il peggio,
il 21 luglio proclamò
lo stato d'assedio a Toledo
e in tutta la provincia. Ciò
scatenò violenti combattimenti
e, a seguito di questi, altre
duemila persone chiesero e
ottennero rifugio nell'interno
dell'Alcazar, rendendo ancor
più grave la già
critica situazione, specialmente
dal punto di vista igienico
e alimentare.
Madrid inviò il generale
Riquelme con un forte contingente
di militari e miliziani. Riquelme
contattò per telefono
Moscardò, chiedendogli
i motivi della sua ostinata
resistenza. <Colloco
l'amor di Patria> rispose
Moscardò <al
di sopra di ogni cosa; oggi
esso è calpestato dai
marxisti; sarebbe dunque un
sacrilegio quello d'affidare
l'educazione dei cadetti alle
milizie rosse. Ho assoluta
fiducia nel generale Franco>.
Questo dette inizio ad un
assedio implacabile, cui fece
seguito un episodio atroce.
Uno dei miliziani toledani,
Corbello, decise di ricorrere
ad un ignobile ricatto. Alle
dieci del mattino del 23 luglio
per telefono intimò
a Moscardò: <Ho
qui vostro figlio, prigioniero;
fra quindici minuti sarà
fucilato se voi non vi arrendete.
Forse non mi crederete, ma
Luis ora vi parlerà
di persona
>.
Ed ecco al microfono una seconda
voce che disse semplicemente:
<Papà
>.
<Che succede, figlio
mio?>.
<Nulla, dicono che mi
fucileranno se l'Alcazar non
cesserà qualsiasi resistenza
>.
Dall'altra parte un momento
di silenzio
Poi con
voce forte Moscardò
disse: <Se è
vero, figliolo, raccomanda
la tua anima a Dio. Viva la
Spagna! Muori come un vero
spagnolo. Addio, ti abbraccio>.
<Allora?>: era
la voce di Coballo che impazientemente
aveva riafferrato la cornetta.
<Allora> rispose
Moscardò <l'Alcazar
non si arrenderà mai!>.
E Luis Moscardò, di
diciassette anni, venne fucilato.
Come fu fucilato suo fratello
catturato con le armi in pugno
a Barcellona.
Il Governo di Madrid era preoccupato
per questa accanita resistenza
che poteva minare la sua credibilità.
A Toledo regnava la calma
ma apparente, solo perché
i due contendenti si stavano
preparando alla battaglia
decisiva. Da parte repubblicana
erano almeno in 10.000 ad
assediare la fortezza. Le
possibilità di resistenza
per Moscardò erano
limitate. I repubblicani controllavano
tutte le vie di accesso e
avevano avvelenato i pozzi
posti nei pressi della fortezza,
anche se le cisterne risultavano
ancora intatte. La razione
del pane non superava i 180
grammi a testa al giorno;
tutti i cavalli e i muli furono
macellati.
La sera del 22 agosto un aereo
nazionalista sorvolò
l'Alcazar e lanciò
alcuni viveri, ma la maggior
parte cadde nel campo degli
assedianti.
Il 23 giunse un messaggio
indirizzato a Moscardò:
<Il generale in capo
dell'esercito d'Africa e di
Spagna ai valorosi difensori
dell'Alcazar di Toledo. Ci
congratuliamo con voi per
l'eroica resistenza. Ci prepariamo
a venire in vostro soccorso.
In attesa vi inviamo piccoli
aiuti. Il generale Francisco
Franco>.
I "piccoli aiuti",
in realtà, risultarono
una esigua quantità
di derrate alimentari paracadutate
sulla fortezza da aerei nazionalisti.
La situazione nell'interno
dell'Alcazar diventava sempre
più grave: i feriti
venivano curati da svegli
per mancanza di anestetici.
Anche il numero dei morti
divenne preoccupante perché
lo spazio non bastava più
per seppellirli. L'acqua fu
drasticamente razionata.
L'8 settembre il comando repubblicano
inviò un parlamentate
a trattare con Moscardò,
proponendo nuove condizioni
di resa: vita salva per le
donne, per i bambini, per
i vecchi, per i malati, per
i feriti, per i soldati e
per le guardie. Gli assediati
dovranno uscire in gruppi
di cinque, gli ufficiali saranno
deferiti ai tribunali del
popolo e giudicati secondo
la loro partecipazione al
movimento insurrezionale.
La risposta di Moscardò
fu immediata. <Io e
i miei uomini preferiamo morire
piuttosto che arrenderci>.
Il parlamentare, dopo aver
augurato buona fortuna agli
assediati, prima di allontanarsi
chiese se avessero bisogno
di qualcosa. <Sì,
di un sacerdote>, fu
la risposta di Moscardò.
L'11 settembre il sacerdote
repubblicano Vàsquez
Camarasa entrò nella
fortezza. Ci fu una tale ressa
per confessarsi, che il sacerdote
fu costretto a impartire l'assoluzione
collettiva. Terminato l'ufficio
canonico, il sacerdote chiese
a Moscardò di lasciare
uscire le donne e i bambini.
<Se vogliono andare
sono liberi, chiedete a loro>.
Venne avanti una donna che
parlò per tutti: <Non
lasceremo mai l'Alcazar
Come potremmo abbandonare
quelli che sono morti e quelli
che ancora si battono? Se
anche tutti gli uomini venissero
uccisi, saremo noi a prendere
le armi>. Il prete
dopo aver ascoltato tornò
fra i suoi; ma prima di lasciare
l'Alcazar impartì l'ultima
benedizione. Poi i combattimenti
ripresero con più accanimento
di prima.
Gli occhi del mondo intero
erano fissati su quanto stava
accadendo a Toledo, quindi
per i repubblicani farla finita
con i difensori dell'Alcazar
era una questione più
politica che militare. Dalle
miniere delle Asturie arrivarono
alcuni esperti artificieri
per collocare cariche di dinamite
nelle fondazioni della fortezza.
I lavori continuarono per
giorni e notti I martelli
pneumatici trivellavano sotto
i muri perimetrali del forte.
Una sortita dei difensori
per impedire i lavori fu respinta.
Il
18 settembre una formidabile
esplosione mandò in
frantumi tutti i vetri della
città; la facciata
ovest e una delle torri d'angolo
dell'Alcazar crollarono
in pezzi. Soldati e miliziani
balzarono all'assalto invadendo
i corridoi, agitando le bandiere
rosse. Ma dalle rovine dei
sotterranei, coperti di polvere
sbucarono i nazionalisti.
Per tre ore si svolsero violenti
corpo a corpo; finalmente
i difensori, con il coraggio
della disperazione, riuscirono
ad aver ragione degli assalitori.
I repubblicani, dopo una violenta
preparazione d'artiglieria,
il 23 successivo ritentarono
un nuovo assalto. Vennero
di nuovo respinti.
Intanto l'esercito di Franco,
vittorioso nella maggior parte
dello scacchiere della penisola,
poté puntare alla conquista
di Madrid. Il socialista Pietro
Nenni, giunto anch'egli con
le Brigate Internazionali
a Toledo, osservò:
<Orgoglioso simbolo
del vecchio mondo, resiste
solo l'Alcazar, mentre tutt'intorno
scompaiono i simboli della
dominazione del clero e dell'esercito
>.
Il 22 settembre Franco decise
di liberare gli assediati
della fortezza. Il generale
Kindelàn lo avvertì:
<Lo sapete che questa
decisione può pregiudicare
la liberazione di Madrid?>.
<Certo> ribatté
Franco <Ma non ha importanza.
Toledo è un simbolo>.
Quindi dette l'ordine al generale
Varela di puntare con due
colonne, sull'Alcazar.
Il giorno 26 Varela tagliò
la strada ai combattenti repubblicani
i quali non ebbero altra soluzione
che la fuga.
La conquista della città
terminò con un ennesimo
massacro, caratteristica di
ogni guerra civile.
Varela arrivò a Toledo
il 26. Moscardò, esausto
per la fatica, si mise sull'attenti
e fece il suo rapporto: <Qui
nulla da segnalare>.
Tre giorni dopo sarà
promosso generale. L'assedio
era durato settantun giorni.
In Italia, come in ogni altra
parte del mondo, quella dell'Alcazar
fu considerata una epopea
e un bel film ne siglò
la vicenda.
Prima di concludere è
doveroso ricordare che il
colonnello Pinella, comandante
della caserma Simancas, prima
di cadere in combattimento,
dovette affrontare una prova
simile a quella di Moscardò:
due suoi figli erano stati
passati per le armi quando
rigettò l'intimazione
di resa.