Le
Firme * Filippo
Giannini
"Frammenti"
di storia
Il calice della stupidità
e della vergogna
05.09.08
- A seguito di un mio articolo
pubblicato di recente, un lettore
di Como, Ubaldo Croce, mi ha
inviato (e lo ringrazio), a
mezzo posta elettronica alcune
interessanti notizie che mi
danno modo di affrontare un
argomento che ritengo di considerevole
importanza per noi italiani
ed europei. Argomento che ci
è d'aiuto per comprendere
gli avvenimenti che ancor oggi
ci umiliano.
Quante volte abbiamo ascoltato,
da persone anche di un certo
spessore culturale, che parlare
di Fascismo e del suo Capo dopo
più di sessant'anni dalla
sconfitta (militare!) del primo,
e dalla morte (assassinio!)
del secondo è completamente
fuori luogo perché si
tratta di argomenti superati
dal tempo? Nel migliore dei
casi, le suddette persone, invitano
a "far giudicare dalla
storia".
La "storia".
E' proprio per questo affascinante
sostantivo che respingo l'ipotesi
(tanto cara a "certi
individui") di "storicizzare"
il Fascismo.
"Attenzione a non storicizzare
il Fascismo...Il Fascismo è
davanti a noi" ammoniva
Giorgio Almirante. E allora,
per evitare la "mummificazione"
del Fascismo, dobbiamo scrivere
la Storia per come realmente
si svolsero i fatti che l'hanno
caratterizzata, e capire, così,
come siamo giunti ad essere
vassalli del più rozzo
dei popoli.
Tarda primavera del 1940; sì,
amico lettore, quasi settanta
anni fa, anzi, per essere ancora
più precisi, spostiamo
quella data indietro di almeno
un lustro. In quegli anni il
Fascismo era trionfante non
solo in Italia: le sue idee
(ecco il punto focale: le sue
idee) si stavano espandendo
in tutto il mondo e questo terrorizzava
i Paesi plutocratici capitanati
dagli Stati Uniti, dalla Gran
Bretagna e dalla Francia. Quelle
"idee" che
partivano, per la terza volta
nella storia mondiale, dal nostro
Paese e mettevano in discussione
i principi finanziari e politici
sui quali si basava il potere
delle Nazioni ricche, che detenevano
i due terzi dei beni del mondo.
Mussolini "aveva osato"
prospettare nuovi principi per
giungere ad una equa distribuzione
delle ricchezze. Questo, ovviamente,
non poteva essere più
tollerato da quei Paesi nei
quali la politica era (ed è)
pilotata dai "poteri
forti"; più
concretamente: dalla massoneria.
Contro l'Italia fascista fu
decretata la condanna a morte.
Sarebbe troppo lungo elencare
i mezzi messi in opera per costringere
l'Italia alla guerra; perché
i Governi democratici la guerra
non la dichiarano, ma la impongono.
Rutilio Sermonti - di cui condivido
completamente il pensiero -
nel suo libro "L'Italia
nel XX Secolo", ha
scritto: <La risposta
poteva essere una sola: perché
"esse" volevano un
generale conflitto europeo,
quale "unica risorsa"
per liberarsi della Germania
- formidabile concorrente economico
- e, soprattutto dell'Italia.
Questo è necessario comprendere
se si aspira alla realtà
storica: "soprattutto dell'Italia">.
Sarebbero sufficienti queste
poche righe per aprire un esame
storico, quell'esame che agli
italiani e agli europei non
solo non è stato concesso,
anzi è stata data loro
in pasto una storia la cui "chiave
di violino" è
ben custodita nei forzieri di
Wall Street.
Ho poco sopra accennato alle
provocazioni messe in atto per
spingere l'Italia alla guerra.
Per ragioni di spazio mi limito
a semplici richiami, senza entrare
nel merito; anche se, entrando
nel merito si bollerebbero come
"criminali di guerra"
persone come Roosevelt e compagni.
"Semplici richiami"
che hanno per nome: guerra civile
di Spagna (chi si rifiutò
di circoscriverla?) e seconda
Guerra Mondiale, per evitare
la quale bastava <rivedere
i trattati per adeguarli alle
mutevoli esigenze della vita
delle Nazioni e non considerarli
intangibili per l'eternità>.
(Dal discorso di Mussolini del
10 giugno 1940).
I Paesi capitalisti avevano
ben costruito l'edificio per
spingerci alla guerra; e per
vincerla era necessario eliminare
per prima l'Italia. Essi erano
consapevoli che la guerra sarebbe
stata vinta sul mare e sul mare
impostarono le basi per l'eliminazione
- o la neutralizzazione - della
poderosa flotta italiana. Per
ottenere ciò utilizzarono
ogni mezzo, il più ignominioso
fu il tradimento. Evito di richiamare
alla memoria i lavori di Antonino
Trizzino, o anche dell'ammiraglio
Angelo Jachino, ma riporto quanto
ha scritto un ufficiale dell'"Intelligence
Service" britannico,
Lowrence Bonnet, nel suo libro
"Spionaggio nella Seconda
Guerra Mondiale", pag.
220: <La battaglia di
El Alamein avrebbe deciso le
sorti della guerra nel Mediterraneo.
Bisognava, quindi, che l'Inghilterra
convogliasse tutte le sue forze
per vincere quella battaglia.
Si è servita di tanti
antifascisti italiani i quali,
calati nei pressi dei porti
di Taranto, Catania, Messina,
Palermo e Napoli e muniti di
falsi documenti, segnalavano
i convogli in partenza per l'Esercito
di Rommel>.
L'Ammiraglio Da Zara (uno dei
massimi esponenti della Marina
Militare italiana) così
ha scritto nel suo libro "Pelle
di ammiraglio", pag.
158: <Sono orgoglioso
di essere un anglofilo classificato
e schedato>.
Potrei ricordare anche l'ammiraglio
Franco Maugeri e tanti altri
per osservare che a questi "soldati"
venne affidato l'incarico di
combattere la guerra sul mare
e condurre alla vittoria il
loro Paese: cosa che era alla
nostra portata stando a quanto
ha scritto, con amarezza, l'Ammiraglio
Teucle Meneghini: <In
Mediterraneo potevamo mettere
in ginocchio l'Inghilterra>.
Ecco alcuni motivi con i quali
sostenere che la storia per
come ci viene raccontata oggi
è una colossale montatura:
montatura necessaria per ridurre
l'Europa, con la sua millenaria
civiltà, vassalla al
potere del <più
rapace e senza scrupoli morali,
il più corrotto e corruttore,
ipocrita e prepotente (e spaccone)
convinto di potersi permettere
qualsiasi cosa, di poter superare
qualsiasi difficoltà
e di far accettare questo suo
comportamento in virtù
della forza della propria ricchezza,
del proprio denaro (
)>.
Così si esprime Renzo
De Felice per etichettare gli
Stati Uniti d'America.
E' auspicabile che gli europei,
una volta smaltita la sbronza
da wisky, possano riscoprire
e riproporre quelle idee abbattute
esclusivamente dal potere dell'oro,
della corruzione, del tradimento
e prospettare una nuova era:
quella definita da Giovanni
Gentile l'"Umanesimo
del Lavoro".
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Filippo
Giannini è nato a Roma l8 agosto 1931.
Architetto,
ha lavorato oltre che in Italia, in Libia e in Australia.
E
collaboratore di numerosi quotidiani e periodici.
http://www.filippogiannini.it/
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