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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Filippo Giannini


Impeachment ! Un caso in Italia ?

15.09.08 - Di fronte alla resistenza passiva dei c.d. "Poteri forti", forti e prepotenti coi deboli, dell'attuale Stato che si autodefinisce democratico senza esserlo veramente, un cittadino italiano qualunque, l'autore di questa iniziativa, sul filo della logica stringente e di argomentazioni giuridiche difficilmente contestabili e non più eludibili, si ribella, nel modo più civile e non violento possibile, come è nel suo stile, al rifiuto, pervicace e protervo, opposto col silenzio ostruzionistico a una larga fetta di cittadini italiani di esercitare il sacrosanto diritto di costituirsi in partito.

Nelle pagine che seguono si troverà il crescendo delle iniziative tenacemente intraprese per combattere una ennesima battaglia, che qualcuno potrebbe definire folle, altri temeraria, altri ancora molto coraggiosa, ma che è soltanto il consapevole e coerente esercizio di un diritto; che, paradossalmente, trae la sua forza e la sua motivazione proprio dalla stessa Costituzione italiana, vigente dal I° gennaio 1948, e creata dal regime al potere, costituito dai governi e dalle opposizioni che si sono succeduti in oltre sessant'anni.



SALVATORE MACCA
CONTRO
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, ON. GIORGIO NAPOLITANO

ISTANZA DI MESSA IN STATO D'ACCUSA
(Art.90, comma I°, ipotesi 2^, comma 2° Costituz.)

Avv. Salvatore Macca
RACC. A. R.
Presidente Emerito della Corte d'Appello di Brescia
Presidente On.Agg. della Cassazione
Cavaliere di Gran Croce

Brescia, 4 aprile 2008

RICHIESTA AL PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI PRO TEMPORE, NELLA VESTE DI PRESIDENTE DEL PARLAMENTO RIUNITO IN SEDUTA COMUNE, A NORMA DEGLI ARTICOLI 90, COMMA 2°, IPOTESI 2^, E 63 DELLA COSTITUZIONE, DI METTERE IN STATO D'ACCUSA IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PER ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE

Lo scrivente, Salvatore Macca, con raccomandata del 13 febbraio 2008, n.13407250999-8, spedita il 16 stesso mese dall'ufficio postale di Brescia centro, Piazza Vittoria, operazione n.0029, inviava al Presidente della Repubblica un messaggio per chiedere: "E' in corso un attentato alla Costituzione?", che si allega alla presente e ne costituisce parte integrante. Tale istanza, ad oggi, non ha avuto alcun seguito.
Va premesso che già in passato lo scrivente si era rivolto alle autorità dello Stato ritenute competenti (Pres. Camera Dep., Pres. Senato, Pres. Affari costituzionali, on. Violante, Presid. del Consiglio, Ministro Giustizia, Presid. Cons. Sup., e, per conoscenza, Capo dello Stato) per chiedere l'abrogazione della XII disposiz. transitoria della Costituzione, là dove la stessa, al comma 1, letteralmente dispone che "E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascita." La collocazione del divieto da parte del legislatore del tempo, dimostra, né poteva essere diversamente, se non altro perché l'Italia era, ed è, definita, nell'art.1, comma I°, della Costituzione, "una repubblica democratica", e perché, all'art.49, sin da allora, disponeva che "tutti i cittadini ( tutti, e dunque anche quelli di fede fascista!) hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale", dimostra, si diceva, che il divieto era, e doveva essere, temporaneo.
Già questo richiamo basterebbe per confermare che il legislatore era consapevole che il divieto doveva essere provvisorio, essendo inserito nelle disposizioni transitorie, che, per loro natura, sono, devono essere, limitate nel tempo, avendo, nel nostro ordinamento giuridico, la funzione di coordinare, per certe materie, la vecchia normativa che tali materie governava, con la nuova, destinata a governare la mutata situazione. E forse era pure consapevole che le idee, e la forza che le anima, sono incoercibili.
D'altronde, il legislatore dell'epoca era consapevole che se nel 1948 non fosse stato stabilito il divieto, un partito fascista in giuoco avrebbe certamente vinto subito e clamorosamente le elezioni, sia per liberarsi di autentici carnefici e persecutori, che avevano fatto strame dei cittadini di fede fascista, sia per riscattare la Patria dai nemici esterni ed interni. Era inevitabile che una grande e significativa vittoria sarebbe scaturita; anche a dimostrazione della forte consistenza, allora, del partito fascista, per comprensibile reazione ai torti atroci e alle odiose e ingiuste persecuzioni subite dai cittadini che in esso avevano creduto e ancora credevano. Senza dire che la massa dei reduci dalla prigionia non avrebbe certo votato per i responsabili del tradimento, della disfatta della Patria e della guerra civile. E dunque, allora era inevitabile che l'antifascismo al potere disponesse il divieto. Ma l'antifascismo successivo, quello che ancora perdura, fanatico, radicalizzato e fazioso oltre ogni misura e ogni limite di ragionevolezza, in un certo senso peggiore del primo, non si può permettere di fare il pesce in barile fingendo di dimenticare che è ancora vigente la famigerata XII disposizione transitoria, in pieno conflitto col citato articolo 49 della costituzione. Né sono servite a cambiare le cose le numerose istanze, sempre più pressanti, di quegli Italiani, anche delle nuove generazioni, che devono subire ancora un inammissibile divieto, retto e sostenuto artificiosamente da una disposizione transitoria, in pratica ormai divenuta quasi norma stabile di merito, con la grossolana astuzia e la spregevole malafede dell'attuale antifascismo perenne, che non osa (né potrebbe osare, grazie proprio all'art. 49 della costituzione), pretendere la perpetuità del divieto, e che preferisce far finta di niente, lasciando le cose come stanno nell'illusione che nessuno ne avrebbe mai parlato.
Nel mio messaggio 13-16 febbraio c.a., ultimo di altri, ho esplicitamente prospettato la illiceità, o comunque la inammissibilità, della vigenza della XII disposiz. transit. della Costituzione, che si protrae da oltre sessant'anni, ma che, per sua natura, non dovrebbe superare i due-tre anni. Come ho già rilevato, è vero che non è compito del presidente della repubblica quello di abrogare le leggi, ma è vero altresì che quando la vigenza di una norma transitoria che ponga un divieto sia anomala, dato che si protrae in modo ingiustificato e inammissibile oltre un termine ragionevole, diventa uno strumento vessatorio palesemente diretto a impedire ai cittadini l'esercizio di un diritto previsto e tutelato dalla costituzione, il Presidente della repubblica , quando ne sia informato, e qui lo è stato, e lo è, ha il potere, anzi, il dovere, di intervenire per ristabilire i diritti violati facendo cessare lo scandalo e il sopruso.
Questo, però, il Capo dello Stato non l'ha fatto, violando così l'obbligo di osservare la costituzione, nonostante che, al momento dell'investitura, avesse solennemente giurato di osservarla avanti al Parlamento riunito in seduta comune.
Né si dica che l'abrogazione della XII d.t. sarebbe insufficiente, essendo ancora in vigore altre leggi ostative alla riorganizzazione del partito fascista, come le famigerate leggi Scelba e simili, in quanto, venuta meno la citata disp. trans., perderebbero ogni ragion d'essere le altre leggi liberticide, proprio perché la XII d.t. è la base, la radice, la premessa indispensabile di esse. Senza dire che nulla vieta la espressa abrogazione anche delle leggi liberticide.

P.Q.M.
Visti gli articoli 90, comma 2°, ipotesi 2^, 63, 134, ipotesi 3^, 135, ult.comma, Costituzione, nonché l'art.12 legge costituzionale 11 marzo 1953 n.1, 17 legge 25 gennaio 1962, n.20, capo II (secondo), legge 5 giugno 1989, n.219, l'istante chiede che il Parlamento in seduta comune metta in stato di accusa il Presidente della repubblica italiana pro tempore per attentato alla Costituzione.

Salvatore Macca, Brescia

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Avv. Salvatore Macca
Presidente emerito della Corte d'Appello di Brescia
Presidente On.Agg. della Corte di Cassazione
Cavaliere di Gran Croce
Brescia, 19 maggio 2008

ATTO DI SOLLECITO AL PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

1-Al Presidente della Camera dei Deputati nella veste di Presidente del Parlamento riunito in seduta comune, a norma degli articoli 90, comma 2°, ipotesi 2^, 63, della Costituzione, On.Gianfranco Fini;
2-Al Presidente del Senato On. Renato Schifani;
e per doverosa conoscenza
3-Al Presidente del Consiglio dei ministri On. Silvio Berlusconi
E per opportuna conoscenza
4-Al Capo Gruppo del P.d. L. On. Maurizio Gasparri
5-All'On.Umberto Bossi, Pres. Lega Nord
6-All'On. Walter Veltroni, Pres. del P.D.
7-All'On. Pierferdinando Casini, Pres. della "Unione di centro"
8-All'On. Antonio di Pietro, Pres. dell' "Italia dei valori"
E per doveroso atto di riguardo, nonché per conoscenza e informazione,
9-All'On. Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica
.
Informo le SS.LL. che, con ricorso del 4 aprile c.a., spedito a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno del giorno successivo, ho formulato al Presidente della Camera dei deputati del tempo, nella veste di Presidente del Parlamento riunito in seduta comune a norma degli articoli 90, comma 2°, ipotesi 2^, e 63 della Costituzione, istanza di messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica, istanza che ora è giacente agli atti, in attesa di decisione. Un sollecito esame di essa s'impone, sia per l'importanza e la delicatezza della questione, sia perché, come credo di aver dimostrato con esauriente motivazione in fatto e in diritto, sono convinto della sua fondatezza.
L'istanza è basata sul da me ritenuto attentato, da parte del Presidente della Repubblica, alla Costituzione, e sulla simultanea violazione del giuramento solennemente prestato avanti alle Camere riunite nell'assumere le funzioni, per l'inosservanza dell'art.49, il quale testualmente recita: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale." Il Presidente, infatti, con atti omissivi continuati, non si è attivato per l'abrogazione di una norma, la XII disposizione transitoria della costituzione, che, pur avendo, per sua natura, una vigenza limitata nel tempo,(V.istanza 4 aprile), è in vigore da oltre sessant'anni, e cioè dal I° genn.1948, data di entrata in vigore della costituzione, ed è ostativa alla riorganizzazione del Partito Fascista. Ciò costituisce grave pregiudizio, per vari motivi, per i cittadini di fede fascista che, da ultimo, non hanno potuto partecipare alle recenti elezioni del 13-14 aprile 2008, oltre che a numerose altre competizioni degli anni passati, per l'inerzia del Parlamento e dei Capi dello Stato del tempo, che non hanno operato per far cessare l'inerzia delle Camere.
Più volte, ma inutilmente, ho fatto istanza al Presidente della Repubblica di spiegare il suo impegno e le sue iniziative perché il Parlamento si attivasse per l'abrogazione della citata disposizione transitoria, gravemente e palesemente liberticida. Si producono, a prova, i seguenti documenti.

1-Istanza di messa in stato d'accusa 4-5 aprile 2008, a mezzo di raccomandata a.r.
2-Lettera di accompagnamento 25.5.2007 dell'omaggio al Capo dello Stato delle "Linee programmatiche del costituendo Partito Fascista Repubblicano" scritte da Salvatore Macca.
3-Lettera 23 ottobre 2007 di S.Macca al Presidente dal titolo: "Il giuramento del Capo dello Stato dinanzi al Parlamento in seduta comune" (art.91 Costituzione).
4--Come ha reagito il Capo dello Stato all'invio delle "Linee" (articolo 2.1.08 a vari giornali)
5-Lettera aperta di S.Macca al Presidente della Repubblica dal titolo :"E' in corso un attentato alla costituzione?" (Raccom. 13-16 febbraio 2008)
6- Una copia delle "Linee programmatiche".
7-Il Presidente Napolitano e la festività del 25 aprile
8-Le due giustizie

Gli ultimi due documenti, il n.7 e il n.8, non sono direttamente connessi all'istanza di messa in stato d'accusa, non potendo, il loro contenuto, essere oggetto di addebito. Tuttavia riguardano due temi che, per presunzione grave, precisa e concordante, dimostrano che il Presidente non è un interprete fedele e sensibile dei sentimenti e degli stati d'animo della maggioranza degli Italiani. Infatti, anche se la Costituzione non sancisce, per il Capo dello Stato, un obbligo del genere, lo stesso non può ignorare gli umori dominanti del suo popolo. Per andare al concreto, la maggioranza degli Italiani non considera, e non può considerare, il 25 aprile come una data festiva, come ufficialmente imposto dal regime (maggioranza e opposizione) antifascista perenne al potere, ma luttuosa, coincidendo con la disfatta, meglio dire la debellatio, della Patria. Di tutta la Patria, nel suo insieme, senza distinzione tra fascisti e antifascisti, come risulta, senza possibilità di dubbi, dato che "in claris non fit interpretatio", dal "diktat" di Parigi del 10 febbraio 1947. Né si può ignorare il genocidio di alcune centinaia di migliaia di Italiani fascisti (o anche solo "presunti tali", come stabilito dal criminale agente comunista sovietico in Italia Palmiro Togliatti ), uomini e donne, militari e civili, ad opera della c.d. "esarchia" partigiana, formata dai partiti comunista, socialista, sardo d'azione, repubblicano, della democrazia cristiana (!!) e liberale, che resse e autorizzò, o non impedì con la dovuta determinazione, i tragici eventi di quegli orribili tempi, inondando di sangue innocente la nostra Terra. Ci vuole un bel coraggio e una sorprendente disinvoltura, a pretendere che gli Italiani considerino festiva una simile ricorrenza!
Quanto al documento n.8, sono certo che la maggioranza del popolo italiano, tolti alcuni fanatici forcaioli, che non fanno né testo né storia, non ritiene ammissibile che, dopo 63 anni dalla fine della guerra, la giustizia del regime antifascista perenne, amministrata però in nome di esso popolo, tenga in carcere, meglio sarebbe dire in stato di sequestro, due vecchi soldati per fatti risalenti al tempo in cui erano militari in tempo di guerra e quindi obbligati ad eseguire gli ordini ad essi impartiti dai superiori.
E allora? Quale la conclusione? La seguente. Tenuto conto del fatto che "il Presidente della repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale", (art. 87, comma I° cost.), e che la sua sensibilità sembra ben lontana da quella media del nostro popolo, si deve affermare che il contenuto dei due citati documenti, anche se non attinente alla istanza di messa in stato d'accusa, offre utili elementi integrativi del giudizio instaurando. Non senza rilevare che l'attuale Capo dello Stato, (come peraltro tutti i suoi predecessori), lungi dal rappresentare l'unità nazionale, rappresenta, invece, la separazione (o la frattura, la discordia nazionale), distinguendo faziosamente i vincitori dai vinti, i presunti "buoni" dai presunti "cattivi".
Con distinta osservanza.

Salvatore Macca
Via Solone Reccagni,3, 25121 Brescia

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Lo scritto che segue è la riproduzione della lettera d'accompagnamento di una copia delle "Linee programmatiche del costituendo Partito Fascista Repubblicano" inviata dall'autore, Salvatore Macca di Brescia, al Capo dello Stato e Presidente della Repubblica Italiana, On. Giorgio Napoletano, il 25 maggio 2007



Brescia, 25 maggio 2007
OMAGGIO AL CAPO DELLO STATO
ON. GIORGIO NAPOLITANO
DI COPIA DELLE "LINEE PROGRAMMATICHE DEL COSTITUENDO
PARTITO FASCISTA REPUBBLICANO"

Sig. Presidente!
Ho l'onore di portare a Voi, che rappresentate l'Unità Nazionale, come sancito dalla Costituzione, la voce dei cittadini che ebbero dalla sorte il doloroso privilegio, il triste, ma glorioso calvario, di essere appartenuti, come scelta ideale e come Soldati, alla Repubblica Sociale Italiana.
Parlo a mio nome, come già appartenente all'Aeronautica Nazionale Repubblicana, e come interprete dei mille e mille miei connazionali che abbracciarono allora, e conservano nel cuore ancor oggi, un forte ideale politico, patriottico, spirituale e sentimentale.
Parlo per i superstiti viventi, ma anche per gli appartenenti alle generazioni successive, compresi gli anziani, i giovani e i giovanissimi di oggi che, pur non avendo vissuto la grandiosa epopea e la meravigliosa emozione di conoscere quei tempi esaltanti, generosi e tragici, hanno da noi ricevuto il "TESTIMONE"; ma soprattutto parlo per gli innumerevoli caduti, materialmente assenti, ma presenti coi loro Spiriti immortali, che, negli anni bui della guerra, sacrificarono la vita per onorare il grande ideale e la sublime aspirazione di difendere il sacro suolo della Patria invasa e assediata da eserciti stranieri nemici, desiderosi soltanto di annientarci e di cancellarci dal novero delle grandi potenze, realizzando, realizzando il loro tristo programma.
Ho inoltre l'onore e il proposito, con questo messaggio, che accompagna il dono di un mio lavoro, e cioè le "Linee programmatiche del costituendo Partito Fascista Repubblicano", con le due appendici allegate, di chiedere a Voi, tutore dei diritti di tutti gli Italiani, di rimuovere un ostacolo che, se quando venne posto, il I° gennaio del 1948, poteva avere una sia pur discutibile ragion d'essere, oramai, dopo oltre 59 anni, non ne ha nessuna. Mi riferisco alla XII disposizione transitoria della Costituzione, che vietava, e ancora vieta, non essendo mai stata abrogata, (pur essendo transitoria!!) contro ogni principio di libertà, di legalità, di legittimità, di democrazia, il diritto, per gli Italiani di fede fascista, di esprimere liberamente il proprio pensiero, costituendo il partito al quale si sentono legati per ragioni storiche, culturali, sentimentali e ideali..
Ciò impedisce, in violazione dell'art.49 della costituzione, l'ingresso nel parlamento italiano di persone, uomini e donne, che in tale movimento potranno essere elette, e sulla cui democraticità nessuno potrà mai porre dei dubbi, come dimostro nelle "Linee". La citata disposizione transitoria non ha più, anche per validissime ragioni giuridiche, legali e storiche, motivo alcuno di esistere, senza dire che, secondo uno studio da me compiuto, sarebbe inapplicabile, e pertanto come se inesistente, in forza dell'art.14 delle disposizioni sulla legge in generale, contenute nel vigente codice civile.
Sono pertanto certo che la Vostra elevata sensibilità umana, già dimostrata in altre occasioni, voglia compiacersi di adottare e di assumere tutte le iniziative, che sono numerose, dirette alla rimozione degli ostacoli che da quasi sessant'anni impediscono l'esercizio di un importantissimo diritto, quello della libertà di pensiero, di espressione e di libera associazione in partito sancito dagli articoli 3,18, 21 e 49 della Costituzione.
Offro, Illustre Sig. Presidente, alla Vostra cortese e paziente attenzione, copia delle citate "Linee" con le appendici allegate, di notevole importanza storica, politica e culturale. Segnalo pure che il 22 giugno e il 6 luglio 2006, ebbi a proporre una istanza di abrogazione della citata XII disposizione transitoria della Costituzione, indirizzandola anzitutto a Voi, Sig. Presidente, nonché alle Commissioni giustizia di Senato, Camera, Ministero giustizia, Consiglio Superiore, Presidente del Consiglio dei ministri, Presidenti di Senato, Camera e Consiglio Superiore, iniziativa seguita da moltissimi cittadini in adesione alla mia e a sostegno di essa.
Ma tale iniziativa rimase priva di effetti concreti, occorrendo, ai fini di una formale collocazione nell'agenda parlamentare e della successiva decisione, che fosse presentata da cinquantamila elettori con le firme autenticate, cosa per me impossibile da realizzare. E' sufficiente, però, che un qualsiasi parlamentare, purché in carica, faccia proprie le istanze formulate dai cittadini e ne dia comunicazione al Parlamento, perché abbia seguito la procedura per la decisione.
Confido molto, Sig. Presidente, e con me tanti altri Italiani, nel Vostro decisivo intervento per la rimozione di una norma discriminatrice, ingiusta, e ormai contra legem, che rappresenta soltanto un sopruso e una vessazione in danno di tanti buoni Italiani; intervento che può avvenire in vari modi, compreso quello del messaggio alle Camere, previsto dall'art.87 della Costituzione.
Vi ringrazio, Sig. Presidente, e Vi prego di gradire i sensi della mia più alta considerazione.

Salvatore Macca, Brescia

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IL GIURAMENTO DEL CAPO DELLO STATO DINANZI AL PARLAMENTO IN SEDUTA COMUNE (ART. 91 Cost.)

L'On.Giorgio Napolitano, Capo della Stato Italiano, in base a tale funzione e per dettato costituzionale (art.87, co. 1), rappresenta l'unità nazionale. Inoltre, (art. 91), "prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione…"

Ciò premesso, informo i lettori che non ne siano informati, di aver tracciato un libretto, dal titolo "Linee programmatiche del costituendo Partito Fascista Repubblicano", inviandone tre copie, con allegato uno speciale "Messaggio", al Capo dello Stato, per avere io, come è mio diritto sancito dall'art. 49 della Costituzione, deciso di costituire il Partito Fascista Repubblicano. Chiunque l'abbia letto può confermare che nulla di più democratico esiste al mondo del programma da me tracciato. Con l'occasione, chiedevo al Capo dello Stato, senza ricevere risposta, di fare qualcosa, magari con un messaggio alle Camere, per la rimozione degli ostacoli legali che si frappongono alla costituzione del Partito. Io sono un legalitario e non mi piace muovermi contra legem. Mi sono dunque dovuto fermare, e non andare avanti, dopo la presentazione ai cittadini di Brescia, il 6 ottobre c.a., delle citate "Linee".
Quali gli ostacoli? Il primo è la XII disposizione transitoria della Costituzione, che esplicitamente vieta la costituzione del Partito fascista. Ma essa appartiene a quelle norme che, essendo appunto transitorie, dopo un certo tempo, che il legislatore non precisa, essendo facile per chiunque stabilirlo quando occorra, divengono inapplicabili. La loro funzione è infatti quella di coordinare la precedente normativa con la nuova, e dunque, devono avere vita breve, come un anno, due, tre al massimo. Ma essendo la XII d.t. in vigore dal I° gennaio 1948, fra poco avrà sessant'anni! E dunque una durata enorme, abnorme, scandalosa, ostruzionistica, mantenuta maliziosamente e surrettiziamente in vita per vessare i cittadini di fede fascista, contro i quali venne creata, impedendo loro ingiustamente la costituzione del partito che ad essi stava e sta a cuore! Ma la colpa non è certo dei "padri costituenti", perché, anche se non li amo per averli conosciuti, ebbero il buon senso di collocare il divieto nelle disposizioni transitorie, e non nel testo, nel presupposto, più che ovvio, che il divieto doveva essere temporaneo, e non eterno. Come avrebbe potuto, pensarono, uno Stato che si definisce democratico, bloccare le idee, per loro natura incoercibili? E bloccarle avvalendosi di una Costituzione che, a ben guardare, è veramente, e lo dico senza ironia , un ottimo esempio di democrazia Basti guardare, per ciò che ci riguarda direttamente, gli articoli 3 (uguaglianza di fronte alla legge), 18 (libertà d'associazione), 21 (libera manifestazione del pensiero con tutti i mezzi di diffusione), 49 (diritto di associarsi liberamente in partiti). E allora, se è così, sono gli antifascisti di ora i malvagi, i prepotenti, gli antidemocratici e non quelli di allora.
Ed è tutto dire! Essi, infatti, pur avendo il dovere di abrogare una norma ancora patologicamente in vigore dopo sessant'anni, fanno finta di niente, fanno i pesci in barile, per impedire la cessazione del divieto e la inevitabile conseguente apparizione in parlamento del Partito Fascista! Dica chi legge se uno Stato veramente serio e democratico possa giungere a tanta bassezza, a così infimo livello etico!

Ma con questo sono costretto ad arrivare a una conclusione sgradevole. Quella cioè che il Capo dello Stato, penso inconsapevolmente e involontariamente, è venuto meno al rispetto del giuramento col quale si era vincolato ad osservare la costituzione. Se, come credo, la sua inerzia è involontaria, ed è magari anche il frutto di carenze informative, inammissibili, degli uffici consultivi legali di presidenza, è allora giunto il momento di chiedere all' On. Presidente della Repubblica che cosa ne pensi e che cosa intenda fare. Potrebbe dire che non lui, ma è il Parlamento tenuto a decidere. Cosa ovvia e lo sappiamo, ma una volta accertta l'esattezza dei rilievi, è Lui che deve adottare i provvedimenti opportuni per rimuovere un motivo di ripugnante ingiustizia in danno di tanti buoni e bravi cittadini italiani di fede fascista. E i provvedimenti, e i rimedi, per un Capo di Stato sono facilissimi, specialmente quando s'invoca, come nella specie, l'applicazione (art. 49 costituzione) e non il disprezzo, della legge.

Ma a questo punto s'impone una decisiva considerazione. Il giuramento prestato "dinanzi al parlamento in seduta comune" prima di assumere le funzioni, è articolato su due obiettivi mirati ed essenziali. Il primo, è quello della fedeltà alla Repubblica, e il secondo quello dell' osservanza della Costituzione. Sulla fedeltà alla Repubblica nulla da eccepire, se non altro perché la stessa è nata dalla "resistenza". Se fedele non lo è il Capo dello Stato, oltre a tutto di fede comunista, chi dovrebbe esserlo? Ma sull'osservanza della Costituzione si può dire che il giuramento sia stato rispettato? Cerchiamo di appurarlo con la massima onestà, serenità ed obiettività. L'art. 49 della Costituzione dispone che tutti i cittadini, tutti, e dunque senza l'esclusione di chicchessia, nemmeno dei cittadini di fede fascista, hanno il diritto di costituirsi in partito. Ma in pratica non è vero! Infatti, attualmente ciò è impossibile; meglio dire "sembrerebbe impossibile" per i fascisti, ostandovi, ma solo in apparenza, la XII disposizione transitoria della Costituzione, la quale sancisce "che è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista" (testuale). Ma, tornando alle osservazioni già svolte, le disposizioni transitorie hanno, devono avere, vita breve per loro natura e per specifica funzione, che è quella di agevolare la transizione da una regolamentazione vecchia di una certa materia ad una nuova. Se non avessero vita breve, come è per loro natura, si finirebbe con lo sconvolgere i criteri di formazione delle leggi ordinarie, facendo divenire norma definitiva, solo col semplice trascorrere del tempo, quella che invece è transitoria, cioè temporanea. Non adeguarsi a tali criteri, che sono di una ovvietà elementare, significherebbe non osservare la Costituzione, come sta ora avvenendo, che ha inteso limitare nel tempo il divieto. Essa, infatti, in forza degli articoli 3, 18, 21 e 49, tutela, e di ciò le si deve dar merito, certi diritti inalienabili di tutti i cittadini come in precedenza indicati.

Alla luce di queste osservazioni, che mi sembrano assorbenti e tutt'altro che peregrine, prego l'On. Presidente della Repubblica di volere cortesemente tenerne conto, di studiare riservatamente il problema con consiglieri legali qualificati, veramente esperti e preparati in diritto civile e costituzionale, ma soprattutto scevri da qualsiasi forma di fanatica faziosità, irrazionale, irragionevole e stolta, contro l'ideologia fascista, che induce tante persone, anche colte e intelligenti, a non agire con giustizia e imparzialità nei confronti di coloro che la professano. E dopo, con un messaggio alle Camere, di invitarle ad abrogare la XII disposizione transitoria, e, come inevitabile corollario e conseguenza logica, tutte le altre norme liberticide (vedasi legge Scelba) che vulnerano gravemente la sostanziale democraticità della Costituzione, che, con tale abrogazione, potrebbe divenire la Costituzione di tutti gli Italiani. Mi sembra evidente che quello di cui ho appena finito di parlare sia anche un autentico caso di coscienza.
Brescia, 23 ottobre 2007

Salvatore Macca

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Brescia, 2 gennaio 2008

COME HA REAGITO IL CAPO DELLO STATO ALL'INVIO DELLE "LINEE PROGRAMMATICHE DEL COSTITUENDO PARTITO FASCISTA REPUBBLICANO". NON HA REAGITO, COME SE NIENTE FOSSE.

Questo mio articolo è già tutto nel titolo e risponde a istanze legittime e pressanti che non possono essere eluse da chicchessia.
Per informare chi informato non sia, faccio presente che l'11 maggio 2007 ho pubblicato le "Linee", inviandone tre copie al Capo dello Stato, accompagnate da una lettera, datata 25 maggio 2007, definita "Omaggio", che qui non riporto, e che era una mia pressante istanza, a colui che, a norma dell'art.87, comma I°, della Costituzione, è il rappresentante dell'unità nazionale, a fare il possibile per rimuovere il più importante ostacolo alla ricostituzione del Partito fascista, e cioè il comma primo della XII disposizione transitoria della costituzione, che vieta la "riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". Disposizione che però viola l'art. 49 della costituzione, secondo cui "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale." Premesso che le disposizioni transitorie e di attuazione hanno il compito di coordinare la vecchia normativa con la nuova, è di lampante chiarezza che le stesse devono avere vigenza breve, comunque limitata: uno, due, tre anni, poco più poco meno, come peraltro dimostrato, nel caso in questione, dal fatto che il legislatore non la inserì nel testo. Avviene invece che, essendo la costituzione entrata in vigore il I° gennaio 1948, la sua XII d.t. il primo gennaio 2008 viene a compiere non uno, non due, non dieci, non vent'anni, ma addirittura sessant'anni! Cosa inammissibile, né riferibile a una semplice svista. Una svista addirittura di almeno 57 anni! Troppi veramente per una svista. E dunque, la anomala vigenza per 60 anni è palesemente riferibile alla più ripugnante malafede del regime, che comprende maggioranza e opposizione, e che non ha il coraggio, e per fortuna nemmeno la giuridica possibilità grazie alla costituzione, di dire che il fascismo non dovrà essere ricostituito mai più. Adotta allora il sistema della resistenza passiva, lasciando le cose come stanno, senza prendere né provvedimenti né iniziative, forse illudendosi, è il caso di dirlo, che il "nemico" si stanchi. E qui si sbaglia!
E allora, con lettera del 23 ottobre 2007, inviata al Capo dello Stato, evidenziai il problema, rammentandogli che, a norma dell'art. 91 costituzione, il Presidente, avanti al parlamento in seduta comune, "prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento (ed egli l'ha prestato) di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della costituzione." E, rilevando che, mentre la prima parte dell'oggetto del giuramento risultava adempiuta, non sembrava che lo stesso potesse dirsi per la seconda parte, dato che a una larga fetta di cittadini di fede fascista veniva, e viene ancora, impedito, di costituirsi in partito. Ciò, nonostante le sollecitazioni mosse, specialmente negli ultimi decenni, da quanti siano vittime del divieto.
Anche la mia citata lettera del 23 ottobre 2007 è rimasta lettera morta.
E allora, il 31 dicembre di tale anno, alle ore 16, 20, ho deciso di inviare, e ho inviato, al Presidente della Repubblica il seguente telegramma:

Ecc.mo On. Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano-Piazza Quirinale-00187 Roma. Beneaugurando nuovo anno 2008 esprimo, onorevole Presidente Giorgio Napolitano sensi mia vivissima gratitudine autorevole et efficace Suo intervento per abrogazione dodicesima disposizione transitoria costituzione repubblicana che primo gennaio compie sessantesimo compleanno. Salvatore Macca, Brescia.

A puro titolo di curiosità, informo che il Segretariato generale della Presidenza della Repubblica, con telegramma del 17 gennaio 2008, mi trasmise i ringraziamenti del Presidente, del seguente letterale tenore:"Ringrazio dei gentili auguri che ricambio con viva cordialità. Giorgio Napolitano."

La cosa sarebbe comica, se non fosse invece patetica, e anche un poco triste. Se non altro perché, il desiderio del Presidente di rispondere a tutti quelli che si erano ricordati di Lui, denota un delicato e forte sentimento di gratitudine. E denota pure che, in occasioni delle festività più importanti, il Quirinale è sommerso da valanghe di auguri, in parte di gente che vuole manifestare reale simpatia, e in parte, purtroppo, di coloro che agiscono per spirito di adulazione dei potenti di turno. La mancata lettura del mio messaggio si deve pertanto bonariamente comprendere e giustificare. Se ci sono telegrammi per il Capo dello Stato, non possono essere che di auguri. Penso che passerebbe inosservato anche un messaggio oltraggioso di qualche impertinente maleducato. Voglio sottolineare che il mio messaggio, sopra riportato integralmente, era soltanto una garbata, ironica protesta per l'inerzia di fronte a un inammissibile divieto.

Stamani, 2 gennaio 2008, ho letto il messaggio del Capo dello Stato agli Italiani e non vi ho trovato nulla che faccia pensare che il medesimo abbia tenuto in qualche considerazione le mie istanze del maggio e dell'ottobre 2007. E dunque, ritengo giustificato il contenuto del mio telegramma, sia che venga considerato come una protesta, sicuramente civile, anche se inserita in un quadro di severa, sferzante ironia, sia come una forma indiretta di sollecito contro una inammissibile inerzia sprezzante, e un rifiuto totale di tenere conto, doverosamente, della sacrosanta rivendicazione di un diritto sancito dalla costituzione.
E' vero che l'abrogazione non è compresa fra i poteri del Presidente della Repubblica, bensì del parlamento, ma è anche vero che, né l'attuale presidente, né i suoi più recenti predecessori, hanno adempiuto il dovere di osservare la costituzione, là dove la stessa, con l'art.49, riconosce a tutti i cittadini, tutti, e dunque anche a quelli di fede fascista, di riunirsi in partiti, quale che sia l'aggettivo ad essi attribuito. E tale diritto viene negato da ben sessant'anni, essendo la costituzione entrata in vigore il I° gennaio 1948. Il modo e il mezzo per giungere all'abrogazione non sarebbero mai mancati, (compresi quelli di incontri riservati coi capigruppo), uno dei quali, il più semplice e il più facilmente diffusibile, costituito dai messaggi che in certe occasioni il presidente rivolge agli Italiani, come, ad esempio, in occasione degli auguri di fine anno.
Si rileva, peraltro, che anche la violazione di una norma come l'art.91 Costituzione, relativa al giuramento del Capo dello Stato nell'assumere le funzioni, può essere l'effetto di un comportamento omissivo, ravvisabile, nella specie, nel non aver curato l'osservanza dell'art.49 Costituzione, che prevede la libertà di tutti i cittadini di associarsi in partiti. Non può, un Capo di Stato, vincolato da un giuramento molto solenne, non accorgersi della sopravvivenza, assolutamente anomala, di una disposizione transitoria, cioè prevista per ragioni e durata limitate, ma che, perdurando oltre ogni ragionevole limite, abbia effetti e riflessi gravissimi in danno dei cittadini desiderosi di associarsi liberamente nel partito fascista. L'aver consentito che ciò avvenisse su una disposizione importantissima della "Magna Charta" , è cosa assai grave e inammissibile, non potendo, il Presidente della Repubblica, sorvolare, per così dire, sul "fenomeno" , senza chiedere le ragioni dell'anomalia, senza tentare di individuare le responsabilità, e, infine, senza assumere subito le iniziative idonee a rimuoverla.
Credo che in altre nazioni, dotate di un maggiore e diverso senso dello Stato, un episodio del genere susciterebbe uno scandalo di proporzioni assai gravi.
Ma la verità è un'altra, perché si tratta di un problema sempre volontariamente accantonato e ignorato, sia per sudditanza verso certe zone del parlamento, sia anche, e soprattutto, per odio e iniqua faziosità. E' certo, infatti, anche se manca il coraggio di dichiararlo apertamente, che non si ha né piacere né intenzione di vedere entrare in parlamento un Partito Fascista Repubblicano! E ciò è molto, ma molto grave! Un partito, quello che io sto proponendo, che non è né di destra né di sinistra né di centro, e che si colloca avanti a tutti per le sue idee nuove e moderne, scevro da faziosità, assolutamente democratico nei metodi e nei principi. Un partito che ha il diritto e il dovere di dire la sua all'Italia e agli Italiani, di fronte a una classe politica al potere caratterizzata da abissale squallore, tenuta insieme, perfino nel meccanismo maggioranza-opposizione, soltanto da bassi e meschini interessi materiali, senza sprazzi di luce, senza ideali, priva di aspirazioni superiori, senza il desiderio e il proposito di liberarsi da una inammissibile sudditanza a una America sempre più arrogante. Un'America che si sente sicura e protetta dalle lunghe distanze oceaniche da quella zona del mondo, la nostra, quella dell'Europa, che la sua forsennata politica guerrafondaia, di espansione e di dominio del mondo e di indiscriminata aggressione ai popoli non disposti a sottomettersi alle sue prepotenze, ha surriscaldato ed esposto a conflitti dagli effetti imprevedibili e devastanti.
Molti di quelli che hanno letto le mie "Linee" sono giovani, e tutti vogliono sapere perché non faccia nulla per proporre in parlamento i programmi tracciati e le proposte da realizzare. Ma non è facile spiegare che c'è un divieto di legge e quanto ci sia oltre ad esso. Forse paura per l'entrata in campo di un avversario con idee nuove e originali; certamente odio dissennato e inammissibile, che non smette di protrarsi nel tempo, e realizza una sorta di persecuzione strisciante da parte di gente che osa ancora definirsi democratica e osa condannare chi lottò e morì per la Patria, esaltando invece quanti lottarono contro di essa e a favore del nemico.

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LETTERA APERTA AL CAPO DELLO STATO.
E' IN CORSO UN ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE?


Dispone l'art. 91 della costituzione , che "il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune."
Come è evidente, il costituente volle conferire alla cerimonia una particolare solennità, per dimostrare l'importanza che ad essa attribuiva, esigendo dal Capo dello Stato il giuramento su due punti essenziali: fedeltà alla Repubblica e osservanza della Costituzione.
Giova premettere, per il fine a cui mira questa lettera aperta, che la XII disposizione transitoria della costituzione sancisce il divieto di "riorganizzazione sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista", e che la collocazione del divieto nelle disposizioni transitorie denota la volontà del costituente di attribuire carattere transitorio, e perciò durata limitata nel tempo, al divieto, anche perché lo stesso confliggeva clamorosamente con gli articoli 3,18,21, ma soprattutto 49, dell' "adiacente", per così dire, testo della costituzione, che attribuisce a tutti i cittadini (tutti, e cioè anche a quelli di fede fascista) il diritto di associarsi in partiti.
Com' è noto, le disposizioni transitorie, nel sistema legislativo hanno il compito di coordinare la nuova normativa con la vecchia, compito che, di regola, ed anche nel caso di specie, si può esaurire in tempi assai brevi, uno, due, tre anni. Ma cosa accade, e sta accadendo, in Italia? Che la XII disposizione transitoria, sembra che transitoria non sia, nonostante la definizione e la collocazione, in quanto il I° gennaio del corrente anno ha già compiuto sessant'anni! Sì! Avete capito bene! Sessant'anni! Cosa sicuramente inammissibile in qualunque altro Stato, tranne che in Italia, e in contrasto perfino con la volontà del costituente, che non peccava certo di simpatie e di benevolenza verso il fascismo, ma che, paradossalmente, si comportò più correttamente e onestamente, e fu certamente migliore del suo erede, l'attuale antifascismo, fanatico e fazioso, e sempre più radicalizzato senza alcun valido e giustificato motivo. Esso, infatti, con evidente malizia, fa il morto, e anche il tonto, e deliberatamente non affronta il tema dell'abrogazione della citata d.t., che confligge perfino con la costituzione vigente, pur di mantenere in piedi un illegittimo e odioso divieto! Ma a questo punto si ha il diritto, e anche il dovere di accertare se il Capo dello Stato, restando inerte, nonostante le sollecitazioni che numerose volte, da varie parti, compresa quella di chi scrive questa nota, stia osservandola o meno, la costituzione, in relazione al secondo punto oggetto del solenne giuramento da lui prestato.
E' vero che l'abrogazione delle leggi non è compito del Capo dello Stato, ma non è ammissibile che il medesimo, trascurando la dovuta attenzione a certi problemi, non si sia ancora accorto, o non si accorga, o finga di non accorgersi, della anomala vigenza di una disposizione transitoria, divenuta quasi legge da trasferire nel testo, che sopravvive a tempo indeterminato e tiene sempre in vita un divieto ripugnante e illegale, in danno di tanti cittadini che non possono esercitare un diritto sancito dalla costituzione.
Sembra verosimile piuttosto, che si voglia deliberatamente impedire, ipocritamente, senza dirlo esplicitamente, anche per non violare la costituzione, che un partito fascista repubblicano entri in parlamento.
Sarebbe allora il caso e il momento di affermare che il Capo dello Stato non sta osservando il solenne giuramento prestato sul secondo punto; e si potrebbe anche adombrare che sia in corso un vero e proprio attentato alla costituzione a norma dell'art.90, seconda ipotesi.

Salvatore Macca, Via S. Reccagni, 3 Brescia

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IL PRESIDENTE NAPOLITANO E IL 25 APRILE

La celebrazione del 25 aprile da parte del Capo dello Stato ha dimostrato, se pur ve ne fosse bisogno, che l'uomo, essendo un comunista convinto, e dunque un fanatico, sia il meno adatto, in questa nazione, ad essere il Presidente della Repubblica, posto che l'art.87, comma I° della costituzione, conferisce, a chi rivesta tale carica, il solenne e delicato compito di rappresentare l'unità nazionale. Meno adatto perché, infatti, egli incarna e rappresenta, se non formalmente, sostanzialmente, il partito comunista, forse meglio sarebbe dire l'URSS, anche se ormai inesistente, e, come appassionato "mentore" della c.d. resistenza, la guerra civile. Cioè il simbolo sanguinoso della frattura insanabile fra gli Italiani, che viene ancora rinfocolata con certe celebrazioni che sarebbe meglio evitare. Infatti, resistenza e guerra civile nel nord Italia furono sinonimo di genocidio di alcune centinaia di migliaia di creature umane, compresi uomini disarmati e anche donne, soppressi brutalmente previe inenarrabili sevizie, anche dopo la fine delle ostilità, da gente che definire barbara e selvaggia è un eufemismo.
E non è senza significato e valore l'atteggiamento del Capo dello Stato, il 22 gennaio del corrente anno 2008, in occasione della discesa negli abissi infernali, che spero esistano davvero, di quel Boldrini Arrigo, centurione della milizia fascista fino all'8 settembre 1943, divenuto poi aguzzino e carnefice di chiunque fosse portatore di ideali fascisti, ripeto, anche donne e uomini disarmati. Le stragi da lui eseguite, o fatte eseguire, o ordinate, non si contano, come quella di Codevigo, nel Padovano, forse una delle più orribili, consumata nella prima decade di maggio, e anche oltre, a guerra ormai finita.
Il Capo dello Stato, infatti, mandò un telegramma di condoglianze alla famiglia del deceduto, ma inflitte, a mezzo stampa, a tutti gli Italiani, compresi quelli appartenenti alle famiglie vittime delle atrocità partigiane, o, comunque, colpiti dai lutti e dal dolore per l'infame e feroce comportamento dell' "eroe" celebrato e delle sue bande criminali. Qui di seguito riporto il citato telegramma:

"In questo triste momento vorrei ricordare innanzi tutto l'amico sincero, dal tratto umano sensibile e aperto, con cui ho condiviso importanti momenti di comune impegno democratico. E rappresentare la gratitudine dell'intero Paese per il prezioso patrimonio di dedizione che ha devoluto alla causa della libertà e dell'indipendenza nazionale."

Ad esso non mancai di contraddire con un articolo, e risposi al Capo dello Stato nel testuale modo che segue:

Anzitutto il momento non è triste, né per me né per i milioni di Italiani che, nella migliore delle ipotesi, se ne fregano altamente del decesso, se addirittura non ne gioiscano.
Che fosse un amico sincero, sono affari suoi, cioè dell'autore del breve panegirico. Che uno come il deceduto, commemorato dall'inquilino del Quirinale, autore di crimini atroci, sconvolgenti, dissennati, scellerati, motivati solo da un odio stolto e irrazionale; ripugnante espressione di criminalità di altissimo grado e livello, frutto di animo pravo e di istinti malvagi e perversi in danno di persone disarmate e sue prigioniere, uomini e anche donne, a guerra già finita, fosse individuo "dal tratto umano, sensibile e aperto", mi sorprende non poco, alla luce dei foschi, rossastri bagliori di sangue, di morte, di dolore, di criminale follia, da lui proiettati sinistramente nei luoghi del suo transito feroce di belva sanguinaria. Ed auspico che quando l'autorevole apologeta afferma di aver condiviso col deceduto "importanti momenti di comune impegno democratico", non abbia inteso informarci velatamente di avere anch'egli partecipato in qualche modo alle imprese dell'amico sincero.
Non riconosco, infine, all'altissimo apologeta, il diritto di "rappresentare la gratitudine dell'intero Paese per il prezioso patrimonio di dedizione che ha (avrebbe, se mai), devoluto alla causa della libertà e dell'indipendenza nazionale", sia perché non riesco a scorgere gratitudine da nessuna parte, né il motivo di essa, specialmente da parte dei parenti delle vittime innocenti da lui brutalmente, ingiustamente e sadicamente assassinate, né, tanto meno, da parte "dell'intero Paese", se è vero, come è vero, che la sua opera nefasta servì a favorire i nemici della sua e nostra Patria a sconfiggerla; non senza ricordare che in Gran Bretagna, un cittadino inglese che avesse agito come lui, sarebbe stato inesorabilmente, e giustamente, impiccato, come accadde a John Amery, amico delle potenze del "Tripartito", che tuttavia non agì mai da assassino, limitandosi a svolgere propaganda radiofonica e giornalistica per le citate Potenze. Né comprendo, e penso che nessun buon Italiano possa comprenderlo, quale sia stato il "prezioso patrimonio di dedizione devoluto alla causa della libertà e dell'indipendenza", dato che, con la sconfitta, favorita dai terroristi partigiani di tutte le tinte, compreso il comunista Boldrini e chi operava con lui, l'Italia e gli Italiani hanno perduto, come atto di gratitudine dei nemici vincitori, l'una e l'altra, e cioè la libertà e l'indipendenza, come è sotto gli occhi di tutti. Inoltre furono trattati tutti, senza distinzione tra fascisti e antifascisti, da nemici vinti, furono depredati di vasti lembi di territorio nazionale, furono privati di tutta la flotta, che venne distribuita, come cioccolatini da dessert, fra i vincitori, grossi o microscopici, e, infine, ciliegina sulla torta, addirittura condannati a risarcire a tutti assai consistenti danni di guerra, pur avendo, dopo l'8 settembre 1943, e fino alla fine del conflitto, i traditori della Patria e assassini come il Boldrini, nonché l'Italia del re piccolo e del rinnegato Badoglio, combattuto con essi perché vincessero la guerra. Essendo, il Presidente della Repubblica il Capo dello Stato, e rappresentando l'unità nazionale (art. 87, comma, I°, costituzione), penso che sarebbe stata più elegante la partecipazione soltanto sua al lutto suo, e non di tutti gli Italiani, in modo più sobrio e personale, e non fosse stata così fortemente caratterizzata in senso comunista per effetto della sua personale passione politica. Anche perché la grandissima maggioranza degli Italiani è anticomunista, ed è certo che mai ebbe ad approvare le scellerate e sanguinarie imprese del finalmente deceduto Boldrini.

Ritengo che a questo punto sarebbe saggio, opportuno, e anche elegante, che l'On. Napolitano, finché rimarrà in carica, dimenticasse di essere un comunista d.o.c. (come è suo sacrosanto diritto) e ricordasse di essere il presidente di tutti gli Italiani (come è suo elementare dovere).
Dimenticavo. Penso che dovrebbe già essere informato che lo scorso 4 aprile c.a. ho proposto, nei suoi confronti, un'istanza di impeachment (inviata a una trentina di giornali, che l'hanno accuratamente ignorata, poiché, com'è noto, in Italia la stampa è stralibera, essendo curata, per così dire, dai c.d. poteri forti: banche, industria, politici e simili) per attentato alla costituzione, poiché ne viola l'art.49, consentendo, o non impedendo, l'anomala vigenza di una disposizione transitoria di essa che vietava, per allora, la riorganizzazione del partito fascista, la XII, che, essendo appunto transitoria, avrebbe dovuto avere vita breve: due-tre anni, poco più poco meno, ma che invece ancora vige da oltre sessant'anni!
Brescia, 25 aprile 2008

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Estratto da "Contro corrente con la penna e gli ideali", di prossima pubblicazione. S.M



LE DUE GIUSTIZIE
Parte prima

DUE SOLDATI, UN ULTRAOTTANTENNE E UN ULTRANOVANTENNE, PRIGIONIERI DELLA "GIUSTIZIA " ANTIFASCISTA.

In questi giorni, gli indignati speciali di TV, radio e carta stampata di regime, elevano tripudianti peana di vittoria, informando ch'era giunto in Italia, estradato dal Canada, dove viveva dal 1951, Michael Seifert, di 84 anni, cardiopatico, già caporal maggiore (oberghefreite) della Wermacht. Giunto dopo strenue battaglie di scartoffie, che potevano essere combattute per migliori cause, l'uomo viene definito "boia" senza alcuna spiegazione, tolta quella dell'odio politico immotivato e fine a se stesso, che non è una spiegazione.
La notizia è stata accompagnata da alcune immagini, ovviamente strumentali. Il volto giovane e gradevole del Seifert ventenne, e quello attuale, mentre scende dall'aereo, sorretto dagli accompagnatori, il suo sorriso triste, rassegnato e un po' imbarazzato di fronte ai fotografi e ai giornalisti che l'attendevano. E poi, immancabile ciliegina sulla torta, il solito, e ben noto, e reiterato, fotomontaggio, che mostra dei cadaveri denutriti, e più oltre, di spalle, ufficiali tedeschi in divisa. Il tutto accompagnato dalla voce dei prezzolati di turno della TV, che esprimono il loro odio a comando e l'implicito incitamento al disprezzo del vecchio soldato, definito il boia di Bolzano. Intanto, gli italici giudici che hanno ottenuto l'estradizione del poveraccio, sono fieri e orgogliosi dell'eroica battaglia delle scartoffie, affrontata in strenui combattimenti senza rischi, e con costi milionari per i contribuenti, per realizzare la persecuzione, durata oltre sessant'anni, di un vecchissimo caporal maggiore tedesco, sopravvissuto alla guerra. Simili a quel P.M. di Roma, tale Intelisano Antonino che, pur di tenere in stato di detenzione un ultra novantenne ufficiale tedesco, nato il 29 luglio 1913, Erich Priebke, nel 1996 ricorse in Cassazione per chiedere, ottenendola, la revoca delle attenuanti generiche, che la Corte d'Appello di Roma gli aveva concesso, e che avevano permesso la dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione e la conseguente scarcerazione.
Penso che l'ottenuta estradizione del Seifert dovrebbe indurre alla riflessione, piuttosto che al lancio di peana di vittoria, perché, a mio avviso si è di fronte a un episodio che rappresenta una grave e pesante sconfitta della giustizia e della civiltà.
Non so con esattezza quali siano stati realmente gli addebiti mossi al Seifert, tolto lo strepito scomposto, ingiurioso e impietoso dei c.d. organi d'informazione a senso unico, che ubbidiscono agli ordini non eludibili del regime antifascista perenne che passa loro la pagnotta. Sembra certo, tuttavia, che il Seifert sia stato processato in contumacia nel giudizio svoltosi avanti al Tribunale militare di Verona, e condannato all'ergastolo senza essere mai stato interrogato; e dunque in un processo in cui non è mai stato messo in grado di difendersi e di offrire la sua versione dei fatti. Peraltro, il suo modesto grado nella gerarchia militare del campo di Bolzano in cui operava, fa ritenere per certo che di sua iniziativa, senza ordini precisi, non avrebbe mai potuto commettere i crimini a lui attribuiti. E dunque non si comprende che cosa abbia impedito ai giudici la concessione delle attenuanti generiche, che avrebbe reso operativa la prescrizione, sicuramente avvenuta dopo oltre mezzo secolo dai fatti. Erano, quelli, e ancora sono, gli anni terribili dell'odio perenne dell'antifascismo, in cui la parola giustizia aveva, ed ha ancora, un solo contenuto e un solo scopo: la persecuzione eterna dei vinti. Ciò dimostra, comunque, che il Seifert era di condizioni economiche disagiate, e non potè fruire dell'opera di un valido difensore, che certamente gli avrebbe fatto ottenere le attenuanti generiche, la conseguente dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione e l'immediata scarcerazione.

Si è appreso dalla TV, il 16.2.2008, che nel campo di Bolzano c'era stato anche, sembra perché renitente alla leva, quel Bongiorno Michele detto Mike, che da oltre mezzo secolo annoia una grande parte di Italiani con gli insulsi programmi televisivi a lui affidati quale ex martire. Il Bongiorno ha dichiarato che l'uomo "era un torturatore" e, inoltre, "che girava sempre col frustino". Veramente poco per definirlo torturatore o, addirittura, boia, né ha mai dichiarato di avere assaggiato il frustino sulle rosee natiche di figlio di papà. Secondo me il divo, dagli occhi opachi e inespressivi come quelli dei pesci fuori dall'acqua più del dovuto, dovrebbe essere grato al Seifert che, avendolo avuto ospite nel suo campo, gli ha consentito di fruire della patente di martire, con lucrosi effetti vita natural durante.

Ma, quale che sia stato il comportamento del Seifert, questo intervento ha uno scopo di principio. I fatti addebitati a lui e al Capitano Erich Priebke, risalgono al 1944-1945, a circa sessant'anni fa, quando i due avevano, rispettivamente 20 e 30 anni, ed appartenevano alle forze armate della Germania in guerra, in un momento in cui essa era venuta a trovarsi di fronte ad avvenimenti di eccezionale gravità, che ponevano la sua sicurezza in gravissimo rischio. Un'alleata, l'Italia, che dall'oggi al domani, rovesciato il fronte, da alleata era divenuta sua nemica. Ciò aveva costretto la grande nazione assediata, e tradita, ad adottare i mezzi di difesa previsti e consentiti dalle leggi internazionali di guerra. Non entro nel merito, ma devo osservare che il regime antifascista, impadronitosi del potere solo col tradimento e con la forza delle armi del nemico, a cui si era arreso disonorevolmente, instaurò due giustizie, entrambe basate su due diverse presunzioni. L'una, quella riservata ai vincitori, compresi i propri terroristi partigiani, che operavano contro la patria e a favore del nemico, fondata su una presunzione di legittimità del loro operato, presunzione iuris et de iure, e dunque insuscettibile di prova contraria; e l'altra, quella riservata ai vinti, compresi i propri connazionali rimasti fedeli all'originaria alleanza con la Germania, e alla propria Patria, su una presunzione assoluta di illegittimità.
Penso che il caso Seifert dovrebbe essere riesaminato per fini di giustizia, sembrando inverosimile e inaccettabile che, in uno Stato in cui i terroristi delle brigate rosse, condannati con sentenze definitive, siano liberi di scorrazzare liberamente fuori dalle carceri ove sono ristretti, e di andare in giro a commettere altri reati, si abbia la singolare impudenza di tenere in stato di detenzione vecchi soldati, ultra ottantenni e ultranovantenni, per fatti risalenti al periodo bellico.

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E', la vecchiaia, un'età particolare e unica, anche se è un fenomeno normalissimo, naturale e sempre più frequente ed esteso. Non si sa bene nemmeno quando cominci nella persona sana e normale. Può piombare addosso improvvisamente, o può insinuarsi gradatamente, sottilmente, in modo quasi subdolo e perverso, specialmente nei viziati dalla natura che raramente abbiano sofferto di qualche vero malanno. E', dunque, davvero difficile stabilire, come dato unico e costante, una precisa e determinata età in cui la vecchiaia abbia inizio. Viene quando viene e quando vuole. Ci sono dei segni che non sfuggono. Anche quando non ci sia decadenza delle facoltà mentali e intellettive, cosa che può accadere, il vecchio è diverso dai non vecchi. Ma chi sono, e come sono, i vecchi?
Mi riferisco a persone di classe sociale media, che nella vita abbiano tenuto una condotta normale, nel rispetto delle leggi e dei propri simili, in sintonia con l'educazione, la cultura e i principi etici ad esse impartiti. Deliberatamente non faccio riferimento ai principi religiosi, perché anche l'ateo o il non praticante di regola vivono nel rispetto delle norme civili della convivenza, mentre non sempre ciò accade fra i praticanti, che magari predicano bene e razzolano male.
Il vecchio è diverso, dicevo, perché spesso in lui avviene, o può avvenire, un processo di interiorizzazione. Si esce meno del solito, specialmente la sera, si tende a stare da soli o con le persone di famiglia, (della cui vicinanza i due vecchi soldati sono stati crudelmente privati), nelle ore libere da impegni si sta più volentieri a casa, in poltrona. D'altronde, uscire, camminare, frequentare altre persone comincia a costar fatica, cosa che si cerca di evitare sempre di più. E poi ci sono i dolori. Alle articolazioni, di giorno e anche di notte, e per effetto di essi i movimenti sono sempre più difficili e limitati. Di notte sono d'ostacolo al sonno e al riposo regolare. Salire le scale dà il fiatone. Ma anche scenderle, se pur meno faticoso, non è poi tanto facile. Il senso dell'equilibrio, a volte, lascia a desiderare. Muoversi e camminare con altri, più efficienti, diviene un mortificante problema. E le medicine, le analisi, i controlli medici e specialistici, gli esami, le compresse, gli orari…
Anche l'esplicazione del lavoro intellettuale, nel modo più tipico del medesimo, il leggere, lo scrivere, con la penna o col computer, il rileggere il già scritto, il correggere, divengono attività sempre meno facili, per il calo della vista, più o meno significativo. Ma anche il lavoro manuale risente, forse in maggior misura, dell'invecchiamento generale
Se poi avvenga qualcosa che costringa a cambiare le proprie abitudini, gli orari, le regole, l'ambiente di lavoro, quello del riposo, dell'alimentazione, delle esigenze fisiologiche; l'inevitabile imposizione della promiscuità indiscriminata, la privazione degli oggetti consueti di uso abituale, e tante altre cose, la vita, per alcuni vecchi, può divenire insopportabile. L'albero vecchio non può essere trapiantato, perché muore. E' certo che le persone che abbiano raggiunto, o stiano per raggiungere, gli anni ottanta, sono da considerare in età senile. In modo più o meno evidente, più o meno grave, ma senile, e dovrebbero godere, sempre, quasi come i bambini, di maggiori attenzioni e di piccoli, grandi privilegi, ma con garbo e riservatezza, senza ostentazione umiliante, da parte della società, anche nell'ambito del trattamento della giustizia penale. A maggior ragione qualora si tratti di giustizia, si fa per dire, inquinata dal veleno politico, come sta avvenendo in Italia, con espresso riferimento ai due citati casi clamorosi che stanno disonorando l'Italia e parte della giustizia italiana.

Perché ne parlo?

Perché se l'esistenza di un vecchio, specialmente aduso a lavori intellettuali, o non manuali (impiegatizie, ad esempio), o anche manuali, venga cambiata d'autorità, con lo stravolgimento radicale della sue abitudini, penso che si realizzi una forma subdola, mascherata, di attentato alla vita. Infatti, quando si è giovani e più forti, l'adattamento, anche se non indolore, è più facile e più veloce. Nel vecchio, invece, è un preludio alla morte. Specialmente se non è il frutto di una libera scelta, ma di una non eludibile costrizione, di una ingiusta imposizione, che tragga la sua ragion d'essere in una condanna giudiziaria. E ancora di più se la condanna riguardi fatti legittimamente compiuti in tempo di guerra: o per rappresaglia o per opporsi ad analoghi, se non peggiori, fatti compiuti dal nemico, il tutto nel rispetto delle leggi internazionali di guerra in materia. E ancora, ancora di più, se i fatti risalgano a oltre sessanta anni fa. E ancora, ancora peggio, se trattati nell'ottica di una giustizia non uguale per tutti, ma diversa fra vincitori e vinti. I primi sempre immuni e impuniti, e i secondi sempre responsabili e colpevoli fin oltre il limite dell'assurdo, come nei casi Priebke e Seifert. Infatti, episodi eguali, e anche peggiori, e terribilmente atroci, commessi, come fra poco vedremo, dai vincitori, non solo non furono e non saranno mai puniti, ma, paradossalmente, fruttarono agli autori di essi elogi, premi, medaglie e sostanziose prebende in danaro e di carriera politica e militare. Ai vinti, come già detto, ben altro, al punto che contro di essi venne disposta la imprescrittibilità dell'azione penale perfino per fatti commessi in guerra e su ordini dei superiori!
Priebke e Seifert! Due simboli viventi della ingiustizia! Due vecchi soldati, che nella vita civile non risulta siano stati dei cattivi cittadini, sono stati crudelmente e ferocemente strappati, per il fanatismo di gente senza cuore, spinta da insanabile e brutale faziosità antifascista, dalle loro famiglie, dai loro affetti, dalle loro abitudini, dalla loro malinconica esistenza di vecchi, ormai tanto vicina alla sconosciuta dimensione, che spero, pur senza crederci troppo, ristabilisca l'equilibrio, dando a Cesare quel ch'è di Cesare, a Dio quel ch'è di Dio, e a certi capi di Stato quel che è dei medesimi. Strappati e collocati, come oggetti senza anima, sia pure agli arresti domiciliari, l'uno, Michael Seifert, in un comune, già splendido, ma ora ridotto a un sudicio, fetido e impraticabile immondezzaio, Santa Maria Capua Vetere; e l'altro, Erich Priebke, in un sobborgo di Roma.
Mi si potrebbe obiettare che il tema ora trattato sarebbe non pertinente all'istanza d'impeachment. Ma così non è, perché non posso accettare con tranquillità e senza turbamento del mio spirito, il rilievo che, non solo l'attuale capo dello Stato, ma anche il suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, siano rimasti indifferenti, il primo, per la condizione dei due vecchi soldati, e il secondo per quella di Erich Priebke. Il rilievo è carico di significato e di sottintesi impliciti, anche se non espressi, e lascio il commento e le conclusioni a chi leggerà.

Ma io, nel mio piccolo, qualcosa la propongo e l'auspico. Senza ricorrere a provvedimenti ad personam, come potrebbe essere la concessione della grazia, da escludere, nella specie, per la insuperabile faziosità comunista e antifascista di chi dovrebbe concederla, sarebbe sufficiente approvare una disposizione generale, da inserire definitivamente nel nostro ordinamento penale, che disponga, in particolare nei confronti di condannati con sentenza definitiva per motivi politici, oppure per fatti verificatisi in periodo bellico, l'estinzione della pena al compimento dell'ottantesimo anno. Una disposizione accettabile anche da certi palati schizzinosi dei potenti di turno, sperando che qualcuno prenda a cuore un problema di così grande importanza umana, etica, sociale e civile, e si faccia parte attiva per la sua realizzazione.

 

 

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di Filippo Giannini
Filippo Giannini è nato a Roma l’8 agosto 1931.
Architetto, ha lavorato oltre che in Italia, in Libia e in Australia.
E’ collaboratore di numerosi quotidiani e periodici.

http://www.filippogiannini.it/






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