Impeachment
!
Un caso in Italia ?
15.09.08 - Di
fronte alla resistenza passiva
dei c.d. "Poteri forti",
forti e prepotenti coi deboli,
dell'attuale Stato che si
autodefinisce democratico
senza esserlo veramente, un
cittadino italiano qualunque,
l'autore di questa iniziativa,
sul filo della logica stringente
e di argomentazioni giuridiche
difficilmente contestabili
e non più eludibili,
si ribella, nel modo più
civile e non violento possibile,
come è nel suo stile,
al rifiuto, pervicace e protervo,
opposto col silenzio ostruzionistico
a una larga fetta di cittadini
italiani di esercitare il
sacrosanto diritto di costituirsi
in partito.
Nelle pagine che seguono si
troverà il crescendo
delle iniziative tenacemente
intraprese per combattere
una ennesima battaglia, che
qualcuno potrebbe definire
folle, altri temeraria, altri
ancora molto coraggiosa, ma
che è soltanto il consapevole
e coerente esercizio di un
diritto; che, paradossalmente,
trae la sua forza e la sua
motivazione proprio dalla
stessa Costituzione italiana,
vigente dal I° gennaio
1948, e creata dal regime
al potere, costituito dai
governi e dalle opposizioni
che si sono succeduti in oltre
sessant'anni.
SALVATORE
MACCA
CONTRO
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA,
ON. GIORGIO NAPOLITANO
ISTANZA
DI MESSA IN STATO D'ACCUSA
(Art.90, comma I°, ipotesi
2^, comma 2° Costituz.)
Avv. Salvatore Macca
RACC. A. R.
Presidente Emerito della Corte
d'Appello di Brescia
Presidente On.Agg. della Cassazione
Cavaliere di Gran Croce
Brescia, 4 aprile 2008
RICHIESTA AL PRESIDENTE DELLA
CAMERA DEI DEPUTATI PRO TEMPORE,
NELLA VESTE DI PRESIDENTE
DEL PARLAMENTO RIUNITO IN
SEDUTA COMUNE, A NORMA DEGLI
ARTICOLI 90, COMMA 2°,
IPOTESI 2^, E 63 DELLA COSTITUZIONE,
DI METTERE IN STATO D'ACCUSA
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
PER ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE
Lo
scrivente, Salvatore Macca,
con raccomandata del 13 febbraio
2008, n.13407250999-8, spedita
il 16 stesso mese dall'ufficio
postale di Brescia centro,
Piazza Vittoria, operazione
n.0029, inviava al Presidente
della Repubblica un messaggio
per chiedere: "E' in
corso un attentato alla Costituzione?",
che si allega alla presente
e ne costituisce parte integrante.
Tale istanza, ad oggi, non
ha avuto alcun seguito.
Va premesso che già
in passato lo scrivente si
era rivolto alle autorità
dello Stato ritenute competenti
(Pres. Camera Dep., Pres.
Senato, Pres. Affari costituzionali,
on. Violante, Presid. del
Consiglio, Ministro Giustizia,
Presid. Cons. Sup., e, per
conoscenza, Capo dello Stato)
per chiedere l'abrogazione
della XII disposiz. transitoria
della Costituzione, là
dove la stessa, al comma 1,
letteralmente dispone che
"E' vietata la riorganizzazione,
sotto qualsiasi forma, del
disciolto partito fascita."
La collocazione del divieto
da parte del legislatore del
tempo, dimostra, né
poteva essere diversamente,
se non altro perché
l'Italia era, ed è,
definita, nell'art.1, comma
I°, della Costituzione,
"una repubblica democratica",
e perché, all'art.49,
sin da allora, disponeva che
"tutti i cittadini (
tutti, e dunque anche quelli
di fede fascista!) hanno diritto
di associarsi liberamente
in partiti per concorrere
con metodo democratico a determinare
la politica nazionale",
dimostra, si diceva, che il
divieto era, e doveva essere,
temporaneo.
Già questo richiamo
basterebbe per confermare
che il legislatore era consapevole
che il divieto doveva essere
provvisorio, essendo inserito
nelle disposizioni transitorie,
che, per loro natura, sono,
devono essere, limitate nel
tempo, avendo, nel nostro
ordinamento giuridico, la
funzione di coordinare, per
certe materie, la vecchia
normativa che tali materie
governava, con la nuova, destinata
a governare la mutata situazione.
E forse era pure consapevole
che le idee, e la forza che
le anima, sono incoercibili.
D'altronde, il legislatore
dell'epoca era consapevole
che se nel 1948 non fosse
stato stabilito il divieto,
un partito fascista in giuoco
avrebbe certamente vinto subito
e clamorosamente le elezioni,
sia per liberarsi di autentici
carnefici e persecutori, che
avevano fatto strame dei cittadini
di fede fascista, sia per
riscattare la Patria dai nemici
esterni ed interni. Era inevitabile
che una grande e significativa
vittoria sarebbe scaturita;
anche a dimostrazione della
forte consistenza, allora,
del partito fascista, per
comprensibile reazione ai
torti atroci e alle odiose
e ingiuste persecuzioni subite
dai cittadini che in esso
avevano creduto e ancora credevano.
Senza dire che la massa dei
reduci dalla prigionia non
avrebbe certo votato per i
responsabili del tradimento,
della disfatta della Patria
e della guerra civile. E dunque,
allora era inevitabile che
l'antifascismo al potere disponesse
il divieto. Ma l'antifascismo
successivo, quello che ancora
perdura, fanatico, radicalizzato
e fazioso oltre ogni misura
e ogni limite di ragionevolezza,
in un certo senso peggiore
del primo, non si può
permettere di fare il pesce
in barile fingendo di dimenticare
che è ancora vigente
la famigerata XII disposizione
transitoria, in pieno conflitto
col citato articolo 49 della
costituzione. Né sono
servite a cambiare le cose
le numerose istanze, sempre
più pressanti, di quegli
Italiani, anche delle nuove
generazioni, che devono subire
ancora un inammissibile divieto,
retto e sostenuto artificiosamente
da una disposizione transitoria,
in pratica ormai divenuta
quasi norma stabile di merito,
con la grossolana astuzia
e la spregevole malafede dell'attuale
antifascismo perenne, che
non osa (né potrebbe
osare, grazie proprio all'art.
49 della costituzione), pretendere
la perpetuità del divieto,
e che preferisce far finta
di niente, lasciando le cose
come stanno nell'illusione
che nessuno ne avrebbe mai
parlato.
Nel mio messaggio 13-16 febbraio
c.a., ultimo di altri, ho
esplicitamente prospettato
la illiceità, o comunque
la inammissibilità,
della vigenza della XII disposiz.
transit. della Costituzione,
che si protrae da oltre sessant'anni,
ma che, per sua natura, non
dovrebbe superare i due-tre
anni. Come ho già rilevato,
è vero che non è
compito del presidente della
repubblica quello di abrogare
le leggi, ma è vero
altresì che quando
la vigenza di una norma transitoria
che ponga un divieto sia anomala,
dato che si protrae in modo
ingiustificato e inammissibile
oltre un termine ragionevole,
diventa uno strumento vessatorio
palesemente diretto a impedire
ai cittadini l'esercizio di
un diritto previsto e tutelato
dalla costituzione, il Presidente
della repubblica , quando
ne sia informato, e qui lo
è stato, e lo è,
ha il potere, anzi, il dovere,
di intervenire per ristabilire
i diritti violati facendo
cessare lo scandalo e il sopruso.
Questo, però, il Capo
dello Stato non l'ha fatto,
violando così l'obbligo
di osservare la costituzione,
nonostante che, al momento
dell'investitura, avesse solennemente
giurato di osservarla avanti
al Parlamento riunito in seduta
comune.
Né si dica che l'abrogazione
della XII d.t. sarebbe insufficiente,
essendo ancora in vigore altre
leggi ostative alla riorganizzazione
del partito fascista, come
le famigerate leggi Scelba
e simili, in quanto, venuta
meno la citata disp. trans.,
perderebbero ogni ragion d'essere
le altre leggi liberticide,
proprio perché la XII
d.t. è la base, la
radice, la premessa indispensabile
di esse. Senza dire che nulla
vieta la espressa abrogazione
anche delle leggi liberticide.
P.Q.M.
Visti gli articoli 90, comma
2°, ipotesi 2^, 63, 134,
ipotesi 3^, 135, ult.comma,
Costituzione, nonché
l'art.12 legge costituzionale
11 marzo 1953 n.1, 17 legge
25 gennaio 1962, n.20, capo
II (secondo), legge 5 giugno
1989, n.219, l'istante chiede
che il Parlamento in seduta
comune metta in stato di accusa
il Presidente della repubblica
italiana pro tempore per attentato
alla Costituzione.
Salvatore Macca, Brescia
********************************************
Avv. Salvatore Macca
Presidente emerito della Corte
d'Appello di Brescia
Presidente On.Agg. della Corte
di Cassazione
Cavaliere di Gran Croce
Brescia, 19 maggio 2008
ATTO
DI SOLLECITO AL PRESIDENTE
DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
1-Al
Presidente della Camera dei
Deputati nella veste di Presidente
del Parlamento riunito in
seduta comune, a norma degli
articoli 90, comma 2°,
ipotesi 2^, 63, della Costituzione,
On.Gianfranco Fini;
2-Al Presidente del Senato
On. Renato Schifani;
e per doverosa conoscenza
3-Al Presidente del Consiglio
dei ministri On. Silvio Berlusconi
E per opportuna conoscenza
4-Al Capo Gruppo del P.d.
L. On. Maurizio Gasparri
5-All'On.Umberto Bossi, Pres.
Lega Nord
6-All'On. Walter Veltroni,
Pres. del P.D.
7-All'On. Pierferdinando Casini,
Pres. della "Unione di
centro"
8-All'On. Antonio di Pietro,
Pres. dell' "Italia dei
valori"
E per doveroso atto di riguardo,
nonché per conoscenza
e informazione,
9-All'On. Giorgio Napolitano,
Presidente della Repubblica
.
Informo le SS.LL. che, con
ricorso del 4 aprile c.a.,
spedito a mezzo raccomandata
con ricevuta di ritorno del
giorno successivo, ho formulato
al Presidente della Camera
dei deputati del tempo, nella
veste di Presidente del Parlamento
riunito in seduta comune a
norma degli articoli 90, comma
2°, ipotesi 2^, e 63 della
Costituzione, istanza di messa
in stato d'accusa del Presidente
della Repubblica, istanza
che ora è giacente
agli atti, in attesa di decisione.
Un sollecito esame di essa
s'impone, sia per l'importanza
e la delicatezza della questione,
sia perché, come credo
di aver dimostrato con esauriente
motivazione in fatto e in
diritto, sono convinto della
sua fondatezza.
L'istanza è basata
sul da me ritenuto attentato,
da parte del Presidente della
Repubblica, alla Costituzione,
e sulla simultanea violazione
del giuramento solennemente
prestato avanti alle Camere
riunite nell'assumere le funzioni,
per l'inosservanza dell'art.49,
il quale testualmente recita:
"Tutti i cittadini
hanno diritto di associarsi
liberamente in partiti per
concorrere con metodo democratico
a determinare la politica
nazionale." Il Presidente,
infatti, con atti omissivi
continuati, non si è
attivato per l'abrogazione
di una norma, la XII disposizione
transitoria della costituzione,
che, pur avendo, per sua natura,
una vigenza limitata nel tempo,(V.istanza
4 aprile), è in vigore
da oltre sessant'anni, e cioè
dal I° genn.1948, data
di entrata in vigore della
costituzione, ed è
ostativa alla riorganizzazione
del Partito Fascista. Ciò
costituisce grave pregiudizio,
per vari motivi, per i cittadini
di fede fascista che, da ultimo,
non hanno potuto partecipare
alle recenti elezioni del
13-14 aprile 2008, oltre che
a numerose altre competizioni
degli anni passati, per l'inerzia
del Parlamento e dei Capi
dello Stato del tempo, che
non hanno operato per far
cessare l'inerzia delle Camere.
Più volte, ma inutilmente,
ho fatto istanza al Presidente
della Repubblica di spiegare
il suo impegno e le sue iniziative
perché il Parlamento
si attivasse per l'abrogazione
della citata disposizione
transitoria, gravemente e
palesemente liberticida. Si
producono, a prova, i seguenti
documenti.
1-Istanza di messa in stato
d'accusa 4-5 aprile 2008,
a mezzo di raccomandata a.r.
2-Lettera di accompagnamento
25.5.2007 dell'omaggio al
Capo dello Stato delle "Linee
programmatiche del costituendo
Partito Fascista Repubblicano"
scritte da Salvatore Macca.
3-Lettera 23 ottobre 2007
di S.Macca al Presidente dal
titolo: "Il giuramento
del Capo dello Stato dinanzi
al Parlamento in seduta comune"
(art.91 Costituzione).
4--Come ha reagito il Capo
dello Stato all'invio delle
"Linee" (articolo
2.1.08 a vari giornali)
5-Lettera aperta di S.Macca
al Presidente della Repubblica
dal titolo :"E' in
corso un attentato alla costituzione?"
(Raccom. 13-16 febbraio 2008)
6- Una copia delle "Linee
programmatiche".
7-Il Presidente Napolitano
e la festività del
25 aprile
8-Le due giustizie
Gli ultimi due documenti,
il n.7 e il n.8, non sono
direttamente connessi all'istanza
di messa in stato d'accusa,
non potendo, il loro contenuto,
essere oggetto di addebito.
Tuttavia riguardano due temi
che, per presunzione grave,
precisa e concordante, dimostrano
che il Presidente non è
un interprete fedele e sensibile
dei sentimenti e degli stati
d'animo della maggioranza
degli Italiani. Infatti, anche
se la Costituzione non sancisce,
per il Capo dello Stato, un
obbligo del genere, lo stesso
non può ignorare gli
umori dominanti del suo popolo.
Per andare al concreto, la
maggioranza degli Italiani
non considera, e non può
considerare, il 25 aprile
come una data festiva, come
ufficialmente imposto dal
regime (maggioranza e opposizione)
antifascista perenne al potere,
ma luttuosa, coincidendo con
la disfatta, meglio dire la
debellatio, della Patria.
Di tutta la Patria, nel suo
insieme, senza distinzione
tra fascisti e antifascisti,
come risulta, senza possibilità
di dubbi, dato che "in
claris non fit interpretatio",
dal "diktat" di
Parigi del 10 febbraio 1947.
Né si può ignorare
il genocidio di alcune centinaia
di migliaia di Italiani fascisti
(o anche solo "presunti
tali", come stabilito
dal criminale agente comunista
sovietico in Italia Palmiro
Togliatti ), uomini e donne,
militari e civili, ad opera
della c.d. "esarchia"
partigiana, formata dai partiti
comunista, socialista, sardo
d'azione, repubblicano, della
democrazia cristiana (!!)
e liberale, che resse e autorizzò,
o non impedì con la
dovuta determinazione, i tragici
eventi di quegli orribili
tempi, inondando di sangue
innocente la nostra Terra.
Ci vuole un bel coraggio e
una sorprendente disinvoltura,
a pretendere che gli Italiani
considerino festiva una simile
ricorrenza!
Quanto al documento n.8, sono
certo che la maggioranza del
popolo italiano, tolti alcuni
fanatici forcaioli, che non
fanno né testo né
storia, non ritiene ammissibile
che, dopo 63 anni dalla fine
della guerra, la giustizia
del regime antifascista perenne,
amministrata però in
nome di esso popolo, tenga
in carcere, meglio sarebbe
dire in stato di sequestro,
due vecchi soldati per fatti
risalenti al tempo in cui
erano militari in tempo di
guerra e quindi obbligati
ad eseguire gli ordini ad
essi impartiti dai superiori.
E allora? Quale la conclusione?
La seguente. Tenuto conto
del fatto che "il
Presidente della repubblica
è il capo dello Stato
e rappresenta l'unità
nazionale", (art.
87, comma I° cost.), e
che la sua sensibilità
sembra ben lontana da quella
media del nostro popolo, si
deve affermare che il contenuto
dei due citati documenti,
anche se non attinente alla
istanza di messa in stato
d'accusa, offre utili elementi
integrativi del giudizio instaurando.
Non senza rilevare che l'attuale
Capo dello Stato, (come peraltro
tutti i suoi predecessori),
lungi dal rappresentare l'unità
nazionale, rappresenta,
invece, la separazione (o
la frattura, la discordia
nazionale), distinguendo
faziosamente i vincitori dai
vinti, i presunti "buoni"
dai presunti "cattivi".
Con distinta osservanza.
Salvatore Macca
Via Solone Reccagni,3, 25121
Brescia
***********************************
Lo scritto che segue è
la riproduzione della lettera
d'accompagnamento di una copia
delle "Linee programmatiche
del costituendo Partito Fascista
Repubblicano" inviata
dall'autore, Salvatore Macca
di Brescia, al Capo dello
Stato e Presidente della Repubblica
Italiana, On. Giorgio Napoletano,
il 25 maggio 2007
Brescia, 25 maggio 2007
OMAGGIO AL CAPO DELLO STATO
ON. GIORGIO NAPOLITANO
DI COPIA DELLE "LINEE
PROGRAMMATICHE DEL COSTITUENDO
PARTITO FASCISTA REPUBBLICANO"
Sig.
Presidente!
Ho l'onore di portare a Voi,
che rappresentate l'Unità
Nazionale, come sancito dalla
Costituzione, la voce dei
cittadini che ebbero dalla
sorte il doloroso privilegio,
il triste, ma glorioso calvario,
di essere appartenuti, come
scelta ideale e come Soldati,
alla Repubblica Sociale Italiana.
Parlo a mio nome, come già
appartenente all'Aeronautica
Nazionale Repubblicana, e
come interprete dei mille
e mille miei connazionali
che abbracciarono allora,
e conservano nel cuore ancor
oggi, un forte ideale politico,
patriottico, spirituale e
sentimentale.
Parlo per i superstiti viventi,
ma anche per gli appartenenti
alle generazioni successive,
compresi gli anziani, i giovani
e i giovanissimi di oggi che,
pur non avendo vissuto la
grandiosa epopea e la meravigliosa
emozione di conoscere quei
tempi esaltanti, generosi
e tragici, hanno da noi ricevuto
il "TESTIMONE";
ma soprattutto parlo per gli
innumerevoli caduti, materialmente
assenti, ma presenti coi loro
Spiriti immortali, che, negli
anni bui della guerra, sacrificarono
la vita per onorare il grande
ideale e la sublime aspirazione
di difendere il sacro suolo
della Patria invasa e assediata
da eserciti stranieri nemici,
desiderosi soltanto di annientarci
e di cancellarci dal novero
delle grandi potenze, realizzando,
realizzando il loro tristo
programma.
Ho inoltre l'onore e il proposito,
con questo messaggio, che
accompagna il dono di un mio
lavoro, e cioè le "Linee
programmatiche del costituendo
Partito Fascista Repubblicano",
con le due appendici allegate,
di chiedere a Voi, tutore
dei diritti di tutti gli Italiani,
di rimuovere un ostacolo che,
se quando venne posto, il
I° gennaio del 1948, poteva
avere una sia pur discutibile
ragion d'essere, oramai, dopo
oltre 59 anni, non ne ha nessuna.
Mi riferisco alla XII disposizione
transitoria della Costituzione,
che vietava, e ancora vieta,
non essendo mai stata abrogata,
(pur essendo transitoria!!)
contro ogni principio di libertà,
di legalità, di legittimità,
di democrazia, il diritto,
per gli Italiani di fede fascista,
di esprimere liberamente il
proprio pensiero, costituendo
il partito al quale si sentono
legati per ragioni storiche,
culturali, sentimentali e
ideali..
Ciò impedisce, in violazione
dell'art.49 della costituzione,
l'ingresso nel parlamento
italiano di persone, uomini
e donne, che in tale movimento
potranno essere elette, e
sulla cui democraticità
nessuno potrà mai porre
dei dubbi, come dimostro nelle
"Linee". La citata
disposizione transitoria non
ha più, anche per validissime
ragioni giuridiche, legali
e storiche, motivo alcuno
di esistere, senza dire che,
secondo uno studio da me compiuto,
sarebbe inapplicabile, e pertanto
come se inesistente, in forza
dell'art.14 delle disposizioni
sulla legge in generale, contenute
nel vigente codice civile.
Sono pertanto certo che la
Vostra elevata sensibilità
umana, già dimostrata
in altre occasioni, voglia
compiacersi di adottare e
di assumere tutte le iniziative,
che sono numerose, dirette
alla rimozione degli ostacoli
che da quasi sessant'anni
impediscono l'esercizio di
un importantissimo diritto,
quello della libertà
di pensiero, di espressione
e di libera associazione in
partito sancito dagli articoli
3,18, 21 e 49 della Costituzione.
Offro, Illustre Sig. Presidente,
alla Vostra cortese e paziente
attenzione, copia delle citate
"Linee" con le appendici
allegate, di notevole importanza
storica, politica e culturale.
Segnalo pure che il 22 giugno
e il 6 luglio 2006, ebbi a
proporre una istanza di abrogazione
della citata XII disposizione
transitoria della Costituzione,
indirizzandola anzitutto a
Voi, Sig. Presidente, nonché
alle Commissioni giustizia
di Senato, Camera, Ministero
giustizia, Consiglio Superiore,
Presidente del Consiglio dei
ministri, Presidenti di Senato,
Camera e Consiglio Superiore,
iniziativa seguita da moltissimi
cittadini in adesione alla
mia e a sostegno di essa.
Ma tale iniziativa rimase
priva di effetti concreti,
occorrendo, ai fini di una
formale collocazione nell'agenda
parlamentare e della successiva
decisione, che fosse presentata
da cinquantamila elettori
con le firme autenticate,
cosa per me impossibile da
realizzare. E' sufficiente,
però, che un qualsiasi
parlamentare, purché
in carica, faccia proprie
le istanze formulate dai cittadini
e ne dia comunicazione al
Parlamento, perché
abbia seguito la procedura
per la decisione.
Confido molto, Sig. Presidente,
e con me tanti altri Italiani,
nel Vostro decisivo intervento
per la rimozione di una norma
discriminatrice, ingiusta,
e ormai contra legem,
che rappresenta soltanto un
sopruso e una vessazione in
danno di tanti buoni Italiani;
intervento che può
avvenire in vari modi, compreso
quello del messaggio alle
Camere, previsto dall'art.87
della Costituzione.
Vi ringrazio, Sig. Presidente,
e Vi prego di gradire i sensi
della mia più alta
considerazione.
Salvatore Macca, Brescia
*************************
IL GIURAMENTO DEL CAPO
DELLO STATO DINANZI AL PARLAMENTO
IN SEDUTA COMUNE (ART. 91
Cost.)
L'On.Giorgio
Napolitano, Capo della Stato
Italiano, in base a tale funzione
e per dettato costituzionale
(art.87, co. 1), rappresenta
l'unità nazionale.
Inoltre, (art. 91), "prima
di assumere le sue funzioni,
presta giuramento di fedeltà
alla Repubblica e di osservanza
della Costituzione
"
Ciò premesso, informo
i lettori che non ne siano
informati, di aver tracciato
un libretto, dal titolo "Linee
programmatiche del costituendo
Partito Fascista Repubblicano",
inviandone tre copie, con
allegato uno speciale "Messaggio",
al Capo dello Stato, per avere
io, come è mio diritto
sancito dall'art. 49 della
Costituzione, deciso di costituire
il Partito Fascista Repubblicano.
Chiunque l'abbia letto può
confermare che nulla di più
democratico esiste al mondo
del programma da me tracciato.
Con l'occasione, chiedevo
al Capo dello Stato, senza
ricevere risposta, di fare
qualcosa, magari con un messaggio
alle Camere, per la rimozione
degli ostacoli legali che
si frappongono alla costituzione
del Partito. Io sono un legalitario
e non mi piace muovermi contra
legem. Mi sono dunque
dovuto fermare, e non andare
avanti, dopo la presentazione
ai cittadini di Brescia, il
6 ottobre c.a., delle citate
"Linee".
Quali gli ostacoli? Il primo
è la XII disposizione
transitoria della Costituzione,
che esplicitamente vieta la
costituzione del Partito fascista.
Ma essa appartiene a quelle
norme che, essendo appunto
transitorie, dopo un certo
tempo, che il legislatore
non precisa, essendo facile
per chiunque stabilirlo quando
occorra, divengono inapplicabili.
La loro funzione è
infatti quella di coordinare
la precedente normativa con
la nuova, e dunque, devono
avere vita breve, come un
anno, due, tre al massimo.
Ma essendo la XII d.t. in
vigore dal I° gennaio
1948, fra poco avrà
sessant'anni! E dunque una
durata enorme, abnorme, scandalosa,
ostruzionistica, mantenuta
maliziosamente e surrettiziamente
in vita per vessare i cittadini
di fede fascista, contro i
quali venne creata, impedendo
loro ingiustamente la costituzione
del partito che ad essi stava
e sta a cuore! Ma la colpa
non è certo dei "padri
costituenti", perché,
anche se non li amo per averli
conosciuti, ebbero il buon
senso di collocare il divieto
nelle disposizioni transitorie,
e non nel testo, nel presupposto,
più che ovvio, che
il divieto doveva essere temporaneo,
e non eterno. Come avrebbe
potuto, pensarono, uno Stato
che si definisce democratico,
bloccare le idee, per loro
natura incoercibili? E bloccarle
avvalendosi di una Costituzione
che, a ben guardare, è
veramente, e lo dico senza
ironia , un ottimo esempio
di democrazia Basti guardare,
per ciò che ci riguarda
direttamente, gli articoli
3 (uguaglianza di fronte alla
legge), 18 (libertà
d'associazione), 21 (libera
manifestazione del pensiero
con tutti i mezzi di diffusione),
49 (diritto di associarsi
liberamente in partiti). E
allora, se è così,
sono gli antifascisti di ora
i malvagi, i prepotenti, gli
antidemocratici e non quelli
di allora.
Ed è tutto dire! Essi,
infatti, pur avendo il dovere
di abrogare una norma ancora
patologicamente in vigore
dopo sessant'anni, fanno finta
di niente, fanno i pesci in
barile, per impedire la cessazione
del divieto e la inevitabile
conseguente apparizione in
parlamento del Partito Fascista!
Dica chi legge se uno Stato
veramente serio e democratico
possa giungere a tanta bassezza,
a così infimo livello
etico!
Ma con questo sono costretto
ad arrivare a una conclusione
sgradevole. Quella cioè
che il Capo dello Stato, penso
inconsapevolmente e involontariamente,
è venuto meno al rispetto
del giuramento col quale si
era vincolato ad osservare
la costituzione. Se, come
credo, la sua inerzia è
involontaria, ed è
magari anche il frutto di
carenze informative, inammissibili,
degli uffici consultivi legali
di presidenza, è allora
giunto il momento di chiedere
all' On. Presidente della
Repubblica che cosa ne pensi
e che cosa intenda fare. Potrebbe
dire che non lui, ma è
il Parlamento tenuto a decidere.
Cosa ovvia e lo sappiamo,
ma una volta accertta l'esattezza
dei rilievi, è Lui
che deve adottare i provvedimenti
opportuni per rimuovere un
motivo di ripugnante ingiustizia
in danno di tanti buoni e
bravi cittadini italiani di
fede fascista. E i provvedimenti,
e i rimedi, per un Capo di
Stato sono facilissimi, specialmente
quando s'invoca, come nella
specie, l'applicazione (art.
49 costituzione) e non il
disprezzo, della legge.
Ma a questo punto s'impone
una decisiva considerazione.
Il giuramento prestato "dinanzi
al parlamento in seduta comune"
prima di assumere le funzioni,
è articolato su due
obiettivi mirati ed essenziali.
Il primo, è quello
della fedeltà alla
Repubblica, e il secondo quello
dell' osservanza della Costituzione.
Sulla fedeltà alla
Repubblica nulla da eccepire,
se non altro perché
la stessa è nata dalla
"resistenza". Se
fedele non lo è il
Capo dello Stato, oltre a
tutto di fede comunista, chi
dovrebbe esserlo? Ma sull'osservanza
della Costituzione si può
dire che il giuramento sia
stato rispettato? Cerchiamo
di appurarlo con la massima
onestà, serenità
ed obiettività. L'art.
49 della Costituzione dispone
che tutti i cittadini, tutti,
e dunque senza l'esclusione
di chicchessia, nemmeno dei
cittadini di fede fascista,
hanno il diritto di costituirsi
in partito. Ma in pratica
non è vero! Infatti,
attualmente ciò è
impossibile; meglio dire "sembrerebbe
impossibile" per i fascisti,
ostandovi, ma solo in apparenza,
la XII disposizione transitoria
della Costituzione, la quale
sancisce "che è
vietata la riorganizzazione,
sotto qualsiasi forma, del
disciolto partito fascista"
(testuale). Ma, tornando alle
osservazioni già svolte,
le disposizioni transitorie
hanno, devono avere, vita
breve per loro natura e per
specifica funzione, che è
quella di agevolare la transizione
da una regolamentazione vecchia
di una certa materia ad una
nuova. Se non avessero vita
breve, come è per loro
natura, si finirebbe con lo
sconvolgere i criteri di formazione
delle leggi ordinarie, facendo
divenire norma definitiva,
solo col semplice trascorrere
del tempo, quella che invece
è transitoria, cioè
temporanea. Non adeguarsi
a tali criteri, che sono di
una ovvietà elementare,
significherebbe non osservare
la Costituzione, come sta
ora avvenendo, che ha inteso
limitare nel tempo il divieto.
Essa, infatti, in forza degli
articoli 3, 18, 21 e 49, tutela,
e di ciò le si deve
dar merito, certi diritti
inalienabili di tutti i cittadini
come in precedenza indicati.
Alla luce di queste osservazioni,
che mi sembrano assorbenti
e tutt'altro che peregrine,
prego l'On. Presidente della
Repubblica di volere cortesemente
tenerne conto, di studiare
riservatamente il problema
con consiglieri legali qualificati,
veramente esperti e preparati
in diritto civile e costituzionale,
ma soprattutto scevri da qualsiasi
forma di fanatica faziosità,
irrazionale, irragionevole
e stolta, contro l'ideologia
fascista, che induce tante
persone, anche colte e intelligenti,
a non agire con giustizia
e imparzialità nei
confronti di coloro che la
professano. E dopo, con un
messaggio alle Camere, di
invitarle ad abrogare la XII
disposizione transitoria,
e, come inevitabile corollario
e conseguenza logica, tutte
le altre norme liberticide
(vedasi legge Scelba) che
vulnerano gravemente la sostanziale
democraticità della
Costituzione, che, con tale
abrogazione, potrebbe divenire
la Costituzione di tutti gli
Italiani. Mi sembra evidente
che quello di cui ho appena
finito di parlare sia anche
un autentico caso di coscienza.
Brescia, 23 ottobre 2007
Salvatore Macca
********************************
Brescia, 2 gennaio 2008
COME HA REAGITO IL CAPO
DELLO STATO ALL'INVIO DELLE
"LINEE PROGRAMMATICHE
DEL COSTITUENDO PARTITO FASCISTA
REPUBBLICANO". NON HA
REAGITO, COME SE NIENTE FOSSE.
Questo mio articolo è
già tutto nel titolo
e risponde a istanze legittime
e pressanti che non possono
essere eluse da chicchessia.
Per informare chi informato
non sia, faccio presente che
l'11 maggio 2007 ho pubblicato
le "Linee", inviandone
tre copie al Capo dello Stato,
accompagnate da una lettera,
datata 25 maggio 2007, definita
"Omaggio", che qui
non riporto, e che era una
mia pressante istanza, a colui
che, a norma dell'art.87,
comma I°, della Costituzione,
è il rappresentante
dell'unità nazionale,
a fare il possibile per rimuovere
il più importante ostacolo
alla ricostituzione del Partito
fascista, e cioè il
comma primo della XII disposizione
transitoria della costituzione,
che vieta la "riorganizzazione,
sotto qualsiasi forma, del
disciolto partito fascista".
Disposizione che però
viola l'art. 49 della costituzione,
secondo cui "Tutti
i cittadini hanno diritto
di associarsi liberamente
in partiti per concorrere
con metodo democratico a determinare
la politica nazionale."
Premesso che le disposizioni
transitorie e di attuazione
hanno il compito di coordinare
la vecchia normativa con la
nuova, è di lampante
chiarezza che le stesse devono
avere vigenza breve, comunque
limitata: uno, due, tre anni,
poco più poco meno,
come peraltro dimostrato,
nel caso in questione, dal
fatto che il legislatore non
la inserì nel testo.
Avviene invece che, essendo
la costituzione entrata in
vigore il I° gennaio 1948,
la sua XII d.t. il primo gennaio
2008 viene a compiere non
uno, non due, non dieci, non
vent'anni, ma addirittura
sessant'anni! Cosa inammissibile,
né riferibile a una
semplice svista. Una svista
addirittura di almeno 57 anni!
Troppi veramente per una svista.
E dunque, la anomala vigenza
per 60 anni è palesemente
riferibile alla più
ripugnante malafede del regime,
che comprende maggioranza
e opposizione, e che non ha
il coraggio, e per fortuna
nemmeno la giuridica possibilità
grazie alla costituzione,
di dire che il fascismo non
dovrà essere ricostituito
mai più. Adotta allora
il sistema della resistenza
passiva, lasciando le cose
come stanno, senza prendere
né provvedimenti né
iniziative, forse illudendosi,
è il caso di dirlo,
che il "nemico"
si stanchi. E qui si sbaglia!
E allora, con lettera del
23 ottobre 2007, inviata al
Capo dello Stato, evidenziai
il problema, rammentandogli
che, a norma dell'art. 91
costituzione, il Presidente,
avanti al parlamento in seduta
comune, "prima di
assumere le sue funzioni,
presta giuramento (ed
egli l'ha prestato) di
fedeltà alla Repubblica
e di osservanza della costituzione."
E, rilevando che, mentre la
prima parte dell'oggetto del
giuramento risultava adempiuta,
non sembrava che lo stesso
potesse dirsi per la seconda
parte, dato che a una larga
fetta di cittadini di fede
fascista veniva, e viene ancora,
impedito, di costituirsi in
partito. Ciò, nonostante
le sollecitazioni mosse, specialmente
negli ultimi decenni, da quanti
siano vittime del divieto.
Anche la mia citata lettera
del 23 ottobre 2007 è
rimasta lettera morta.
E allora, il 31 dicembre di
tale anno, alle ore 16, 20,
ho deciso di inviare, e ho
inviato, al Presidente della
Repubblica il seguente telegramma:
Ecc.mo On. Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano-Piazza
Quirinale-00187 Roma. Beneaugurando
nuovo anno 2008 esprimo, onorevole
Presidente Giorgio Napolitano
sensi mia vivissima gratitudine
autorevole et efficace Suo
intervento per abrogazione
dodicesima disposizione transitoria
costituzione repubblicana
che primo gennaio compie sessantesimo
compleanno. Salvatore Macca,
Brescia.
A puro titolo di curiosità,
informo che il Segretariato
generale della Presidenza
della Repubblica, con telegramma
del 17 gennaio 2008, mi trasmise
i ringraziamenti del Presidente,
del seguente letterale tenore:"Ringrazio
dei gentili auguri che ricambio
con viva cordialità.
Giorgio Napolitano."
La cosa sarebbe comica, se
non fosse invece patetica,
e anche un poco triste. Se
non altro perché, il
desiderio del Presidente di
rispondere a tutti quelli
che si erano ricordati di
Lui, denota un delicato e
forte sentimento di gratitudine.
E denota pure che, in occasioni
delle festività più
importanti, il Quirinale è
sommerso da valanghe di auguri,
in parte di gente che vuole
manifestare reale simpatia,
e in parte, purtroppo, di
coloro che agiscono per spirito
di adulazione dei potenti
di turno. La mancata lettura
del mio messaggio si deve
pertanto bonariamente comprendere
e giustificare. Se ci sono
telegrammi per il Capo dello
Stato, non possono essere
che di auguri. Penso che passerebbe
inosservato anche un messaggio
oltraggioso di qualche impertinente
maleducato. Voglio sottolineare
che il mio messaggio, sopra
riportato integralmente, era
soltanto una garbata, ironica
protesta per l'inerzia di
fronte a un inammissibile
divieto.
Stamani,
2 gennaio 2008, ho letto il
messaggio del Capo dello Stato
agli Italiani e non vi ho
trovato nulla che faccia pensare
che il medesimo abbia tenuto
in qualche considerazione
le mie istanze del maggio
e dell'ottobre 2007. E dunque,
ritengo giustificato il contenuto
del mio telegramma, sia che
venga considerato come una
protesta, sicuramente civile,
anche se inserita in un quadro
di severa, sferzante ironia,
sia come una forma indiretta
di sollecito contro una inammissibile
inerzia sprezzante, e un rifiuto
totale di tenere conto, doverosamente,
della sacrosanta rivendicazione
di un diritto sancito dalla
costituzione.
E' vero che l'abrogazione
non è compresa fra
i poteri del Presidente della
Repubblica, bensì del
parlamento, ma è anche
vero che, né l'attuale
presidente, né i suoi
più recenti predecessori,
hanno adempiuto il dovere
di osservare la costituzione,
là dove la stessa,
con l'art.49, riconosce a
tutti i cittadini, tutti,
e dunque anche a quelli di
fede fascista, di riunirsi
in partiti, quale che sia
l'aggettivo ad essi attribuito.
E tale diritto viene negato
da ben sessant'anni, essendo
la costituzione entrata in
vigore il I° gennaio 1948.
Il modo e il mezzo per giungere
all'abrogazione non sarebbero
mai mancati, (compresi quelli
di incontri riservati coi
capigruppo), uno dei quali,
il più semplice e il
più facilmente diffusibile,
costituito dai messaggi che
in certe occasioni il presidente
rivolge agli Italiani, come,
ad esempio, in occasione degli
auguri di fine anno.
Si rileva, peraltro, che anche
la violazione di una norma
come l'art.91 Costituzione,
relativa al giuramento del
Capo dello Stato nell'assumere
le funzioni, può essere
l'effetto di un comportamento
omissivo, ravvisabile, nella
specie, nel non aver curato
l'osservanza dell'art.49 Costituzione,
che prevede la libertà
di tutti i cittadini di associarsi
in partiti. Non può,
un Capo di Stato, vincolato
da un giuramento molto solenne,
non accorgersi della sopravvivenza,
assolutamente anomala, di
una disposizione transitoria,
cioè prevista per ragioni
e durata limitate, ma che,
perdurando oltre ogni ragionevole
limite, abbia effetti e riflessi
gravissimi in danno dei cittadini
desiderosi di associarsi liberamente
nel partito fascista. L'aver
consentito che ciò
avvenisse su una disposizione
importantissima della "Magna
Charta" , è cosa
assai grave e inammissibile,
non potendo, il Presidente
della Repubblica, sorvolare,
per così dire, sul
"fenomeno"
, senza chiedere le ragioni
dell'anomalia, senza tentare
di individuare le responsabilità,
e, infine, senza assumere
subito le iniziative idonee
a rimuoverla.
Credo che in altre nazioni,
dotate di un maggiore e diverso
senso dello Stato, un episodio
del genere susciterebbe uno
scandalo di proporzioni assai
gravi.
Ma la verità è
un'altra, perché si
tratta di un problema sempre
volontariamente accantonato
e ignorato, sia per sudditanza
verso certe zone del parlamento,
sia anche, e soprattutto,
per odio e iniqua faziosità.
E' certo, infatti, anche se
manca il coraggio di dichiararlo
apertamente, che non si ha
né piacere né
intenzione di vedere entrare
in parlamento un Partito Fascista
Repubblicano! E ciò
è molto, ma molto grave!
Un partito, quello che io
sto proponendo, che non è
né di destra né
di sinistra né di centro,
e che si colloca avanti a
tutti per le sue idee nuove
e moderne, scevro da faziosità,
assolutamente democratico
nei metodi e nei principi.
Un partito che ha il diritto
e il dovere di dire la sua
all'Italia e agli Italiani,
di fronte a una classe politica
al potere caratterizzata da
abissale squallore, tenuta
insieme, perfino nel meccanismo
maggioranza-opposizione, soltanto
da bassi e meschini interessi
materiali, senza sprazzi di
luce, senza ideali, priva
di aspirazioni superiori,
senza il desiderio e il proposito
di liberarsi da una inammissibile
sudditanza a una America sempre
più arrogante. Un'America
che si sente sicura e protetta
dalle lunghe distanze oceaniche
da quella zona del mondo,
la nostra, quella dell'Europa,
che la sua forsennata politica
guerrafondaia, di espansione
e di dominio del mondo e di
indiscriminata aggressione
ai popoli non disposti a sottomettersi
alle sue prepotenze, ha surriscaldato
ed esposto a conflitti dagli
effetti imprevedibili e devastanti.
Molti di quelli che hanno
letto le mie "Linee"
sono giovani, e tutti vogliono
sapere perché non faccia
nulla per proporre in parlamento
i programmi tracciati e le
proposte da realizzare. Ma
non è facile spiegare
che c'è un divieto
di legge e quanto ci sia oltre
ad esso. Forse paura per l'entrata
in campo di un avversario
con idee nuove e originali;
certamente odio dissennato
e inammissibile, che non smette
di protrarsi nel tempo, e
realizza una sorta di persecuzione
strisciante da parte di gente
che osa ancora definirsi democratica
e osa condannare chi lottò
e morì per la Patria,
esaltando invece quanti lottarono
contro di essa e a favore
del nemico.
************************************
LETTERA APERTA AL CAPO
DELLO STATO.
E' IN CORSO UN ATTENTATO ALLA
COSTITUZIONE?
Dispone l'art. 91 della costituzione
, che "il Presidente
della Repubblica, prima di
assumere le sue funzioni,
presta giuramento di fedeltà
alla Repubblica e di osservanza
della Costituzione dinanzi
al Parlamento in seduta comune."
Come è evidente, il
costituente volle conferire
alla cerimonia una particolare
solennità, per dimostrare
l'importanza che ad essa attribuiva,
esigendo dal Capo dello Stato
il giuramento su due punti
essenziali: fedeltà
alla Repubblica e osservanza
della Costituzione.
Giova premettere, per il fine
a cui mira questa lettera
aperta, che la XII disposizione
transitoria della costituzione
sancisce il divieto di "riorganizzazione
sotto qualsiasi forma, del
disciolto partito fascista",
e che la collocazione del
divieto nelle disposizioni
transitorie denota la volontà
del costituente di attribuire
carattere transitorio, e perciò
durata limitata nel tempo,
al divieto, anche perché
lo stesso confliggeva clamorosamente
con gli articoli 3,18,21,
ma soprattutto 49, dell' "adiacente",
per così dire, testo
della costituzione, che attribuisce
a tutti i cittadini (tutti,
e cioè anche a quelli
di fede fascista) il diritto
di associarsi in partiti.
Com' è noto, le disposizioni
transitorie, nel sistema legislativo
hanno il compito di coordinare
la nuova normativa con la
vecchia, compito che, di regola,
ed anche nel caso di specie,
si può esaurire in
tempi assai brevi, uno, due,
tre anni. Ma cosa accade,
e sta accadendo, in Italia?
Che la XII disposizione transitoria,
sembra che transitoria non
sia, nonostante la definizione
e la collocazione, in quanto
il I° gennaio del corrente
anno ha già compiuto
sessant'anni! Sì! Avete
capito bene! Sessant'anni!
Cosa sicuramente inammissibile
in qualunque altro Stato,
tranne che in Italia, e in
contrasto perfino con la volontà
del costituente, che non peccava
certo di simpatie e di benevolenza
verso il fascismo, ma che,
paradossalmente, si comportò
più correttamente e
onestamente, e fu certamente
migliore del suo erede, l'attuale
antifascismo, fanatico e fazioso,
e sempre più radicalizzato
senza alcun valido e giustificato
motivo. Esso, infatti, con
evidente malizia, fa il morto,
e anche il tonto, e deliberatamente
non affronta il tema dell'abrogazione
della citata d.t., che confligge
perfino con la costituzione
vigente, pur di mantenere
in piedi un illegittimo e
odioso divieto! Ma a questo
punto si ha il diritto, e
anche il dovere di accertare
se il Capo dello Stato, restando
inerte, nonostante le sollecitazioni
che numerose volte, da varie
parti, compresa quella di
chi scrive questa nota, stia
osservandola o meno, la costituzione,
in relazione al secondo punto
oggetto del solenne giuramento
da lui prestato.
E' vero che l'abrogazione
delle leggi non è compito
del Capo dello Stato, ma non
è ammissibile che il
medesimo, trascurando la dovuta
attenzione a certi problemi,
non si sia ancora accorto,
o non si accorga, o finga
di non accorgersi, della anomala
vigenza di una disposizione
transitoria, divenuta quasi
legge da trasferire nel testo,
che sopravvive a tempo indeterminato
e tiene sempre in vita un
divieto ripugnante e illegale,
in danno di tanti cittadini
che non possono esercitare
un diritto sancito dalla costituzione.
Sembra verosimile piuttosto,
che si voglia deliberatamente
impedire, ipocritamente, senza
dirlo esplicitamente, anche
per non violare la costituzione,
che un partito fascista repubblicano
entri in parlamento.
Sarebbe allora il caso e il
momento di affermare che il
Capo dello Stato non sta osservando
il solenne giuramento prestato
sul secondo punto; e si potrebbe
anche adombrare che sia in
corso un vero e proprio attentato
alla costituzione a norma
dell'art.90, seconda ipotesi.
Salvatore Macca, Via
S. Reccagni, 3 Brescia
*********************************
IL PRESIDENTE NAPOLITANO
E IL 25 APRILE
La
celebrazione del 25 aprile
da parte del Capo dello Stato
ha dimostrato, se pur ve ne
fosse bisogno, che l'uomo,
essendo un comunista convinto,
e dunque un fanatico, sia
il meno adatto, in questa
nazione, ad essere il Presidente
della Repubblica, posto che
l'art.87, comma I° della
costituzione, conferisce,
a chi rivesta tale carica,
il solenne e delicato compito
di rappresentare l'unità
nazionale. Meno adatto perché,
infatti, egli incarna e rappresenta,
se non formalmente, sostanzialmente,
il partito comunista, forse
meglio sarebbe dire l'URSS,
anche se ormai inesistente,
e, come appassionato "mentore"
della c.d. resistenza,
la guerra civile. Cioè
il simbolo sanguinoso della
frattura insanabile fra gli
Italiani, che viene ancora
rinfocolata con certe celebrazioni
che sarebbe meglio evitare.
Infatti, resistenza e guerra
civile nel nord Italia furono
sinonimo di genocidio di alcune
centinaia di migliaia di creature
umane, compresi uomini disarmati
e anche donne, soppressi brutalmente
previe inenarrabili sevizie,
anche dopo la fine delle ostilità,
da gente che definire barbara
e selvaggia è un eufemismo.
E non è senza significato
e valore l'atteggiamento del
Capo dello Stato, il 22 gennaio
del corrente anno 2008, in
occasione della discesa negli
abissi infernali, che spero
esistano davvero, di quel
Boldrini Arrigo, centurione
della milizia fascista fino
all'8 settembre 1943, divenuto
poi aguzzino e carnefice di
chiunque fosse portatore di
ideali fascisti, ripeto, anche
donne e uomini disarmati.
Le stragi da lui eseguite,
o fatte eseguire, o ordinate,
non si contano, come quella
di Codevigo, nel Padovano,
forse una delle più
orribili, consumata nella
prima decade di maggio, e
anche oltre, a guerra ormai
finita.
Il Capo dello Stato, infatti,
mandò un telegramma
di condoglianze alla famiglia
del deceduto, ma inflitte,
a mezzo stampa, a tutti gli
Italiani, compresi quelli
appartenenti alle famiglie
vittime delle atrocità
partigiane, o, comunque, colpiti
dai lutti e dal dolore per
l'infame e feroce comportamento
dell' "eroe" celebrato
e delle sue bande criminali.
Qui di seguito riporto il
citato telegramma:
"In questo triste
momento vorrei ricordare innanzi
tutto l'amico sincero, dal
tratto umano sensibile e aperto,
con cui ho condiviso importanti
momenti di comune impegno
democratico. E rappresentare
la gratitudine dell'intero
Paese per il prezioso patrimonio
di dedizione che ha devoluto
alla causa della libertà
e dell'indipendenza nazionale."
Ad
esso non mancai di contraddire
con un articolo, e risposi
al Capo dello Stato nel testuale
modo che segue:
Anzitutto
il momento non è triste,
né per me né
per i milioni di Italiani
che, nella migliore delle
ipotesi, se ne fregano altamente
del decesso, se addirittura
non ne gioiscano.
Che fosse un amico sincero,
sono affari suoi, cioè
dell'autore del breve panegirico.
Che uno come il deceduto,
commemorato dall'inquilino
del Quirinale, autore di crimini
atroci, sconvolgenti, dissennati,
scellerati, motivati solo
da un odio stolto e irrazionale;
ripugnante espressione di
criminalità di altissimo
grado e livello, frutto di
animo pravo e di istinti malvagi
e perversi in danno di persone
disarmate e sue prigioniere,
uomini e anche donne, a guerra
già finita, fosse individuo
"dal tratto umano, sensibile
e aperto", mi sorprende
non poco, alla luce dei foschi,
rossastri bagliori di sangue,
di morte, di dolore, di criminale
follia, da lui proiettati
sinistramente nei luoghi del
suo transito feroce di belva
sanguinaria. Ed auspico che
quando l'autorevole apologeta
afferma di aver condiviso
col deceduto "importanti
momenti di comune impegno
democratico", non abbia
inteso informarci velatamente
di avere anch'egli partecipato
in qualche modo alle imprese
dell'amico sincero.
Non riconosco, infine, all'altissimo
apologeta, il diritto di "rappresentare
la gratitudine dell'intero
Paese per il prezioso patrimonio
di dedizione che ha (avrebbe,
se mai), devoluto alla causa
della libertà e dell'indipendenza
nazionale", sia perché
non riesco a scorgere gratitudine
da nessuna parte, né
il motivo di essa, specialmente
da parte dei parenti delle
vittime innocenti da lui brutalmente,
ingiustamente e sadicamente
assassinate, né, tanto
meno, da parte "dell'intero
Paese", se è vero,
come è vero, che la
sua opera nefasta servì
a favorire i nemici della
sua e nostra Patria a sconfiggerla;
non senza ricordare che in
Gran Bretagna, un cittadino
inglese che avesse agito come
lui, sarebbe stato inesorabilmente,
e giustamente, impiccato,
come accadde a John Amery,
amico delle potenze del "Tripartito",
che tuttavia non agì
mai da assassino, limitandosi
a svolgere propaganda radiofonica
e giornalistica per le citate
Potenze. Né comprendo,
e penso che nessun buon Italiano
possa comprenderlo, quale
sia stato il "prezioso
patrimonio di dedizione devoluto
alla causa della libertà
e dell'indipendenza",
dato che, con la sconfitta,
favorita dai terroristi partigiani
di tutte le tinte, compreso
il comunista Boldrini e chi
operava con lui, l'Italia
e gli Italiani hanno perduto,
come atto di gratitudine dei
nemici vincitori, l'una e
l'altra, e cioè la
libertà e l'indipendenza,
come è sotto gli occhi
di tutti. Inoltre furono trattati
tutti, senza distinzione tra
fascisti e antifascisti, da
nemici vinti, furono depredati
di vasti lembi di territorio
nazionale, furono privati
di tutta la flotta, che venne
distribuita, come cioccolatini
da dessert, fra i vincitori,
grossi o microscopici, e,
infine, ciliegina sulla torta,
addirittura condannati a risarcire
a tutti assai consistenti
danni di guerra, pur avendo,
dopo l'8 settembre 1943, e
fino alla fine del conflitto,
i traditori della Patria e
assassini come il Boldrini,
nonché l'Italia del
re piccolo e del rinnegato
Badoglio, combattuto con essi
perché vincessero la
guerra. Essendo, il Presidente
della Repubblica il Capo dello
Stato, e rappresentando l'unità
nazionale (art. 87, comma,
I°, costituzione), penso
che sarebbe stata più
elegante la partecipazione
soltanto sua al lutto suo,
e non di tutti gli Italiani,
in modo più sobrio
e personale, e non fosse stata
così fortemente caratterizzata
in senso comunista per effetto
della sua personale passione
politica. Anche perché
la grandissima maggioranza
degli Italiani è anticomunista,
ed è certo che mai
ebbe ad approvare le scellerate
e sanguinarie imprese del
finalmente deceduto Boldrini.
Ritengo
che a questo punto sarebbe
saggio, opportuno, e anche
elegante, che l'On. Napolitano,
finché rimarrà
in carica, dimenticasse di
essere un comunista d.o.c.
(come è suo sacrosanto
diritto) e ricordasse di essere
il presidente di tutti gli
Italiani (come è suo
elementare dovere).
Dimenticavo. Penso che dovrebbe
già essere informato
che lo scorso 4 aprile c.a.
ho proposto, nei suoi confronti,
un'istanza di impeachment
(inviata a una trentina di
giornali, che l'hanno accuratamente
ignorata, poiché, com'è
noto, in Italia la stampa
è stralibera,
essendo curata, per così
dire, dai c.d. poteri forti:
banche, industria, politici
e simili) per attentato alla
costituzione, poiché
ne viola l'art.49, consentendo,
o non impedendo, l'anomala
vigenza di una disposizione
transitoria di essa che vietava,
per allora, la riorganizzazione
del partito fascista, la XII,
che, essendo appunto transitoria,
avrebbe dovuto avere vita
breve: due-tre anni, poco
più poco meno, ma che
invece ancora vige da oltre
sessant'anni!
Brescia, 25 aprile 2008
************************************
Estratto da "Contro
corrente con la penna e gli
ideali", di prossima
pubblicazione. S.M
LE DUE GIUSTIZIE
Parte prima
DUE
SOLDATI, UN ULTRAOTTANTENNE
E UN ULTRANOVANTENNE, PRIGIONIERI
DELLA "GIUSTIZIA "
ANTIFASCISTA.
In
questi giorni, gli indignati
speciali di TV, radio
e carta stampata di regime,
elevano tripudianti peana
di vittoria, informando ch'era
giunto in Italia, estradato
dal Canada, dove viveva dal
1951, Michael Seifert, di
84 anni, cardiopatico, già
caporal maggiore (oberghefreite)
della Wermacht. Giunto dopo
strenue battaglie di scartoffie,
che potevano essere combattute
per migliori cause, l'uomo
viene definito "boia"
senza alcuna spiegazione,
tolta quella dell'odio politico
immotivato e fine a se stesso,
che non è una spiegazione.
La notizia è stata
accompagnata da alcune immagini,
ovviamente strumentali. Il
volto giovane e gradevole
del Seifert ventenne, e quello
attuale, mentre scende dall'aereo,
sorretto dagli accompagnatori,
il suo sorriso triste, rassegnato
e un po' imbarazzato di fronte
ai fotografi e ai giornalisti
che l'attendevano. E poi,
immancabile ciliegina sulla
torta, il solito, e ben noto,
e reiterato, fotomontaggio,
che mostra dei cadaveri denutriti,
e più oltre, di spalle,
ufficiali tedeschi in divisa.
Il tutto accompagnato dalla
voce dei prezzolati di turno
della TV, che esprimono il
loro odio a comando e l'implicito
incitamento al disprezzo del
vecchio soldato, definito
il boia di Bolzano. Intanto,
gli italici giudici che hanno
ottenuto l'estradizione del
poveraccio, sono fieri e orgogliosi
dell'eroica battaglia delle
scartoffie, affrontata in
strenui combattimenti senza
rischi, e con costi milionari
per i contribuenti, per realizzare
la persecuzione, durata oltre
sessant'anni, di un vecchissimo
caporal maggiore tedesco,
sopravvissuto alla guerra.
Simili a quel P.M. di Roma,
tale Intelisano Antonino che,
pur di tenere in stato di
detenzione un ultra novantenne
ufficiale tedesco, nato il
29 luglio 1913, Erich Priebke,
nel 1996 ricorse in Cassazione
per chiedere, ottenendola,
la revoca delle attenuanti
generiche, che la Corte d'Appello
di Roma gli aveva concesso,
e che avevano permesso la
dichiarazione di estinzione
del reato per prescrizione
e la conseguente scarcerazione.
Penso che l'ottenuta estradizione
del Seifert dovrebbe indurre
alla riflessione, piuttosto
che al lancio di peana di
vittoria, perché, a
mio avviso si è di
fronte a un episodio che rappresenta
una grave e pesante sconfitta
della giustizia e della civiltà.
Non so con esattezza quali
siano stati realmente gli
addebiti mossi al Seifert,
tolto lo strepito scomposto,
ingiurioso e impietoso dei
c.d. organi d'informazione
a senso unico, che ubbidiscono
agli ordini non eludibili
del regime antifascista perenne
che passa loro la pagnotta.
Sembra certo, tuttavia, che
il Seifert sia stato processato
in contumacia nel giudizio
svoltosi avanti al Tribunale
militare di Verona, e condannato
all'ergastolo senza essere
mai stato interrogato; e dunque
in un processo in cui non
è mai stato messo in
grado di difendersi e di offrire
la sua versione dei fatti.
Peraltro, il suo modesto grado
nella gerarchia militare del
campo di Bolzano in cui operava,
fa ritenere per certo che
di sua iniziativa, senza ordini
precisi, non avrebbe mai potuto
commettere i crimini a lui
attribuiti. E dunque non si
comprende che cosa abbia impedito
ai giudici la concessione
delle attenuanti generiche,
che avrebbe reso operativa
la prescrizione, sicuramente
avvenuta dopo oltre mezzo
secolo dai fatti. Erano, quelli,
e ancora sono, gli anni terribili
dell'odio perenne dell'antifascismo,
in cui la parola giustizia
aveva, ed ha ancora, un solo
contenuto e un solo scopo:
la persecuzione eterna dei
vinti. Ciò dimostra,
comunque, che il Seifert era
di condizioni economiche disagiate,
e non potè fruire dell'opera
di un valido difensore, che
certamente gli avrebbe fatto
ottenere le attenuanti generiche,
la conseguente dichiarazione
di estinzione del reato per
prescrizione e l'immediata
scarcerazione.
Si è appreso dalla
TV, il 16.2.2008, che nel
campo di Bolzano c'era stato
anche, sembra perché
renitente alla leva, quel
Bongiorno Michele detto Mike,
che da oltre mezzo secolo
annoia una grande parte di
Italiani con gli insulsi programmi
televisivi a lui affidati
quale ex martire. Il Bongiorno
ha dichiarato che l'uomo "era
un torturatore" e, inoltre,
"che girava sempre col
frustino". Veramente
poco per definirlo torturatore
o, addirittura, boia, né
ha mai dichiarato di avere
assaggiato il frustino sulle
rosee natiche di figlio di
papà. Secondo me il
divo, dagli occhi opachi e
inespressivi come quelli dei
pesci fuori dall'acqua più
del dovuto, dovrebbe essere
grato al Seifert che, avendolo
avuto ospite nel suo campo,
gli ha consentito di fruire
della patente di martire,
con lucrosi effetti vita natural
durante.
Ma,
quale che sia stato il comportamento
del Seifert, questo intervento
ha uno scopo di principio.
I fatti addebitati a lui e
al Capitano Erich Priebke,
risalgono al 1944-1945, a
circa sessant'anni fa, quando
i due avevano, rispettivamente
20 e 30 anni, ed appartenevano
alle forze armate della Germania
in guerra, in un momento in
cui essa era venuta a trovarsi
di fronte ad avvenimenti di
eccezionale gravità,
che ponevano la sua sicurezza
in gravissimo rischio. Un'alleata,
l'Italia, che dall'oggi al
domani, rovesciato il fronte,
da alleata era divenuta sua
nemica. Ciò aveva costretto
la grande nazione assediata,
e tradita, ad adottare i mezzi
di difesa previsti e consentiti
dalle leggi internazionali
di guerra. Non entro nel merito,
ma devo osservare che il regime
antifascista, impadronitosi
del potere solo col tradimento
e con la forza delle armi
del nemico, a cui si era arreso
disonorevolmente, instaurò
due giustizie, entrambe basate
su due diverse presunzioni.
L'una, quella riservata ai
vincitori, compresi i propri
terroristi partigiani, che
operavano contro la patria
e a favore del nemico, fondata
su una presunzione di legittimità
del loro operato, presunzione
iuris et de iure, e dunque
insuscettibile di prova contraria;
e l'altra, quella riservata
ai vinti, compresi i propri
connazionali rimasti fedeli
all'originaria alleanza con
la Germania, e alla propria
Patria, su una presunzione
assoluta di illegittimità.
Penso che il caso Seifert
dovrebbe essere riesaminato
per fini di giustizia, sembrando
inverosimile e inaccettabile
che, in uno Stato in cui i
terroristi delle brigate rosse,
condannati con sentenze definitive,
siano liberi di scorrazzare
liberamente fuori dalle carceri
ove sono ristretti, e di andare
in giro a commettere altri
reati, si abbia la singolare
impudenza di tenere in stato
di detenzione vecchi soldati,
ultra ottantenni e ultranovantenni,
per fatti risalenti al periodo
bellico.
*********
E', la vecchiaia, un'età
particolare e unica, anche
se è un fenomeno normalissimo,
naturale e sempre più
frequente ed esteso. Non si
sa bene nemmeno quando cominci
nella persona sana e normale.
Può piombare addosso
improvvisamente, o può
insinuarsi gradatamente, sottilmente,
in modo quasi subdolo e perverso,
specialmente nei viziati dalla
natura che raramente abbiano
sofferto di qualche vero malanno.
E', dunque, davvero difficile
stabilire, come dato unico
e costante, una precisa e
determinata età in
cui la vecchiaia abbia inizio.
Viene quando viene e quando
vuole. Ci sono dei segni che
non sfuggono. Anche quando
non ci sia decadenza delle
facoltà mentali e intellettive,
cosa che può accadere,
il vecchio è diverso
dai non vecchi. Ma chi sono,
e come sono, i vecchi?
Mi riferisco a persone di
classe sociale media, che
nella vita abbiano tenuto
una condotta normale, nel
rispetto delle leggi e dei
propri simili, in sintonia
con l'educazione, la cultura
e i principi etici ad esse
impartiti. Deliberatamente
non faccio riferimento ai
principi religiosi, perché
anche l'ateo o il non praticante
di regola vivono nel rispetto
delle norme civili della convivenza,
mentre non sempre ciò
accade fra i praticanti, che
magari predicano bene e razzolano
male.
Il vecchio è diverso,
dicevo, perché spesso
in lui avviene, o può
avvenire, un processo di interiorizzazione.
Si esce meno del solito, specialmente
la sera, si tende a stare
da soli o con le persone di
famiglia, (della cui vicinanza
i due vecchi soldati sono
stati crudelmente privati),
nelle ore libere da impegni
si sta più volentieri
a casa, in poltrona. D'altronde,
uscire, camminare, frequentare
altre persone comincia a costar
fatica, cosa che si cerca
di evitare sempre di più.
E poi ci sono i dolori. Alle
articolazioni, di giorno e
anche di notte, e per effetto
di essi i movimenti sono sempre
più difficili e limitati.
Di notte sono d'ostacolo al
sonno e al riposo regolare.
Salire le scale dà
il fiatone. Ma anche scenderle,
se pur meno faticoso, non
è poi tanto facile.
Il senso dell'equilibrio,
a volte, lascia a desiderare.
Muoversi e camminare con altri,
più efficienti, diviene
un mortificante problema.
E le medicine, le analisi,
i controlli medici e specialistici,
gli esami, le compresse, gli
orari
Anche l'esplicazione del lavoro
intellettuale, nel modo più
tipico del medesimo, il leggere,
lo scrivere, con la penna
o col computer, il rileggere
il già scritto, il
correggere, divengono attività
sempre meno facili, per il
calo della vista, più
o meno significativo. Ma anche
il lavoro manuale risente,
forse in maggior misura, dell'invecchiamento
generale
Se poi avvenga qualcosa che
costringa a cambiare le proprie
abitudini, gli orari, le regole,
l'ambiente di lavoro, quello
del riposo, dell'alimentazione,
delle esigenze fisiologiche;
l'inevitabile imposizione
della promiscuità indiscriminata,
la privazione degli oggetti
consueti di uso abituale,
e tante altre cose, la vita,
per alcuni vecchi, può
divenire insopportabile. L'albero
vecchio non può essere
trapiantato, perché
muore. E' certo che le persone
che abbiano raggiunto, o stiano
per raggiungere, gli anni
ottanta, sono da considerare
in età senile. In modo
più o meno evidente,
più o meno grave, ma
senile, e dovrebbero godere,
sempre, quasi come i bambini,
di maggiori attenzioni e di
piccoli, grandi privilegi,
ma con garbo e riservatezza,
senza ostentazione umiliante,
da parte della società,
anche nell'ambito del trattamento
della giustizia penale. A
maggior ragione qualora si
tratti di giustizia, si fa
per dire, inquinata dal veleno
politico, come sta avvenendo
in Italia, con espresso riferimento
ai due citati casi clamorosi
che stanno disonorando l'Italia
e parte della giustizia italiana.
Perché ne parlo?
Perché se l'esistenza
di un vecchio, specialmente
aduso a lavori intellettuali,
o non manuali (impiegatizie,
ad esempio), o anche manuali,
venga cambiata d'autorità,
con lo stravolgimento radicale
della sue abitudini, penso
che si realizzi una forma
subdola, mascherata, di attentato
alla vita. Infatti, quando
si è giovani e più
forti, l'adattamento, anche
se non indolore, è
più facile e più
veloce. Nel vecchio, invece,
è un preludio alla
morte. Specialmente se non
è il frutto di una
libera scelta, ma di una non
eludibile costrizione, di
una ingiusta imposizione,
che tragga la sua ragion d'essere
in una condanna giudiziaria.
E ancora di più se
la condanna riguardi fatti
legittimamente compiuti in
tempo di guerra: o per rappresaglia
o per opporsi ad analoghi,
se non peggiori, fatti compiuti
dal nemico, il tutto nel rispetto
delle leggi internazionali
di guerra in materia. E ancora,
ancora di più, se i
fatti risalgano a oltre sessanta
anni fa. E ancora, ancora
peggio, se trattati nell'ottica
di una giustizia non uguale
per tutti, ma diversa fra
vincitori e vinti. I primi
sempre immuni e impuniti,
e i secondi sempre responsabili
e colpevoli fin oltre il limite
dell'assurdo, come nei casi
Priebke e Seifert. Infatti,
episodi eguali, e anche peggiori,
e terribilmente atroci, commessi,
come fra poco vedremo, dai
vincitori, non solo non furono
e non saranno mai puniti,
ma, paradossalmente, fruttarono
agli autori di essi elogi,
premi, medaglie e sostanziose
prebende in danaro e di carriera
politica e militare. Ai vinti,
come già detto, ben
altro, al punto che contro
di essi venne disposta la
imprescrittibilità
dell'azione penale perfino
per fatti commessi in guerra
e su ordini dei superiori!
Priebke e Seifert! Due simboli
viventi della ingiustizia!
Due vecchi soldati, che nella
vita civile non risulta siano
stati dei cattivi cittadini,
sono stati crudelmente e ferocemente
strappati, per il fanatismo
di gente senza cuore, spinta
da insanabile e brutale faziosità
antifascista, dalle loro famiglie,
dai loro affetti, dalle loro
abitudini, dalla loro malinconica
esistenza di vecchi, ormai
tanto vicina alla sconosciuta
dimensione, che spero, pur
senza crederci troppo, ristabilisca
l'equilibrio, dando a Cesare
quel ch'è di Cesare,
a Dio quel ch'è di
Dio, e a certi capi di Stato
quel che è dei medesimi.
Strappati e collocati, come
oggetti senza anima, sia pure
agli arresti domiciliari,
l'uno, Michael Seifert, in
un comune, già splendido,
ma ora ridotto a un sudicio,
fetido e impraticabile immondezzaio,
Santa Maria Capua Vetere;
e l'altro, Erich Priebke,
in un sobborgo di Roma.
Mi si potrebbe obiettare che
il tema ora trattato sarebbe
non pertinente all'istanza
d'impeachment. Ma così
non è, perché
non posso accettare con tranquillità
e senza turbamento del mio
spirito, il rilievo che, non
solo l'attuale capo dello
Stato, ma anche il suo predecessore,
Carlo Azeglio Ciampi, siano
rimasti indifferenti, il primo,
per la condizione dei due
vecchi soldati, e il secondo
per quella di Erich Priebke.
Il rilievo è carico
di significato e di sottintesi
impliciti, anche se non espressi,
e lascio il commento e le
conclusioni a chi leggerà.
Ma
io, nel mio piccolo, qualcosa
la propongo e l'auspico. Senza
ricorrere a provvedimenti
ad personam, come potrebbe
essere la concessione della
grazia, da escludere, nella
specie, per la insuperabile
faziosità comunista
e antifascista di chi dovrebbe
concederla, sarebbe sufficiente
approvare una disposizione
generale, da inserire definitivamente
nel nostro ordinamento penale,
che disponga, in particolare
nei confronti di condannati
con sentenza definitiva per
motivi politici, oppure per
fatti verificatisi in periodo
bellico, l'estinzione della
pena al compimento dell'ottantesimo
anno. Una disposizione accettabile
anche da certi palati schizzinosi
dei potenti di turno, sperando
che qualcuno prenda a cuore
un problema di così
grande importanza umana, etica,
sociale e civile, e si faccia
parte attiva per la sua realizzazione.
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