La
lunga strada verso Marzabotto
Una mezza verità è
una menzogna intera
17.10.08
- Invito il lettore prima
di addentrarsi nella lettura
di questo articolo, di soffermarsi
su quanto ha scritto il fascista
antifascista Giorgio Bocca
nel suo "Storia dell'Italia
partigiana": <Il
terrorismo ribelle non è
fatto per prevenire quello
dell'occupante, ma per provocarlo,
per inasprirlo. Esso è
autolesionismo premeditato:
cerca le ferite, le punizioni,
le rappresaglie per coinvolgere
gli incerti, per scavare il
fosso dell'odio. E' una pedagogia
impietosa, una lezione feroce>.
****
Il film "Miracolo
a Sant'Anna" di Spike
Lee, di recente in proiezione
nelle sale cinematografiche
italiane, ha sollevato un
tale vespaio su fatti avvenuti
nel lontano 1944, che avverto
la necessità di riproporre
un mio studio su quegli avvenimenti.
Come il lettore potrà
constatare si tratta di Storia
e come tale suffragata di
documentazione e testimonianze.
Sono stati eventi veramente
tristi, da qualsiasi lato
li si vogliano esaminare.
****
Qualche lettore avrà
pur visto la trasmissione
televisiva "Blu Notte"
condotta dal bravo Carlo Lucarelli
nella serata del 2 settembre
2007, dal titolo "L'armadio
della vergogna".
Lucarelli, tracciando la storia
di questo "armadio
tenuto nascosto"
da decine di anni, attenzione!
Dai Governi di Destra e di
Sinistra, "armadio"
che conterrebbe documenti
delle atrocità commesse
dai nazisti e dai "repubblichini
di Salò" (sic).
Ebbene, Lucarelli ha toccato
vari argomenti che vanno dalle
stragi di Marzabotto alle
Fosse Ardeatine, dall'Isola
d'Arbe (perché Lucarelli
non l'ha chiamata col nome
di oggi: Rab e il racconto
sarebbe stato più veritiero),
ai gas gettati sugli etiopi,
dal campo di Fossoli alle
stragi della Xa Mas e così
di seguito.
Ritengo opportuno, pertanto,
prima di entrare in argomento
presentare quanto andrò
a scrivere in più capitoli,
capitoli che saranno trattati
nei prossimi numeri del giornale.
Cominciamo con MARZABOTTO.
Lucarelli ha esordito affermando
che alla strage hanno partecipato
anche elementi della Xa Mas;
è la stessa menzogna
presentata da un collega di
Lucarelli e precisamente da
Arrigo Petacco. Ed ora entriamo
in argomento.
Arrigo Petacco il 15 luglio
1989 presentò in televisione
una delle settimanali trasmissioni
"I giorni della storia",
la "storia delle mezze
verità" naturalmente,
la stessa "storia"
presentata dal Lucarelli.
Sul video apparve una signora
presentata da Petacco esattamente
con queste parole: <La
signora Clara Cecchin aveva
otto anni il 19 agosto 1944,
abitava a Valla, vicino S.
Terenzio Monti, sulla strada
per Marzabotto. Il suo paese
fu visitato il 19 agosto 1944
dal famoso maggiore Reder
dell SS con i suoi uomini
e molti fascisti: G.N.R.,
Brigate Nere, forse anche
Xa Mas che lo accompagnavano
per fare quello che potete
immaginare
>.
A questo punto Petacco diede
disposizioni di immettere,
in video, un breve filmato
sull'episodio, quindi riprese
la trasmissione in diretta
e riferendosi alle vittime
disse: <Gente normale,
bambini piccoli, anche feti,
perché i fascisti e
i tedeschi sventrarono anche
alcune donne incinte. Sì,
c'erano anche i fascisti e
li comandava un certo Ludovici>.
Indicando il nome "Ludovici",
Petacco passò dalla
"mezza verità"
che da sola è una menzogna,
alla seconda "verità"
che si trasforma in "Verità".
Se dimostrata.
Andiamo avanti. Petacco passò
la parola alla signora Cecchin
che testimoniò efficacemente
il dramma da lei vissuto.
In quel massacro dove persero
la vita 107 persone la signora
Cecchin fu l'unica miracolosamente
sopravvissuta. Nella sua chiara
e raccapricciante esposizione,
sempre pungolata da Petacco,
la signora Cecchin nominò
sette volte i "tedeschi"
e mai i "fascisti".
Terminata la testimonianza
della superstite, Petacco
riprese: <La lunga striscia
di sangue tracciata da Reder
e dai suoi dalla Versilia
su in Lunigiana fino a Marzabotto,
non fu un atto di ferocia
gratuita, aveva un suo disegno
strategico. I partigiani erano
diventati una forza importante.
Impegnavano tre divisioni
tedesche e i tedeschi non
avevano molte divisioni a
disposizione sulla Linea Gotica,
che era a ridosso della linea
di sangue tracciata da Reder.
Kesselring voleva avere le
spalle al sicuro, quindi diede
ordine a Reder di fare terra
bruciata e spargere il terrore.
I partigiani in quel momento
erano già forti, potevano
contare su circa 80.000 uomini
impegnati in tutto il Nord
Italia. Operavano ormai da
mesi perché le prime
formazioni erano nate subito
dopo l'armistizio nel tardo
autunno del '43>.
Nell'accusa lanciata da Petacco
circa la presenza di "fascisti"
nelle stragi, per quante ricerche
abbiamo fatto, ci risulta
che nessun "fascista"
o componente dell'esercito
della Rsi, abbia partecipato
a quella serie di massacri.
Ne "I giorni dell'odio"
pag. XXIV Alberto Giovannini
attesta: <Uno degli
episodi più noti della
rappresaglia tedesca è
rappresentato dalla strage
di Marzabotto. Una cosa che
al riguardo non è detta
nella commemorazione ufficiale,
è però che,
con la popolazione locale,
furono massacrati il cappellano
delle Brigate Nere di Bologna
e alcuni fascisti che, conosciute
le intenzioni germaniche,
si erano precipitati a Marzabotto
per tentare, in qualche modo,
se non di evitare, almeno
di ritardare la feroce esecuzione
di massa>. Mancano,
purtroppo, più approfondite
prove su questa interessante
testimonianza. Infatti, se
quanto riferito da Giovannini
rispondesse a verità,
si vorrebbe far passare per
assassini, secondo la tesi
di Petacco, coloro che, in
effetti, sarebbero dei martiri.
Altra dichiarazione, simile
a quella fornita di Giovannini
ci viene riferita da Angelo
Carboni nel "Elia
Comini e i confratelli martiri
di Marzabotto" pag.
86: <Un giovane, allora
studente di Teologia, Alfredo
Carboni, mi racconta come
la vigilia di San Michele,
il 28 settembre '44, trovandosi
nella località Fornace
poco sotto la chiesa parrocchiale
di Salvaro, un soldato della
Guardia Repubblicana, già
suo compagno di scuola alle
elementari, di cui non può
citare il nome, gli disse
chiaramente: "O Alfredo,
scappa e mettiti in salvo,
perché domani ci sarà
qui una tale razzia, che non
resterà nemmeno il
filo per tagliare la polenta">.
Frase caratteristica questa
del nostro Appennino per significare
che non sarebbe rimasto nulla.
Quale è stata la lunga
striscia di sangue tracciata
da Reder? Chi era Reder e
quali furono le giustificazioni
dei tedeschi per tante atrocità?
Per una serena valutazione
storica che non debba risentire
di condizionamenti emotivi,
è necessario immergersi
in quel drammatico periodo
che fu la guerra fra il '43
e il '45. In quegli anni l'attività
partigiana si manifestava
nel Centro Nord Italia con
imboscate, attentati alle
vie di comunicazione, colpi
contro singoli soldati o civili.
Questi fatti, che i partigiani
chiamavano "azione
di guerra" lasciano
comunque comprendere le cause
che portarono a spietate rappresaglie
nell'Appennino emiliano. A
seguito di queste "azioni
di guerra", il Maresciallo
Kesselring, comandante supremo
delle forze tedesche in Italia,
lanciò, il 1° agosto
1944, un manifesto con il
quale avvertiva che qualora
quelle "azioni"
fossero continuate di aver
<impartito alle proprie
truppe i seguenti ordini:
1) iniziare nella forma più
energica l'azione contro le
bande armate di ribelli, contro
i sabotatori
2) costituire una percentuale
di ostaggi in quelle località
dove risultano esistere bande
armate e passare per le armi
i detti ostaggi tutte le volte
che nelle località
stesse si verificassero atti
di sabotaggio>.
Kesselring era un soldato
d'onore, ma chi eseguì
gli ordini non lo era.
Kesselring, nel compilare
il sopraccitato ultimatum,
si riferiva alle Convenzioni
Internazionali firmate da
quasi tutti i Paesi; tra questi
la Germania e l'Italia. Dal
volume "Diritto Internazionale"
alla voce "Combattenti"
fra l'altro si legge: <Sulla
base delle Convenzioni de
L'Aja del 1899 e del 1907
sulla guerra terrestre (
)
si possono classificare quattro
categorie di legittimi combattenti.
Nella prima rientrano i militari
delle Forze Armate regolari
di uno Stato belligerante,
purché indossino una
uniforme conosciuta dal nemico,
portino apertamente le armi,
dipendano da ufficiali responsabili
e dimostrino di rispettare
le leggi e gli usi di guerra
(
).
Gli illegittimi combattenti
vengono dovunque perseguiti
con pene severissime e sono
generalmente sottoposti alla
pena capitale. Nella guerra
terrestre i franchi tiratori
che operano nelle retrovie
nemiche, infiltrandosi alla
spicciolata sotto mentite
spoglie, vengono passati per
le armi in caso di cattura.
Lo stesso dicasi per i "sabotatori">.
Sempre dal "Diritto
Internazionale",
voce "Rappresaglia":
<La rappresaglia si
qualifica innanzitutto come
"atto legittimo"
(
). La rappresaglia
condotta obiettivamente illecita,
diventa, per le particolari
circostanze in cui viene attuata,
condotta lecita. La rappresaglia
è, fondamentalmente
una "sanzione",
cioè una reazione all'atto
illecito e non un mero atto
lecito, la cui liceità
deriva dall'esistenza di un
precedente atto illecito (,,,),
Poiché la rappresaglia
si pone come "risposta"
ad un atto illecito, per essere
legittima deve obbedire a
queste condizioni: vi deve
essere stata lesione di un
diritto o di un interesse
giuridico dello Stato autore
e deve essere mancata la riparazione
(
). Non può mai
violare le leggi umanitarie,
cioè fondamentali ed
elementari esigenze di umanità
(
). La scelta delle
misure da infliggere spetta
allo Stato offeso. Questo,
però, prima di passare
all'azione, deve assicurarsi
che l'offensore non voglia
o non possa riparare il danno
(
). Compiuto inutilmente
questi passi, potrà
applicare le misure che meglio
crederà, uniformando
però la sua condotta
alle condizioni di legittimità
che abbiamo sopra esposte
(
). La rappresaglia
è, cioé, un
atto di violenza isolato nel
tempo e nello spazio, avente
lo scopo di imporre il rispetto
del diritto in relazione ad
una violazione subita, sì
che possa cessare appena riparata
l'offesa. La nostra legge
di guerra, approvata con R.D.8-VII-1938
n. 1415, regola poi la materia
delle ritorsioni e delle rappresaglie
in tempo di guerra con gli
art.: 8-9-10, All. A (1)".
Come postilla è interessante
riportare quanto previsto
sempre dal "Diritto Internazionale">.
<5 (
). L'art.
33 della IV Convenzione di
Ginevra del 1949, in deroga
a quanto prima era consentito
dall'art. 50 dei regolamenti
de L'Aja del 1899 e del 1907,
proibisce in modo tassativo
le misure di repressione collettive,
di cui si ebbe abuso delittuoso
nell'ultimo conflitto>.
Dettato completamente dimenticato
dai russi in Afghanistan,
dagli americani in Vietnam,
in Somalia e, ancor oggi in
Irak; senza dimenticare le
operazioni di spietata rappresaglia
commessi dagli israeliani
contro i palestinesi. Così
si verifica che mentre si
continua a condannare militari
che operarono il "Diritto
di rappresaglia",
quando questo era previsto
dalle leggi, oggi, che è
proibito "tassativamente"
nessuno ne risponde ed il
mondo si è dimenticato
di quanto le leggi prescrivono.
Stabilite le parti essenziali
del "Diritto Internazionale",
come si presentava il fenomeno
partigiano nel territorio
bolognese?
Le azioni partigiane, fra
la fine del '43 e gli inizi
del '44, furono isolate e
a carattere individuale fino
all'attentato condotto contro
il Federale Eugenio Facchini,
ucciso con sette colpi di
pistola il 26 gennaio 1944
a Bologna.
Agli inizi di quell'anno i
socialisti non disdegnavano
di continuare il dialogo,
iniziato da tempo, con esponenti
della Rsi e si mantennero
quindi decisamente neutrali.
Furono i comunisti a prendere
con decisione l'iniziativa
di condurre la lotta contro
il fascismo anche se, gradualmente
seguirono tutti gli altri
partiti, per non perdere l'opportunità
di schierarsi dalla parte
di coloro che avrebbero, poi,
vinto la guerra.
Sulle montagne si organizzarono
bande di partigiani, delle
quali parleremo più
avanti.
Nelle città i comunisti
riuscirono costituire gruppi
di guerriglia. Nei primi mesi
del '44, a Bologna, i comunisti,
guidati da Giuseppe Alberghetti,
nome di battaglia "Cristallo",
furono i primi a raccogliere
adesioni per la nuova forma
di guerriglia.
E' opportuno riportare la
tecnica adottata dai comunisti
per radicalizzare la guerra
civile, specialmente nell'Emilia
e, come giustamente rileva
Giorgio Pisanò nella
sua "Storia della
Guerra Civile in Italia",
a pag. 1162, osserva: <(...).
Una tecnica che trova ancora
oggi la sua spietata applicazione
in ogni Paese del mondo dove
i comunisti tentino la conquista
del potere>.
Per capire con quale determinazione
i comunisti applicarono quella
"tecnica",
anticipiamo che nelle sole
strade di Bologna furono uccisi,
in attentati, più di
450 fascisti o "presunti
tali". I comunisti,
con queste azioni, si aspettavano
spietate rappresaglie, ma
queste, sia per gli ordini
di Mussolini, sia per il sangue
freddo dimostrato dai Prefetti,
furono rare e, in ogni caso,
mai proporzionate alle perdite
subite.
Per capire quale fosse la
tecnica che i comunisti intendevano
porre in essere, proponiamo
un ampio stralcio del libro
"7° Gap"
di Mario De Micheli - Edizioni
Cultura Sociale, Roma 1954:
<Sin dall'ottobre 1943
il partito comunista aveva
preso l'iniziativa di costituire
le "Brigate d'assalto
Garibaldi" e i "Gruppi
d'azione patriottica":
le brigate dovevano operare
sulle montagne, i gruppi dentro
la città (
).
I "Gap" dovevano
essere gli arditi della guerra
di liberazione, soldati senza
divisa (
). Essi dovevano
combattere in mezzo all'avversario,
mescolandosi ad esso, conoscerne
le abitudini e colpirlo quando
meno se lo aspetta (
).
I complici del fascismo e
del tedesco non avrebbero
più dovuto trascorrere
i loro giorni indisturbati,
in quiete e tranquillità;
avrebbero, invece, dovuto
vivere d'ansia, guardandosi
continuamente attorno, trasalendo
se qualcuno camminava alle
loro spalle. Portare la morte
a casa del nemico era insomma
la direttiva con cui sorgevano
i "Gap" (
)>.
Ecco come i capi comunisti
riuscirono a superare gli
scrupoli morali che nascevano
negli animi dei componenti
dei "Gap": <(
).
Creare la mentalità
dell'attacco armato sull'uomo
fu oltremodo difficile, occorreva
vincere scrupoli e inquietudini
morali oltreché il
timore dello scontro diretto
col nemico. Se può
essere abbastanza semplice
nel fuoco del combattimento,
"a sangue caldo"
diciamo, colpire e uccidere,
non è altrettanto semplice
colpire a sangue freddo con
studio, premeditazione e calcolo
(
). Il partito dovette,
dunque, far sentire la sua
volontà in maniera
energica, dovette ancora una
volta intervenire, illuminare,
spiegare (
). E' opportuno
aggiungere che in quell'epoca
non si era ancora creato quel
clima di eroismo (?) che ha
poi permesso tante memorabili
gesta (
). Ai primi di
gennaio, a Bologna, erano
stati organizzati soltanto
una decina di uomini con questi
criteri. Dieci uomini divisi
in due squadre. S'incominciò
col deporre le bombe a scoppio
ritardato nei luoghi di residenza
del nemico. La prima bomba
di questo tipo fu collocata
alla finestra del Comando
tedesco di Villa Spada, I
tedeschi, che ancora non si
attendevano colpi del genere
in Bologna, furono irritatissimi.
Lanciarono un manifesto carico
di minacce e imposero il coprifuoco
dalle 18 alle 6 del mattino:
era il 18 gennaio (
)>.
E' difficile credere che i
capi e gli organizzatori di
queste "eroiche"
azioni non conoscessero quanto
previsto nelle "Convenzioni
Internazionali di Guerra"
e le relative deliberazioni
del diritto di rappresaglia.
Tutto lascia credere, invece,
che si volesse giungere ad
estreme esasperazioni per
ovvie finalità politiche
che certi ambienti son riusciti,
nel corso degli anni e sino
ai nostri giorni, a così
ben sfruttare.
Ecco in merito, qualora non
fosse sufficiente quanto scritto
dall'ex fascista ed ex partigiano
Giorgio Bocca (in merito alla
ricerca della rappresaglia)
quanto si legge nel già
citato "7° Gap":<L'ostacolo
più grande da sormontare
per il timore delle rappresaglie
contro la popolazione, il
pensiero che per un'azione
militare compiuta contro un
tedesco o un fascista decine
d'inermi e di innocenti sarebbero
stati giustiziati. Allora
non era ancora evidente a
tutti che l'unico modo per
stroncare il terrorismo (!)
dei nazifascisti fosse quello
di non dar tregua al nemico,
di raddoppiare i colpi (
)>.
Così operavano i "gappisti"
in città.. Come agivano
invece, le "brigate"
in montagna e principalmente
nei più vicini contrafforti
appenninici nei pressi di
Bologna?
In questa località
ed esattamente fra i fiumi
Reno e Setta, operava, fra
il settembre '43 ed il settembre
'44 la formazione armata dei
partigiani della "Stella
Rossa", denominata
"Brigata"
posta agli ordini di Mario
Musolesi di anni 29. La leggenda
racconta che (dalla citata
opera "Storia della
guerra civile in Italia"
pag. 1176): "i partigiani
si batterono con coraggio
leonino contro le S.S. e difesero
i monti di Marzabotto palmo
a palmo, seminando il terreno
di uomini caduti con le armi
in pugno: anche il comandante
della "Stella Rossa"
restò fulminato da
una raffica nemica; ma alla
fine questi eroi furono sopraffatti
e i superstiti riuscirono
a stento a raggiungere le
linee anglo-americane... i
tedeschi si scagliarono come
bestie feroci contro la popolazione
civile della zona e 1850 innocenti
caddero massacrati confondendo
il loro sangue con quello
dei gloriosi partigiani rossi...".
A commento di quanto sopra
Pisanò continua: "Ma
se questa è la leggenda
ben altra è la verità".
Infatti la verità è
completamente diversa. I partigiani
uccidevano in agguati tedeschi
isolati, fascisti in divisa
e non. I tedeschi, guidati
da Reder, regolarmente scagliarono
la loro ira contro le popolazioni
indifese e non solo nella
zona di Marzabotto come vedremo
appresso.
Si chiede Don Carboni nell'opera
già citata (pag. 32):
"Si era in tempo di
guerra: la guerra ha le sue
tremende leggi di sterminio
e di vendetta: se ammazzate
un tedesco (che importanza
aveva l'ammazzare un tedesco
nello svolgimento e nell'economia
generale della guerra?) verranno
fucilati dieci civili... Chi
dobbiamo ringraziare noi,
parenti delle vittime, delle
reazioni tedesche? Non certo
gli eroi che le provocarono
e dopo si eclissarono dandosi
alla fuga!". Questa
è la domanda di don
Carboni, giusta e naturale:
"Che importanza aveva
ammazzare un tedesco?".
Questa domanda va trasferita
e analizzata nel contesto
politico del disegno organico
costruito dai più alti
vertici del comunismo internazionale:
uccidere un tedesco (o un
fascista), attendere la rappresaglia
e, di conseguenza, guidare
il terrore e l'odio dei civili
nella direzione desiderata
e atteggiarsi, quindi, a giudici
e vendicatori di tante vittime
innocenti. Non possiamo che
dar atto della loro cinica
abilità.
Ma cosa accadde esattamente
a fine settembre 1944 nella
zona di Marzabotto?
Ancora dal volume "I
confratelli Martiri di Marzabotto"
pag. 34: <Va pure ricordato
che qualche giorno prima della
strage qualcuno, segretamente,
aveva avvertito la popolazione
della imminente rappresaglia,
ma quando si seppe che c'erano
famiglie di agricoltori decisi
ad abbandonare tutto, per
mettersi in salvo, i partigiani
li minacciarono con queste
parole: "se non vi uccidono
loro, vi uccidiamo noi se
andate via: qui ci siamo noi
a difendervi!" .
Questa testimonianza è
stata resa da Bruno Paselli,
agricoltore di San Giovanni
di Sotto di Casaglia...>.
Dato che i fascisti non parteciparono
mai ad azioni di stragi, tralasciamo
la lunga lista di "azioni
di guerra" condotta
dai partigiani nel colpire
i militari fascisti (o supposti
tali), in quanto desideriamo
seguire la storia del maggiore
Walter Reder e delle sue S.S.,
principalmente, ma non solo
nella zona di Marzabotto.
La brigata partigiana "Stella
Rossa" nella primavera
del '44 raggiunse la cifra
di 500 effettivi. <Si
trattava in gran parte di
comunisti o simpatizzanti
comunisti che non tardarono
ad assimilare gli spietati
sistemi di guerriglia instaurati
dagli emissari del P.C.I.>.
Gli attentati contro militari
tedeschi iniziarono con proditoria
sistematicità. A Rioveggio
due ufficiali tedeschi stavano
passeggiando con due ragazze.
Furono presi alle spalle e
uccisi. I nazisti concessero
24 ore affinché gli
autori dell'attentato si presentassero,
dopodiché scelsero
11 ostaggi. Da quel che si
dice a Rioveggio gli attentatori
erano del luogo, eppure lasciarono
fucilare senza intervenire
11 innocenti.
I partigiani continuarono
ad uccidere tedeschi e fascisti
isolati.
Racconta Don Alfredo Carboni,
parroco a Ronca di Monte S.
Pietro. Di questi fatti poco
eroici se ne verificarono
decine. A Gabbiano di Monzuno,
per esempio, due tedeschi
che stavano acquistando uova
dai contadini furono sorpresi
da una pattuglia partigiana
comandata da un certo "Aeroplano".
I tedeschi capirono subito
di non essere in grado di
opporre resistenza e alzarono
le mani in segno di resa.
Ma i comunisti spararono ugualmente
uccidendone uno. L'altro venne
trascinato prigioniero alla
base partigiana. Conoscendo
la ferocia dei guerriglieri
il soldato tedesco tentò
inutilmente di impietosirli
mostrando anche le fotografie
della moglie e dei suoi due
bambini. Lo legarono con i
piedi ad un paletto e gli
inchiodarono le mani trafiggendole
con due pugnali. Poi lo lasciarono
morire così.
Il parroco di Riposa (un comune
Bologna), Don Libero Nanni,
nativo del luogo dove si verificò
un altro barbaro massacro,
nel quale trovarono la morte
anche suoi intimi parenti,
si fece promotore di far erigere
un tempietto titolato "Monumento
Sacrario ai Caduti di Piano
di Setta". Nel quarantesimo
anniversario dell'eccidio
fu scoperto un cippo marmoreo
e una lampada votiva dalla
fiamma sempre accesa. A ricordo
dell'evento fu distribuito
fra i presenti un foglio commemorativo
ove fra l'altro si legge:
<Una pagina di storia
quasi dimenticata. "Nel
lontano luglio del 1944, nel
turbine della guerra sempre
più distruttrice, l'alta
valle del Setta e precisamente
piano di Setta, fu scossa
improvvisamente dalla feroce,
fulminea, terrificante rappresaglia,
che seminò morte, incendi,
rastrellamenti">.
Nella notte del 20 luglio,
in un breve scontro fra partigiani
e tedeschi (era una colonna
che raggiungeva il fronte
lungo la statale del Setta)
ci furono feriti e morirono
due tedeschi. Il 21 luglio
trascorse lento e cupo; la
mattina successiva si scatenò
la rappresaglia: rastrellati
gli uomini, razziato il bestiame,
le donne e i bambini terrorizzati:
gli anziani uccisi in un numero
quasi imprecisato: forse 20.
L'età? Dai 60 agli
80 anni!
<Tutta la valle fu percorsa
dal pianto e dal terrore...
Era la prima, grossa rappresaglia
nella Provincia di Bologna,
preludio alla grande rappresaglia
di San Martino, Monte Sole,
Casaglia, Gardelletta, Marzabotto,
Pioppe di Salvaro, San Vincenzo,
Piano di Setta - 15 luglio
1944".
Non si presentò alcuno
a rivendicare la responsabilità
dell'attentato né da
parte dei partigiani fu tentato
alcunché per salvare
gli ostaggi>.
Il 23 luglio 1944 a Pioppe
di Salvaro fu ucciso un altro
tedesco. Furono rastrellati
10 infelici e uccisi a colpi
di mitra. Né l'autore
(o gli autori) dell'uccisione
del tedesco, si presentò
per salvare gli ostaggi né
un colpo di fucile fu sparato
dagli uomini del "Lupo"
per salvare quegli innocenti.
L'attività della Brigata
partigiana "Stella
Rossa" è un
perpetrare di fatti del genere.
Non va dimenticato che, nel
frattempo, si susseguivano
attentati mortali contro fascisti
(o supposti tali) isolati.
Ecco, ad esempio, quanto riporta
uno dei "bollettini
di guerra" diramato
dalla "Stella Rossa":
<10 agosto: "Una
pattuglia del 4° distaccamento
procedeva al fermo del fascista
Bertoletti Duilio in località
Farneto. È stato in
seguito giustiziato";
"11 agosto: Una pattuglia
del 1° distaccamento procedeva
al fermo di un fascista repubblichino
in permesso a Castel dell'Alpi.
Veniva recuperato un moschetto
con relative munizioni. Il
fascista veniva più
tardi passato per le armi";
"14 agosto da una nostra
pattuglia veniva catturato
il fascista Zagnoni Lucio
che veniva giustiziato">.
E così di seguito.
Tornando alle azioni che riguardavano
la guerriglia contro i tedeschi,
si legge sull' "Indicatore
Partigiano" n. 4
del 1949, ove viene riportato
uno dei "Bollettini
di guerra" della
"Stella Rossa":
"1 agosto: Nostra
pattuglia in servizio esplorativo
si scontrava, nei pressi di
Castel d'Alpe, con una pattuglia
guardafili tedesca composta
da un sottufficiale e un soldato.
All'intimazione dell' altolà
tentarono di fuggire. Venivano
presi, interrogati e confessavano
di trovarsi in servizio. Venivano
passati per le armi".
Pisanò osserva: "...
lo strano principio, contrario
alle norme e alle convenzioni
accettate in qualsiasi Paese
e da qualsiasi esercito, in
base al quale dei soldati
fatti prigionieri potevano
essere fucilati perché
"confessavano di trovarsi
in servizio"".
Ad ogni azione di questo tipo
seguivano rappresaglie con
incendi, distruzioni, massacri
di ostaggi: sette fucilati
a Molinelle di Veggio, dieci
a Molpelle. Pochi giorni dopo
tredici a Pontecchio di Sasso
Marconi e così di seguito.
Nessun partigiano osò
alcunché per tentare
di salvare quella povera gente.
Eppure si trovavano nei pressi,
ed erano numerosi.
Nel frattempo la guerra continuava
e la pressione degli alleati,
a sud di Bologna si stava
intensificando: il comando
tedesco aveva necessità
di avere le spalle sicure
e le strade senza minacce
di attentati.
I tedeschi inviarono negli
accampamenti dei partigiani
della "Stella Rossa"
alcuni parlamentari con la
proposta che, se i partigiani
fossero rimasti al loro posto,
senza intraprendere azioni
di disturbo contro i tedeschi
questi, a loro volta, si impegnavano
a non iniziare alcuna rappresaglia.
I parlamentari tedeschi furono
trucidati. Questo fatto indusse
il Comando germanico ad agire
con la più grande decisione.
E veniamo ai terribili giorni
di fine settembre 1944 e alla
cosiddetta "Strage
di Marzabotto".
Marzabotto fu insignita di
Medaglia d'oro al valor militare
con la seguente motivazione:
"Incassata fra le
scoscese rupi e le verdi boscaglie
dell'antica terra etrusca,
Marzabotto preferì
ferro fuoco e distruzione
piuttosto che cedere all'oppressore.
Per quattordici mesi sopportò
la dura prepotenza delle orde
teutoniche che non riuscirono
a debellare la fierezza dei
suoi figli, arroccati sulle
aspre vette di Monte Venere
e di Monte Sole sorretti dall'amore
e dall'incitamento dei vecchi,
delle donne e dei fanciulli.
Gli spietati massacri degli
inermi giovanetti, delle fiorenti
spose e dei genitori caduti
non la domarono ed i suoi
1830 morti riposano sui monti
e nelle valli a perenne monito
alle future generazioni di
quanto possa l'amore per la
Patria".
Abbiamo visto che alcune persone
avevano preavvisato la popolazione
dell'imminenza di un grande
rastrellamento, dato che proprio
in quei giorni nella zona
di Marzabotto apparve un manifesto,
un vero ultimatum, a firma
delle SS und Polizeifuehrer-Oberitalien-West,
ove, fra l'altro, era chiaramente
indicato: "(...) 1)
chi aiuta i banditi è
un bandito egli stesso e subirà
lo stesso trattamento; 2)
tutti i colpevoli saranno
puniti con la massima severità
(..) ). Gli autori degli attentati
ed i loro favoreggiatoci saranno
impiccati sulla pubblica piazza.
Questo è l'ultimo avviso
agli indecisi ...".
Cosicché a seguito
di questi ammonimenti la popolazione
locale aveva iniziato ad allontanarsi
dalla zona. Come abbiamo precedentemente
indicato, i partigiani intervennero
e proibirono a quella povera
gente di mettersi in salvo
costringendola a tornare indietro
garantendo che, se i tedeschi
l'avessero minacciati, i partigiani
della "Stella Rossa"
l'avrebbero protetta.
Fra il 20 e il 25 settembre
era affluita nella zona una
formazione di "SS
Panzer Grenadieren"
della divisione "Reichsfuehrer",
ammontante ad 800 uomini circa.
Alla loro testa era il maggiore
Walter Reder.
Questi era un austriaco di
29 anni. Fu sospettato, a
suo tempo, di essere coinvolto
nell'assassinio del cancelliere
Dollfuss nell'operazione nazista
del 1934. Tentativo vanificato
dal deciso e pronto intervento
di Mussolini.
Durante l'estate del '44 la
brigata "Stella Rossa"
aveva raggiunto una forza
di 1500 uomini, ben armati
e riforniti dai continui lanci
aerei degli alleati.
La strage avvenne, come detto,
sulle alture delimitate dai
fiumi Reno e Setta e prese
il nome da Marzabotto.
I tedeschi iniziarono i rastrellamenti
all'alba del 29 settembre,
bruciando e massacrando senza
distinzione di sesso e di
età: Cresta di Gizzana,
81 morti; Canaglia, 148; Casa
Benuzzi, 38; Caprara di Marzabotto,
107; S. Giovanni, 47; Cradotto,
Prunaro e Steccala, 145: Cerpiano,
49; Sperticano, 13; Pioppe,
di Salvavo, 48. In totale
676 morti. E mentre si perpetravano
questi eccidi dove erano i
1500 partigiani?
Va detto che gli uomini del
"Lupo" (Mario
Musolesi) negli ultimi giorni
del settembre '44 erano in
attesa dell'arrivo degli alleati.
Avevano allentato la vigilanza
e tutti si erano dati a libagioni,
bevevano e dormivano con le
loro donne, convinti ormai
che, per loro, la guerra era
finita.
All'attacco dei tedeschi i
partigiani, anche per l'allentata
cautela, non tentarono alcuna
difesa e, mentre alcuni si
"ritirarono"
verso Monte Sole, altri fuggirono
verso le linee alleate. Chi
difese i civili dalla rabbia
teutonica? Ecco quanto racconta
il partigiano Guerrino Avani
in "Marzabotto parla",
nelle pagine 46-47: "Prima
dell'alba del 29 settembre,
assalita da soverchianti forze
nemiche la brigata si trovò
stretta in una morsa di fuoco.
Dopo alterne vicende, una
parte di noi fu asserragliata
sulla cima scoperta di Monte
Sole, chiusa in una trappola
impossibile da infrangere
date le nostre scarse forze
(?) in confronto al numero
e all'armamento del nemico...
Dalla cima del monte, col
binocolo seguivo i movimenti
dei "nazifascisti"
(?). Appena giorno, avevo
contato 54 grandi falò
di case isolate o a gruppi,
bruciare intorno, vicino e
lontano. Dal mio posto di
osservazione vidi quanto i
nazisti fecero nel Cimitero
di Casaglia, la gente ammucchiata
fra le tombe e loro che preparavano
le mitraglie. Provammo a sparare,
ma la distanza era troppa
per un tiro efficace (perché
non si avvicinarono? n.d.r.)
... Vidi cinque nazisti trascinarsi
dietro sedici donne legate
una all'altra con un grosso
cavo; una stringeva al petto
un bimbo di pochi mesi...
Era per noi straziante assistere
a fatti simili, impotenti
a intervenire e tale visione
terribile era più debilitante
che il fuoco nemico"..
Ecco il giudizio nel già
citato volume di Angelo Carboni,
a pag. 50: "(...).
La verità è
una sola: i partigiani della
"Stella Rossa" provocarono
coscientemente le rappresaglie
tedesche, lasciando incoscientemente
che le SS massacrassero centinaia
di civili né mai poterono
ritornare sui luoghi seminati
dalle vittime da loro provocate".
Per una più esatta
valutazione delle persone
che componevano la brigata
"Stella Rossa"
va ricordato che, "come
qualcuno ha raccontato",
ai primi colpi dell'attacco
tedesco, alcuni partigiani,
approfittando della occasione,
uccisero il loro capo Mario
Musolesi detto "Lupo"
per rubargli un tesoro che
questi aveva accumulato per
distribuirlo, diceva, a guerra
finita, per alleviare le sofferenze
di coloro che, dalla guerra,
avevano subito più
dolorose conseguenze. Quindi
è una mistificazione
quello che sostengono i partigiani
e, cioè che il Lupo
cadde combattendo eroicamente
per contrastare l'attacco
delle SS.
Altra montatura riguarda il
numero dei caduti nell'"Eccidio
di Marzabotto" indicato
in 1830 vittime, cifra imposta
dai partigiani a guerra finita.
Ma la mistificazione apparve
palese quando risultarono
fra le vittime, persone ancora
in vita, caduti nella prima
Guerra Mondiale, deceduti
per polmonite o per bombardamenti
e, addirittura, nomi di fascisti
uccisi durante (e dopo) la
guerra civile.
Scrive al riguardo Pisanò,
a pag. 1136 dell'opera già
citata: "E sufficiente
del resto una rapida visita
al Sacrario inaugurato a Marzabotto
nel 1961 per rendersi conto
della mistificazione comunista.
Nel Sacrario, infatti, sono
raccolte solo 808 salme. Di
queste. però, 195 sono
di persone che morirono per
scoppi di mine, e di militari
deceduti nella Prima Guerra
Mondiale: solo circa seicento
appartengono a vittime del
massacro...".
Il1 primo ottobre 1944, quindi
a poche ore dall'eccidio,
il Rag. Grava, segretario
comunale di Marzabotto, inviò
un dettagliato rapporto alle
autorità di Bologna
e si presentò al vice
prefetto De Vita che non credette
al racconto del Grava e minacciò
di farlo arrestare.
Il povero segretario comunale
di Marzabotto descrisse con
tanta concitazione "lo
spettacolo terrificante"
da non essere creduto, tanto
che lo stesso "Resto
del Carlino" smentì
"(...) le solite voci
incontrollate prodotto tipico
di galoppanti fantasie in
tempo di guerra (..).".
Oppure ordini superiori imposero
di sconfessare, quanto, in
effetti, era avvenuto.
Ma molti profughi, fuggiti
dalle zone colpite dalle rappresaglie,
si riversarono nelle città
del Nord e quelle notizie
non poterono non giungere
sino a Mussolini.
A questo punto, per meglio
fotografare i fatti nel loro
insieme, riteniamo opportuno
tornare indietro nel tempo
e ripartire dal momento dell'arrivo
in Italia di Reder nel maggio
1944. Reder è reduce
dal fronte russo ove ha lasciato
il braccio sinistro e, per
questo, veniva soprannominato
"il monco".
Inizialmente il suo reparto,
il 16° battaglione della
16a divisione "SS
Panzer Grenadieren Reichsfuehrer",
si schiera sul fronte di Cecina-San
Vincenzo (Livorno) quindi,
a seguito della sia pur lenta,
ma persistente pressione degli
alleati, segue il ripiegamento
delle linee germaniche. Il
25 luglio Reder è sull'Arno,
il 9 agosto è a Pietrasanta.
Qui il suo reparto è
ritirato dal fronte e riceve
l'ordine di tener "pulito"
il retrofronte. Così
inizia la marcia dell'orrore
e sangue che lo guidò
dalla Toscana all'Emilia sino
a Marzabotto.
12 agosto: Sant' Anna di Stazzema
(Lucca) e zone circostanti,
560 morti. 19 agosto 1944:
Bardine S. Terenzio: a seguito
di un attacco di partigiani
ad un camion tedesco che procurò
ai nazisti la perdita di 16
militari, furono uccisi 53
civili.
Nello stesso giorno giunsero
a Valla 107 persone (solo
5 uomini) posti sotto un pergolato
e fucilati: in totale 160
innocenti trovarono la morte.
Il conto esatto: 10 per ogni
tedesco ucciso. Inutile ricordare
che non solo non sì
presentò mai alcun
autore degli attentati alle
autorità tedesche per
salvare gli ostaggi, ma mai
si arrischiò un intervento,
da parte dei partigiani, per
tentare di difendere i paesi
ed evitare le rappresaglie.
24 agosto 1944; Vinca, Gragnola,
Monte di Sopra, Ponte di Santa
Lucia, Branza di Cucina; in
questa zona, sembra che non
ci fossero partigiani, così
almeno attestava la sentenza
di condanna di Reder: <(...)
non c'erano partigiani, non
c'erano combattimenti... c'era
soltanto povera gente terrorizzata...">.
I tedeschi passarono per le
armi chiunque incontravano.
17 settembre 1944: Bergiola
(Carrara). Anche se non risulta
che Reder in persona prendesse
parte attiva alle stragi di
questa zona, è certo
che il suo reparto ne fu artefice.
107 persone furono trucidate
lungo le sponde del Frigido.
A Bergiola 72 le vittime,
in maggioranza donne e bambini.
(2)
E, infine, 29 settembre 1
ottobre: Marzabotto. E così
il cerchio si chiude.
E doveroso ricordare che fra
le tante centinaia di vittime
di quei tristi giorni: 95
erano sotto i 16 anni, 110
sotto i 10 anni, 22 di 2 anni,
8 di un anno e, addirittura,
15 lattanti.
Il 4 agosto nel ricevere l'ordine
di Kesselring di adottare
contromisure nell'attività
partigiana, il generale Wolf
- responsabile delle azioni
antiguerriglia - compilò
una circolare che terminava:
"L`onore del soldato
richiede che ogni misura di
repressione sia dura, ma giusta".
Da quello che abbiamo visto
la repressione risultò
al di là del limite
della schizofrenia omicida
e, quindi, decisamente ingiusta.
Il grado di brutalità
raggiunto forse è conseguenza
non intenzionale di una operazione
intenzionale. Ma le vittime
innocenti furono reali; ed
è altrettanto reale
che tutto fu pianificato per
cercare e procurare rappresaglie
per un preciso e ben disegnato
scopo politico.
Abbiamo visto con quale criterio
i tedeschi intendevano la
rappresaglia; e la voce di
tante atrocità giunse
fino a Mussolini, il quale
il 17 agosto inviò
una lettera all' ambasciatore
Rahn, con la quale protestava
violentemente per le azioni
poste in essere dalle S.S..
Nella lettera Mussolini evidenziava
i rapporti provenienti dalle
province colpite e così
esponeva il suo pensiero (stralcio
dalla lettera): "...
Dall'insieme delle segnalazioni
che vi ho fatto in questa
lettera, ne risulta che bisogna
finirla con le requisizioni
indiscriminate che hanno ridotto
alla miseria intere province,
finirla con le rappresaglie
indiscriminate ... insomma
bisogna dare ai 22 milioni
di italiani della valle del
Po la sensazione che esiste
una Repubblica, un Governo
e che tale Governo è
considerato alleato e il suo
territorio non è una
"preda bellica"
dopo 12 mesi dal riconoscimento
ufficiale da parte del Reich...
Occorre quindi che questo
sistema sia cambiato, poiché
in questa maniera non si riesce
a distruggere la piaga del
ribellismo, ma si fanno dei
nuovi clienti al ribellismo
stesso e si allontanano le
simpatie di quelli rimasti
a noi fedeli".
Questa lettera di Mussolini
trovò riscontro e simpatia
in Kesselring che emanò,
il 22 agosto, nuovi ordini
per reprimere, o almeno, moderare
il furore dei suoi soldati.
Egli faceva rilevare, fra
l'altro: "(...) Le
misure di rappresaglia i cui
effetti si ripercuotono in
ultima analisi sulla popolazione
civile anziché sui
ribelli. In dipendenza di
codeste azioni si è
venuto a cancellare in molti
la fiducia nelle Forze Armate
Germaniche... Sin da questo
momento bisogna che i capi
preposti alle azioni di rastrellamento
ricevano precise istruzioni
circa il modo di agire contro
la popolazione civile di paesi
infestati dai ribelli e circa
le misure di rappresaglia
da adottare contro i banditi...
In linea di massima le misure
di rappresaglia devono colpire
soltanto i ribelli e non la
popolazione civile innocente.
A questo riguardo mi appello
al senso di responsabilità
dei singoli comandanti...".
Abbiamo visto come le azioni
con attentati e colpi di mano
da parte dei partigiani siano
continuate e come da parte
tedesca si sia risposto disattendendo,
completamente, gli ordini
di Kesselring del 22 agosto.
Proprio nel mezzo delle nuove,
dissennate rappresaglie tedesche
il 15 settembre Mussolini
inviò una nuova, secca
nota di protesta a Rahn: "Ho
lo stretto dovere e insieme
il più profondo rammarico
di dovervi segnalare un'altra
serie di episodi di rappresaglia
avvenuti in questi ultimi
tempi in diverse parti del
territorio della Repubblica,
ad opera di reparti militari
o di polizia germanici. Richiamo
soprattutto la vostra attenzione
sul fatto che sono stati uccisi
molte donne e molti bambini
e incendiati interi paesi
gettando nella disperazione
più nera centinaia
di famiglie. Credevo che la
circolare diramata in data
22 agosto dal Feldmaresciallo
Kesselring avrebbe posto fine
alle rappresaglie cieche,
ma debbo constatare che si
continua con lo stesso sistema
... Come uomo e come fascista
io non posso più a
lungo sopportare la responsabilità,
sia pure soltanto indiretta,
di questo massacro di donne
e di bambini (...)".
Purtroppo, nonostante i ripetuti
e decisi interventi di Mussolini
presso Rahn, le azioni di
repressione continuarono con
sanguinoso crescendo fino
ai massacri della zona di
Marzabotto.
Una ancora più violenta
protesta di Mussolini chiamò
in causa direttamente Hitler;
questi predispose una commissione
d'indagine composta di varie
personalità diplomatiche
e di alti ufficiali i quali.
iniziarono immediatamente
le indagini.
Al termine di tali indagini,
la commissione provvide alla
sostituzione del Comandante
militare della piazza di Bologna
con la motivazione di aver
tenuto nascosti i fatti. Nella
relazione della commissione,
fra l'altro, era scritto:
"...(i tedeschi sono
dispiaciuti che) qualche donna
o bambino siano morti a Marzabotto,
ma si è trattato soprattutto
di fatalità, dato che
si trovavano asserragliati
nei rifugi dei partigiani".
Questa parte della relazione
non è davvero una valida
giustificazione per la folle
e, soprattutto indiscriminata
vastità delle stragi,
però, non possiamo
non ricordare, ancora una
volta, che nel momento in
cui i civili tentarono di
fuggire dalla zona, che poi
sarebbe diventato il teatro
delle stragi, i partigiani
della "Stella Rossa",
lo impedirono minacciandoli
e rassicurandoli: "Se
non vi uccidono loro vi uccidiamo
noi se andate via: qui ci
siamo noi a difendervi"!
E, dato che abbiamo visto
quanto sia valsa quella promessa
("noi a difendervi"!)
e tutto lo svolgersi delle
azioni successive, non può
non far nascere l'atroce sospetto
che quella minaccia-promessa
sia servita solo perché
i partigiani della "Stella
Rossa" intendessero
farsi scudo di poveri innocenti.
Altra obiezione potrebbe nascere
spontanea; perché alle
prime notizie di indiscriminate
stragi Mussolini non inviò
nelle zone "a rischio"
elementi militari della RSI
per proteggere dai tedeschi
(e dai partigiani) le popolazioni
minacciate? La risposta può
risultare ovvia: Mussolini
doveva evitare che la già
difficilissima convivenza
con "l'alleato"
degenerasse sino allo scontro
armato; cosa che, se questo
si fosse verificato, si sarebbe
esteso nel resto dell'Italia
del Nord con sviluppi imprevedibili.
È da notare, infatti,
che i combattenti repubblicani
schierati nei vari fronti,
dalla Liguria alla Dalmazia,
ignoravano quello che i tedeschi
stavano commettendo ai danni
della propria gente. È
facilmente immaginabile quali
sarebbero state le conseguenze
se le notizie fossero giunte
in tutti i reparti. Riteniamo
che per questo motivo Mussolini
abbia preferito tenere le
notizie circoscritte il più
possibile.
Gli effetti dell' armistizio
dell'8 settembre concedevano
a Mussolini ristretti margini
di manovra, ma si deve pur
riconoscere che, anche se
tali, seppe responsabilmente
sfruttarli. E quali furono
le ultime "azioni"
di Reder? Questi, a seguito
della firma della resa delle
truppe tedesche, fuggì
in Baviera e fu, dopo pochi
giorni, catturato dalle truppe
americane a Salisburgo.
Il governo Badoglio aveva
spiccato, sin dal gennaio
1945, ordine di cattura con
l'accusa di "criminale
di guerra". A carico
di Reder pesavano accuse per
sterminio di ebrei, fucilazioni
di comunisti polacchi e partigiani
russi.
Reder fu consegnato alle autorità
italiane e fu processato dal
Tribunale militare di Bologna.
La condanna, emessa nel 1951,
fu l' ergastolo. Nell'aprile
del 1967 Reder si rivolse
alla popolazione di Marzabotto,
dichiarandosi pentito. Il
Consiglio comunale di Marzabotto,
ascoltati i parenti delle
vittime e i superstiti, rifiutò
la liberazione.
Una serie di petizioni, provenienti
dalla Germania, dall'Austria
e dall'Inghilterra riproposero
la grazia per Reder. Questa
grazia fu concessa dopo alcuni
anni e dopo lunghe insistenze
e reiterate dichiarazioni
di pentimento.
Concludiamo ricordando la
requisitoria nel processo
di Bologna del Pubblico Ministero,
Maggiore Stellacci che disse
fra l'altro: "...Il
soldato si distingue dagli
assassini perché ha
un senso del limite della
propria azione".
Giudizio che ci trova assolutamente
consenzienti; ma, se deve
essere punito colui che commette
il male, altrettanto colpevole
è colui che potendo
evitare che il male venga
commesso, non si adopera a
questo scopo. Più spregevole
poi è colui che, per
il raggiungimento di una determinata
finalità, opera affinché
il male venga posto in essere.
***************************
1)
Cfr. Luisa Dinando, ass. Diritto
Internazionale Università
di Torino.
2) Reder non prese parte attiva,
secondo le testimonianze rese
dal partigiano Giannardi,
al processo contro lo stesso
Reder. Il responsabile principale
dei massacri fu il tenente
Fischer. Reder fu assolto
da altre imputazioni: