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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

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Filippo Giannini

CINICA  CORREITA’

Gli “Angeli del Bene” e l’”Olocausto”

 

     Un gentile lettore mi ha scritto: <Ho voluto scriverLe, perché ieri sera (24 ottobre), è stata trasmessa (non ho visto bene, ma ritengo su una rete RAI) l’intervista fatta al Console Zamboni e riguardante i famosi fatti del 1943, quando, durante il suo mandato come Console di Salonicco si adoperò per il salvataggio di numerosi appartenenti alla comunità ebraica del luogo. Ascoltando l’intervista, sono giunto alla personale conclusione, che la stessa è stata trasmessa perché vi è una domanda rivolta all’ex Console, che recita: “Lei era autorizzato dal Governo italiano ad emettere quei documenti provvisori? La risposta di Zamboni è NO!”.

   Ho subito capito che era proprio quella risposta che, a tanti anni di distanza, rendeva “divulgabile” quell’intervista. In pratica, con il solito buonismo di facciata si loda l’uomo, mentre con ricercata malafede viene implicitamente lanciato il messaggio mediatico che lascia in piedi le accuse storiche del coinvolgimento del fascismo nei confronti dell’Olocausto ebraico, in quanto si ammette che “il Console salvò gli ebrei, ma agendo in modo arbitrario, quindi contro il volere del Governo fascista”.>

   Il mio lettore elenca di seguito una serie di argomentazioni, tutte valide  (per chi vuol capire) che dimostrano che Mussolini era ben a conoscenza dell’operato del suo Console. Non davvero ultima, la seguente: <E’ altresì ovvio che se Mussolini non avesse “gradito” l’operato del Console Zamboni, lo avrebbe subito sollevato dall’incarico>.

   Poco prima della sua morte ebbi occasione di intervistare il Console Zamboni nella sua casa di Via Adda in Roma e posso attestare che egli ammirava l’operato di Mussolini e l’unico rimprovero fu che “era troppo buono”.

    Qualcuno obietterà che faccio facile propaganda del mio libro (accusa che rigetto perché si tratta di rivalutare l’onorabilità di un Giusto), ma in esso ho trattato per diverse pagine l’attività consolare a Salonicco svolta da Zamboni e dai suoi collaboratori: Mussolini sapeva e ci sono documenti, da me reperiti nell’Archivio del Ministero degli Esteri a Roma – e riportati nel testo – che dimostrano, non solo che Mussolini sapesse, ma che autorizzava quelle operazioni. Così come altra documentazione, sempre riportata nel volume, attestante che, mentre le frontiere dei Paesi democratici venivano ermeticamente chiuse ai fuggiaschi (ebrei e non), il Governo italiano (Mussolini) dette l’ordine di far passare tutti i profughi provenienti dai luoghi occupati dalle truppe germaniche. Questo è tanto vero che il giornalista Daniele Vicini, autore dell’inchiesta su questo argomento, non poté non esclamare a chiusura dell’articolo: <Strana dittatura quella fascista. Strana democrazia quella americana>.

   Ma in questa occasione desidero riportare uno stralcio, sempre dal mio volume, che dimostra quale cinismo albergasse negli animi degli “Angeli del Bene”. E’ un fatto che è poco o affatto noto. E leggendo più avanti si capisce anche il motivo.

 

    Già in altre occasioni, e sullo stesso argomento, abbiamo accennato a vessazioni e atti d’ostilità a danno degli ebrei, compiuti dagli “Alleati”; quindi, se è vero che è condannabile colui che commette un atto ignobile, altrettanto lo sono coloro che, pur essendo in condizione di evitarlo, si sottraggono al dovere di impedirlo.

   Se era noto che l’”olocausto ebraico” era in atto, chi sapeva? E se si sapeva, chi sapeva?

   Yan Karsky era un giovane ingegnere polacco, ebreo. Fuggì da un “campo di sterminio” dove era stato rinchiuso nel 1941-42. I capi degli ebrei polacchi gli affidarono un plico di documenti che attestavano le fasi dell’”operazione finale”. Lo scopo era di consegnare tale documentazione a tutti quegli “uomini di buona volontà” ai quali si chiedeva aiuto, quindi ai Governi Alleati. Karsky, partendo da Varsavia, intraprese un viaggio veramente temerario: attraversò l’Europa centrale (passò anche in Italia) e giunse in Gran Bretagna.

   Il 21 giugno 1989 la Radiotelevisione italiana trasmise un’intervista rilasciata da Karsky e mandata in onda dal programma “Mixer” del giornalista Giovanni Minoli. La testimonianza di Karsky è una pesante accusa contro la noncuranza manifestata dai Governi anglo-russo-americano per le sofferenze di tanti infelici.

   Karsky arrivò a Londra nel novembre 1942. I primi ad esaminare i documenti furono gli esponenti del Governo polacco in esilio a Londra, poi i messaggi furono presentati a funzionari inglesi e americani. Anthony Eden, Ministro degli Esteri inglese, incontrò Karsky subito dopo. Egli ha osservato: <Giunsi alla conclusione che ai più alti livelli, cioè da parte di Churchill, di Roosevelt e di Stalin, coralmente si asseriva che la strategia globale di questa guerra era la sconfitta militare della Germania, nessun altro problema secondario doveva interferire>. Karsky, di conseguenza, osservò: <La questione, dunque, stava in questi termini: la tragedia degli ebrei, così dolorosa e imbarazzante, per loro era “un problema secondario”>.

   <”Secondario” o no> considerò Minoli <i capi Alleati sapevano e lo dimostrano i documenti che ho qui in mano e che siamo riusciti a trovare negli Archivi segreti britannici e sono la prova che Karsky incontrò Eden nel febbraio del ’43 e sapeva tutto e che ad una domanda precisa rispose: “Grazie, la relazione Karsky ci è stata già recapitata” e troncò la conversazione. Ma anche Roosevelt sapeva tutto e sapevano tutti i membri del Governo americano>.

   Karsky fu invitato alla Casa Bianca il 28 luglio 1943. Trascorse circa un’ora e venti minuti col Presidente americano. Roosevelt fu molto gentile, a detta di Karsky si informò sugli ebrei, chiese cosa aveva visto e se poteva fornire delle statistiche; <si limitò a dire che quando sarei tornato in Polonia avrei dovuto riferire ai miei capi che i confini della Polonia nell’est sarebbero cambiati, la Polonia sarebbe stata ricompensata con i territori tedeschi. Mi disse pure che a guerra finita i colpevoli sarebbero stati puniti>.

   Karsky incontrò anche i leaders ebrei americani, come il Presidente del Congresso Mondiale Ebraico Americano e i Giudici della Corte Suprema Americana, fra i quali il potente Felix Frankfurter; era presente l’ambasciatore polacco in Usa. Karsky parlò con tutti e a tutti espose quanto aveva visto e a tutti presentò le richieste dei capi ebrei polacchi, fra queste, per urgenza si chiedeva agli Alleati di bombardare le ferrovie che conducevano ai lager; ciò sia per rendere meno agevole il trasporto dei deportati, sia per far comprendere ai tedeschi che al di fuori della Germania “si sapeva” e che “sapendo” sussisteva la minaccia della ritorsione.

   A queste richieste rispose Frankfurter; questi disse a Karsky che doveva essere assolutamente franco, e aggiunse <che non posso assolutamente crederle>. A queste parole l’ambasciatore polacco fece osservare che Karsky aveva la piena autorità conferita dal Governo polacco. La risposta di Frankfurter fu estremamente subdola: <Signor ambasciatore, non ho detto che questo giovane stia mentendo, ho detto che “non sono in grado di credere a ciò che ha detto”>. È un’affermazione che apre sospetti non ancora dai contorni chiari. Infatti, anche lo storico israeliano Shebtai Tevet ha affermato: <La Comunità Ebraica sapeva sin dall’estate 1942 e non intervenne>.

    E se sapeva, perché non intervenne? 

   Una chiave di lettura per comprendere gli ostacoli incontrati da Karsky potrebbe essere ricercata nell’interpretazione del problema ebraico esistente fra i sionisti e gli assimilazionisti. I primi, sostiene Mauro Manno (http://civiumlibertas.blogspot.com): <Tutti i dirigenti sionisti, tutti i movimenti sionisti, laburisti e non, collaborarono con il nazismo a danno degli ebrei assimilazionisti>.

    Come vedremo poco più avanti (e come abbiamo visto nei capitoli precedenti), ampi settori di organizzazioni ebraiche e molti Governi dei Paesi occidentali, poco si preoccuparono della sorte degli ebrei. A dar forza a questa tesi è sufficiente riportare uno stralcio di quanto ha scritto Lenni Brenner (“Zionism in the Age of the Dictators”, Cap. XXIV): <Finanche nel 1943, mentre gli ebrei d’Europa venivano sterminati a milioni, il Congresso americano propose di istituire una commissione per studiare il problema. Il rabbino Stephen Wise, che era il principale portavoce sionista in America, si recò a Washington per testimoniare contro il progetto di legge perché esso avrebbe sviato l’attenzione (degli ebrei) dalla colonizzazione della Palestina. Si tratta dello stesso rabbino Wise che, nel 1938, in quanto dirigente del Congresso ebraico d’America, scrisse una lettera nella quale si opponeva a qualsiasi cambiamento della legislazione americana sull’immigrazione, cambiamento che avrebbe permesso agli ebrei di trovare accoglienza. In questa lettera scriveva: “Può essere d’interesse per voi sapere che alcune settimane fa i dirigenti delle più importanti organizzazioni ebraiche si sono riuniti in una conferenza (…). Vi si è deciso che, in questo momento, nessuna organizzazione ebraica avrebbe sponsorizzato una legge destinata a cambiare in qualsiasi modo la legislazione sull’immigrazione”>. A commento di ciò, Mauro Manno ha osservato: <La legislazione che doveva essere cambiata (nel 1943) era quella che restringeva enormemente l’immigrazione, compresa quella ebraica, negli Stati Uniti>. Manno conclude: <Cari ebrei o diventate sionisti ed emigrate in Palestina o alla morte!>.

   Allora, che cosa potevano fare gli ebrei per fermare l’”Olocausto”? In particolare, cosa poteva fare Ben Gurion, il padre fondatore d’Israele? Risponde la storica ebrea Idith Tzertal: <Il salvataggio di 100 o 1000 ebrei era “soltanto un’operazione marginale” per Ben Gurion. Egli era per operazioni in grande scala, di conseguenza aveva escluso piccole operazioni di salvataggio. Ben Gurion non aveva mai dato un gran peso al problema del salvataggio degli ebrei; considerava, invece, più importante la fondazione dello Stato ebraico, perchè in questo vedeva una soluzione futura alla questione ebraica e, quindi, anche allo sterminio di massa>.

   Tutto ciò può dare adito al sospetto che l’immolazione di centinaia di migliaia di ebrei sia stata – anche se dolorosa – una operazione calcolata in base alla “Ragion di Stato”.

    Da questo scritto di Idith Tzertal, se il pensiero di ben Gurion era quello esposto dalla studiosa ebraica, allora possiamo immaginare che se le camere a gas erano state concepite dai tedeschi, la manopola per immettervi il gaso fu manovrata da Ben Gurion.

   Più morti ebrei, più si avvicinava la <soluzione futura della questione ebraica>.

   Così si svela il mistero di tanto odio da parte della comunità ebraica nei confronti di Mussolini e del Fascismo: questi fecero sì un dispetto a Hitler proteggendo gli ebrei, ma lo fecero anche a Ben Gurion, perché meno morti ebrei più si complicava “una soluzione futura alla questione ebraica…”.

   Opera (dannata) del “male assoluto”.

 

 

P.S. Ieri notte 30 ottobre, andando a letto, accesi la televisione e mi sintonizzai su Porta a Porta. L’argomento era il libro di Pansa Il sangue dei Vinti. Invitati al dibattito (Vespa lo ha definito così) tutti elementi, dichiarati della sinistra, a parte un signore appartenente, ha detto, al Partito della Libertà, ma anche lui schierato nel politicamente corretto. Nessuno della parte del Sangue dei Vinti; ne è venuta fuori, come si voleva, la solita buffonata.

Quindi spensi la televisione.

   E si ciancia ancora della storia condivisa.



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