CINICA CORREITA’
Gli “Angeli del Bene” e l’”Olocausto”
Un gentile lettore mi ha scritto: <Ho voluto scriverLe, perché ieri sera (24 ottobre),
è stata trasmessa (non ho
visto bene, ma ritengo su
una rete RAI) l’intervista
fatta al Console Zamboni e
riguardante i famosi fatti
del 1943, quando, durante
il suo mandato come Console
di Salonicco si adoperò per
il salvataggio di numerosi
appartenenti alla comunità
ebraica del luogo. Ascoltando
l’intervista, sono giunto
alla personale conclusione,
che la stessa è stata trasmessa
perché vi è una domanda rivolta
all’ex Console, che recita:
“Lei era autorizzato dal Governo
italiano ad emettere quei
documenti provvisori? La risposta
di Zamboni è NO!”.
Ho subito
capito che era proprio quella
risposta che, a tanti anni
di distanza, rendeva “divulgabile”
quell’intervista. In pratica,
con il solito buonismo di
facciata si loda l’uomo, mentre
con ricercata malafede viene
implicitamente lanciato il
messaggio mediatico che lascia
in piedi le accuse storiche
del coinvolgimento del fascismo
nei confronti dell’Olocausto
ebraico, in quanto si ammette
che “il Console salvò gli
ebrei, ma agendo in modo arbitrario,
quindi contro il volere del
Governo fascista”.>
Il mio lettore elenca di seguito una serie
di argomentazioni, tutte valide
(per
chi vuol capire) che dimostrano
che Mussolini era ben a conoscenza
dell’operato del suo Console.
Non davvero ultima, la seguente:
<E’ altresì ovvio che se Mussolini non avesse “gradito” l’operato del Console
Zamboni, lo avrebbe subito
sollevato dall’incarico>.
Poco prima della
sua morte ebbi occasione di
intervistare il Console Zamboni
nella sua casa di Via Adda
in Roma e posso attestare
che egli ammirava l’operato
di Mussolini e l’unico rimprovero
fu che “era
troppo buono”.
Qualcuno obietterà che faccio facile propaganda
del mio libro (accusa che
rigetto perché si tratta di
rivalutare l’onorabilità di
un Giusto), ma in esso ho
trattato per diverse pagine
l’attività consolare a Salonicco
svolta da Zamboni e dai suoi
collaboratori: Mussolini sapeva
e ci sono documenti, da me
reperiti nell’Archivio del
Ministero degli Esteri a Roma
– e riportati nel testo –
che dimostrano, non solo che
Mussolini sapesse, ma che
autorizzava quelle operazioni.
Così come altra documentazione,
sempre riportata nel volume,
attestante che, mentre le
frontiere dei Paesi democratici
venivano ermeticamente chiuse
ai fuggiaschi (ebrei e non),
il Governo italiano (Mussolini)
dette l’ordine di far passare
tutti i profughi provenienti
dai luoghi occupati dalle
truppe germaniche. Questo
è tanto vero che il giornalista
Daniele Vicini, autore dell’inchiesta
su questo argomento, non poté
non esclamare a chiusura dell’articolo:
<Strana dittatura quella
fascista. Strana democrazia
quella americana>.
Ma in
questa occasione desidero
riportare uno stralcio, sempre
dal mio volume, che dimostra
quale cinismo albergasse negli
animi degli “Angeli del Bene”. E’ un fatto che è poco o affatto noto. E leggendo
più avanti si capisce anche
il motivo.
Già
in altre occasioni, e sullo
stesso argomento, abbiamo
accennato a vessazioni e atti
d’ostilità a danno degli ebrei,
compiuti dagli “Alleati”;
quindi, se è vero che è condannabile
colui che commette un atto
ignobile, altrettanto lo sono
coloro che, pur essendo in
condizione di evitarlo, si
sottraggono al dovere di impedirlo.
Se era noto che l’”olocausto ebraico” era
in atto, chi sapeva? E se
si sapeva, chi sapeva?
Yan Karsky era un giovane ingegnere polacco,
ebreo. Fuggì da un “campo
di sterminio” dove era
stato rinchiuso nel 1941-42.
I capi degli ebrei polacchi
gli affidarono un plico di
documenti che attestavano
le fasi dell’”operazione
finale”. Lo scopo era
di consegnare tale documentazione
a tutti quegli “uomini
di buona volontà” ai quali
si chiedeva aiuto, quindi
ai Governi Alleati. Karsky,
partendo da Varsavia, intraprese
un viaggio veramente temerario:
attraversò l’Europa centrale
(passò anche in Italia) e
giunse in Gran Bretagna.
Il 21 giugno 1989 la Radiotelevisione italiana
trasmise un’intervista rilasciata
da Karsky e mandata in onda
dal programma “Mixer”
del giornalista Giovanni Minoli.
La testimonianza di Karsky
è una pesante accusa contro
la noncuranza manifestata
dai Governi anglo-russo-americano
per le sofferenze di tanti
infelici.
Karsky arrivò a Londra nel novembre 1942. I
primi ad esaminare i documenti
furono gli esponenti del Governo
polacco in esilio a Londra,
poi i messaggi furono presentati
a funzionari inglesi e americani.
Anthony Eden, Ministro degli
Esteri inglese, incontrò Karsky
subito dopo. Egli ha osservato:
<Giunsi alla conclusione
che ai più alti livelli, cioè
da parte di Churchill, di
Roosevelt e di Stalin, coralmente
si asseriva che la strategia
globale di questa guerra era
la sconfitta militare della
Germania, nessun altro problema
secondario doveva interferire>.
Karsky, di conseguenza,
osservò: <La questione,
dunque, stava in questi termini:
la tragedia degli ebrei, così
dolorosa e imbarazzante, per
loro era “un problema secondario”>.
<”Secondario” o no> considerò Minoli <i capi Alleati sapevano
e lo dimostrano i documenti
che ho qui in mano e che siamo
riusciti a trovare negli Archivi
segreti britannici e sono
la prova che Karsky incontrò
Eden nel febbraio del ’43
e sapeva tutto e che ad una
domanda precisa rispose: “Grazie,
la relazione Karsky ci è stata
già recapitata” e troncò
la conversazione. Ma anche
Roosevelt sapeva tutto e sapevano
tutti i membri del Governo
americano>.
Karsky fu invitato alla Casa Bianca il 28 luglio
1943. Trascorse circa un’ora
e venti minuti col Presidente
americano. Roosevelt fu molto
gentile, a detta di Karsky
si informò sugli ebrei, chiese
cosa aveva visto e se poteva
fornire delle statistiche;
<si limitò a dire che
quando sarei tornato in Polonia
avrei dovuto riferire ai miei
capi che i confini della Polonia
nell’est sarebbero cambiati,
la Polonia sarebbe stata ricompensata
con i territori tedeschi.
Mi disse pure che a guerra
finita i colpevoli sarebbero
stati puniti>.
Karsky incontrò anche i leaders ebrei americani,
come il Presidente del Congresso
Mondiale Ebraico Americano
e i Giudici della Corte Suprema
Americana, fra i quali il
potente Felix Frankfurter;
era presente l’ambasciatore
polacco in Usa. Karsky parlò
con tutti e a tutti espose
quanto aveva visto e a tutti
presentò le richieste dei
capi ebrei polacchi, fra queste,
per urgenza si chiedeva agli
Alleati di bombardare le ferrovie
che conducevano ai lager;
ciò sia per rendere meno agevole
il trasporto dei deportati,
sia per far comprendere ai
tedeschi che al di fuori della
Germania “si sapeva”
e che “sapendo” sussisteva
la minaccia della ritorsione.
A queste richieste rispose Frankfurter; questi
disse a Karsky che doveva
essere assolutamente franco,
e aggiunse <che non
posso assolutamente crederle>.
A queste parole l’ambasciatore
polacco fece osservare che
Karsky aveva la piena autorità
conferita dal Governo polacco.
La risposta di Frankfurter
fu estremamente subdola: <Signor
ambasciatore, non ho detto
che questo giovane stia mentendo,
ho detto che “non sono
in grado di credere a ciò
che ha detto”>.
È un’affermazione che apre
sospetti non ancora dai contorni
chiari. Infatti, anche lo
storico israeliano Shebtai
Tevet ha affermato: <La
Comunità Ebraica sapeva sin
dall’estate 1942 e non intervenne>.
E se sapeva, perché non intervenne?
Una chiave di lettura per comprendere gli ostacoli
incontrati da Karsky potrebbe
essere ricercata nell’interpretazione
del problema
ebraico esistente fra
i sionisti e gli assimilazionisti. I primi, sostiene Mauro Manno (http://civiumlibertas.blogspot.com):
<Tutti
i dirigenti sionisti, tutti
i movimenti sionisti, laburisti
e non, collaborarono con il
nazismo a danno degli ebrei
assimilazionisti>.
Come vedremo poco più avanti (e come abbiamo
visto nei capitoli precedenti),
ampi settori di organizzazioni
ebraiche e molti Governi dei
Paesi occidentali, poco si
preoccuparono della sorte
degli ebrei. A dar forza a
questa tesi è sufficiente
riportare uno stralcio di
quanto ha scritto Lenni Brenner
(“Zionism
in the Age of
the Dictators”, Cap. XXIV):
<Finanche
nel 1943, mentre gli ebrei
d’Europa venivano sterminati
a milioni, il Congresso americano
propose di istituire una commissione
per studiare il problema.
Il rabbino Stephen Wise, che
era il principale portavoce
sionista in America, si recò
a Washington per testimoniare
contro il progetto di legge
perché esso avrebbe sviato
l’attenzione (degli ebrei)
dalla colonizzazione della
Palestina. Si tratta dello
stesso rabbino Wise che, nel
1938, in quanto dirigente
del Congresso ebraico d’America,
scrisse una lettera nella
quale si opponeva a qualsiasi
cambiamento della legislazione
americana sull’immigrazione,
cambiamento che avrebbe permesso
agli ebrei di trovare accoglienza.
In questa lettera scriveva:
“Può
essere d’interesse per voi
sapere che alcune settimane
fa i dirigenti delle più importanti
organizzazioni ebraiche si
sono riuniti in una conferenza
(…). Vi si è deciso che, in
questo momento, nessuna organizzazione
ebraica avrebbe sponsorizzato
una legge destinata a cambiare
in qualsiasi modo la legislazione
sull’immigrazione”>.
A commento di ciò, Mauro Manno
ha osservato: <La legislazione che doveva essere cambiata (nel 1943) era quella che restringeva
enormemente l’immigrazione,
compresa quella ebraica, negli
Stati Uniti>. Manno
conclude: <Cari
ebrei o diventate sionisti
ed emigrate in Palestina o
alla morte!>.
Allora, che cosa potevano fare gli ebrei per
fermare l’”Olocausto”?
In particolare, cosa poteva
fare Ben Gurion, il padre
fondatore d’Israele? Risponde
la storica ebrea Idith Tzertal:
<Il salvataggio di 100
o 1000 ebrei era “soltanto
un’operazione marginale”
per Ben Gurion. Egli era per
operazioni in grande scala,
di conseguenza aveva escluso
piccole operazioni di salvataggio.
Ben Gurion non aveva mai dato
un gran peso al problema del
salvataggio degli ebrei; considerava,
invece, più importante la
fondazione dello Stato ebraico,
perchè in questo vedeva una
soluzione futura alla questione
ebraica e, quindi, anche allo
sterminio di massa>.
Tutto ciò può dare adito al sospetto che l’immolazione
di centinaia di migliaia di
ebrei sia stata – anche se
dolorosa – una operazione
calcolata in base alla “Ragion
di Stato”.
Da questo
scritto di Idith Tzertal,
se il pensiero di ben Gurion
era quello esposto dalla studiosa
ebraica, allora possiamo immaginare
che se le camere a gas
erano state concepite dai
tedeschi, la manopola per
immettervi il gaso fu manovrata
da Ben Gurion.
Più morti ebrei, più si avvicinava la <soluzione
futura della questione ebraica>.
Così si svela il mistero di tanto odio da parte
della comunità ebraica nei
confronti di Mussolini e del
Fascismo: questi fecero sì
un dispetto a Hitler proteggendo
gli ebrei, ma lo fecero anche
a Ben Gurion, perché meno
morti ebrei più si complicava
“una soluzione futura alla questione ebraica…”.
Opera (dannata) del “male assoluto”.
P.S. Ieri notte 30 ottobre,
andando a letto, accesi la
televisione e mi sintonizzai
su Porta a Porta. L’argomento era il libro di Pansa Il sangue dei Vinti. Invitati al dibattito (Vespa lo ha definito così) tutti
elementi, dichiarati della
sinistra,
a parte un signore appartenente,
ha detto, al Partito della
Libertà, ma anche lui schierato
nel politicamente
corretto. Nessuno della
parte del Sangue
dei Vinti; ne è venuta
fuori, come si voleva, la
solita buffonata.
Quindi spensi la televisione.
E si ciancia ancora della storia condivisa.