NON C’E’ MAGGIOR SORDO DI CHI NON VUOL SENTIRE
I casti divi e l’Olocausto
11.12.08
- Questo articolo è indirizzato
alla folta
schiera di italiani
truffati da questo regime
di incapaci, di corrotti i
quali per sopravvivere hanno
la necessità di stravolgere
la storia dell’unico Governo,
dall’Unita’ ad oggi, che abbia
governato in modo efficiente,
senza ruberie e realmente
rivoluzionario tutto teso
a portare il vero socialismo,
quello che non aveva bisogno
di Karl Marx.
Fra le
menzogne più care da addossare
a Benito Mussolini, c’e’ quella
di essere stato complice dello
sterminio di 6 milioni di
ebrei, sempre che questo avvenimento
corrisponda alla verità storica.
Ebbene su questo argomento
ho raccolto una tale massa
di documenti da tacitare i
vari casti divi e,
di conseguenza il piccolo
Badoglio, oggi circonciso
e sindaco di Roma e chiunque
altro che ne dubitasse l’asserto.
Non Roosevelt (che inviò la
sua fleet per cannoneggiare
un piroscafo carico di ebrei
fuggiti nel 1939 da Amburgo),
non Churchill che ordinò di
silurare a Salinas un’altro
carico di ebrei qualora non
avesse invertito la rotta,
non Stalin che, secondo quanto
ha scritto lo storico russo
Arkaly Vaksberg, “Stalin
against Jews”, un libro
particolarmente importante
nel quale l’Autore sostiene
“dopo accurate ricerche
in archivi riservati, che
il numero degli ebrei eliminati
da Stalin è stato presumibilmente
5 milioni”, solo Mussolini…
Sì, solo lui…. Ai lettori
non sembra, perlomeno sospetto,
che si citino costantemente
quegli ebrei che sarebbero
stati sterminati da Hitler
e mai quelli eliminati per
ordine di Stalin? Perché?
D’altra parte anche le cifre
si equivalgono.
E allora, citando due sentenze, l’una di Pacifici
della Comunità ebraica che
ha dichiarato: <Mussolini
faceva parte della macchina
della soluzione finale>,
giudizio particolarmente
pesante e infamante, e l’altra
di Giorgio Pisanò (“Noi
fascisti e gli ebrei”,
pag. 19) che ha scritto: <Si
giunse così al 1939, vale
a dire allo scoppio della
guerra e fu allora che, all’insaputa
di tutti, Mussolini diede
inizio a quella grandiosa
manovra, tuttora sconosciuta
o faziosamente negata anche
da molti di coloro che invece
ne sono perfettamente a conoscenza,
tendente a salvare la vita
di quegli ebrei che lo sviluppo
degli avvenimenti bellici
aveva portato sotto il controllo
delle forze armate tedesche>.
Sono due giudizi contrapposti espressi da due
personaggi chiaramente schierati,
quello di Pacifici sorretto
da tutta una Comunità; quello
di Pisanò al quale non possiamo
non riconoscere la capacità
di indagine e la capacità
di presentare la storia corroborata
da ricca documentazione.
Chi dei due ha ragione?
Per questa indagine cercheremo di seguire una
certa logica per rientrare
in uno spazio ragionevole.
In caso contrario saremo costretti
a scrivere un altro libro,
data l’ampiezza dell’argomento.
Anche in questo caso, ripetiamo,
come è nostro costume ci avvarremo
di scritti di autori non certamente
fascisti.
Già il 13 ottobre 1937 Bernard Show nel corso
di una intervista al Manchester
Guardian profetizzò: <Le
cose da Mussolini già fatte
lo condurranno prima o poi
ad un serio conflitto con
il capitalismo>. Infatti
le nuove idee che partivano
dall’Italia fascista si stavano
espandendo in tutto il mondo;
nascevano ovunque movimenti
o partiti di ispirazione fascista,
dalla Francia agli Stati Uniti,
dalla Gran Bretagna (con oltre
100 mila iscritti) all’Australia,
dall’Argentina alla Norvegia
e così di seguito. Sembrava
che, una volta ancora, l’Italia
fosse ispiratrice di un nuovo
messaggio universale di sapore
rinascimentale: il Rinascimento
del lavoro. Queste nuove
idee, portavano in sé un difetto:
mettevano in pericolo il sistema
capitalistico allora vigente
e padrone. Quindi l’Italia
fascista doveva scomparire.
Secondo Rutilio Sermonti (“L’Italia nel
XX secolo”), <la
risposta poteva essere una
sola: perchè esse (le “Democrazie”,
nda) volevano un generale
conflitto europeo, quale “unica
risorsa” per liberarsi
della Germania – formidabile
concorrente europeo – e, soprattutto
dell’Italia. Questo è
necessario comprendere
se si aspira alla realtà storica:
“soprattutto dell’Italia”>.
Era necessario, pertanto,
portare l’Italia a fianco
della Germania e, quindi,
eliminare in un colpo i due
“pericoli”.
Conclude Sermonti: <Esattissima si dimostrò
l’altra convinzione degli
alleati occidentali, secondo
cui l’uomo Hitler era assai
meno smaliziato e più proclive
a farsi “saltare i nervi”
che non Mussolini, e quindi
il punto debole” psicologico
dell’Asse era lui, al fine
di coinvolgere anche il secondo
e l’Italia>.
Esaminiamo ora le
opinioni di alcuni personaggi
che vissero quell’epoca
e che non è possibile definirli
fascisti.
E’ noto (per chi conosce l’a,b,c della storia)
che i due provvedimenti a
favore degli ebrei enunciati
nel 1930 e perfezionati nel
1931 risultarono tanto graditi
alla comunità ebraica italiana
che i rabbini innalzarono
preghiere di ringraziamento
nelle sinagoghe. E se il 95%
degli italiani erano per Mussolni,
questa percentuale raggiungeva
quasi il totale nella comunità
ebraica; senza contare i numerosi
ministri ebrei chiamati a
collaborare con lui al governo.
E’ altrettanto noto l’attacco lanciato dal
Duce contro alcune teorie
nazionalsocialiste, nel corso
della visita alla città di
Bari. Nel pomeriggio del 6
settembre 1934, dal balcone
del palazzo del Governo Mussolini,
dopo aver esaltato la civiltà
mediterranea, disse: <Trenta
secoli di storia ci permettono
di guardare con sovrana pietà
talune dottrine di oltr’Alpe,
sostenute da progenie di gente
che ignorava la scrittura,
con la quale tramandare i
documenti della propria vita,
nel tempo in cui Roma aveva
Cesare, Virgilio e Augusto>.
Pertanto sino ad allora non esisteva alcuna
pregiudiziale anti ebraica
nell’animo di Mussolini. E
allora, come si giunse alle
(certamente) odiose leggi
razziali?
Nella guerra d’Etiopia (di cui ci sarebbe da
parlare ampiamente) la Società
delle Nazioni guidata, incredibilmente,
dalla più imperialista delle
Nazioni, impose le sanzioni
all’Italia. La Germania non
si associa e continua ad intrattenere
ottimi rapporti con l’Italia.
1936. Scoppia la guerra civile
spagnola; ancora una volta
i Paesi capitalisti si schierano,
con l’Unione Sovietica contro
l’Italia che collabora con
Francisco Franco. Di nuovo
la Germania è accanto all’Italia.
E questo nonostante che Stalin
avesse sarcasticamente annunciato
che una volta conquistata
l’Europa sino alla penisola
iberica, avrebbe tolto le
croci nei cimiteri e persino
nelle bare.
In questa fase storica risulta chiaro che si
stavano definendo due schieramenti:
uno di carattere democratico-capitalistico,
guidato principalmente da
Gran Bretagna, da Francia
e anche se da lontano e in
forma marpiona dagli Stati
Uniti di Roosevelt; l’altro
da Germania e Italia. Tuttavia
Mussolini non gradiva questa
amicizia con il Führer di
cui diffidava fortemente la
politica e, di conseguenza
cercava di svincolarsi; con
questo intento il 22 giugno
1936 rilasciò una (molto poco
ricordata) intervista all’ex
ministro francese Malvy, nella
quale ribadiva la propria
disponibilità a collaborare
con la Francia e con l’Inghilterra:
<La situazione è tale
che mi obbliga a cercare altrove
la sicurezza che ho perduto
dal lato della Francia e della
Gran Bretagna. A chi indirizzarmi
se non a Hitler? Io vi devo
dire che ho avuto con
lui dei contati, ma sin qui
mi sono riservato di decidere
(…). Vi ho fatto venire perché
informiate il vostro Governo
della situazione. Io
attenderò ancora, ma se prossimamente
l’atteggiamento del Governo
francese nei confronti dell’Italia
fascista non si modifica,
se non mi si darà l’assicurazione
di cui ho bisogno, l’Italia
diventerà alleata della Germania>.
Questa preziosissima testimonianza
viene riportata da E. Bonnifour
nella Histoire politique
de la troisième republique.
Altri attestati della volontà dei Paesi liberalcapitalisti
di affiancare l’Italia alla
Germania per poi annientarli
insieme, ci vengono forniti
da Winston Churchill e dallo
storico inglese George Trevelyan.
Il primo (La Seconda Guerra
Mondiale”, Vol. 2°, pag.
209): <Adesso che la
politica inglese aveva forzato
Mussolini a schierarsi dall’altra
parte, la Germania non era
più sola>. Quasi con
le stesse parole George Trevelyan
nella sua “Storia d’Inghilterra”,
a pag. 834, ha scritto: <E
l’Italia che per la sua posizione
geografica poteva impedire
i nostri contatti con l’Austria
e con i Paesi balcanici, fu
gettata in braccio alla Germania>.
La storia stava così trascinando l’Italia alla
<ineluttabilità dell’alleanza
con Hitler e quindi della
necessità di eliminare tutti
i motivi non solo di frizione,
ma anche solo di disparità
con la Germania> (R.
De Felice, Storia degli
ebrei sotto il fascismo, pag. 137). Mussolini era conscio
che l’antisemitismo occupava
uno spazio preminente nell’ideologia
nazionalsocialista, di conseguenza
se voleva eliminare le ultime
diffidenze tedesche, anche
nel ricordo del “tradimento
italiano del 1915” e giungere
ad una reale alleanza militare,
doveva adeguarsi alle circostanze.
Riteniamo che fosse questa
e non altre la ragione della
scelta del Duce. E questo
viene confermato dal più attento
studioso del fascismo che
osserva: <Una volta
che Mussolini fu gettato
nelle braccia della Germania
di Hitler, era impensabile
che anche l’Italia non avesse
le sue leggi razziali>.
Oppure come ha scritto Meir
Michaelis: <Non si trattava
dunque di un problema interno,
bensì di un aspetto di politica
estera>.
Anche se quanto sin qui scritto è solo una parte
del percorso che portò l’Italia
di Mussolini all’emanazioni
delle leggi razziali,
il Duce per renderle il meno
dolorose possibili, fra l’altro
impose di “discriminare
non perseguire, oltre
a lasciar aperte numerose
scappatoie per cui
si giunse a situazioni paradossali,
come il caso denunciato dal
giornalista Daniele Vicini
su “L’Indipendente”
del 20 luglio 1993: <Ebrei
e comunisti sciamano verso
il Brennero, frontiera che
possono varcare senza visto
a differenza di altre (americana,
sovietica, ecc.) apparentemente
più congeniali alle loro esigenze>.
Vicini dopo aver elencato
decine e decine di nomi di
ebrei (e non solo ebrei, ma
anche di comunisti) che fuggivano
in Italia, cita anche un nome
che dovrebbe essere ben conosciuto
ai telespettatori italiani,
perché spessissimo presente
nelle trasmissioni televisive:
quello di Edward Luttwak.
Una domanda si presenta spontanea:
“Erano tutti pazzi a rifugiarsi
in un Paese dove vigevano
le leggi razziali, oppure
i fuggitivi ben sapevano che
quelle leggi erano poco meno
che una farsa”? Alla fine
dell’articolo il giornalista
Vicini esclama:<Strana
democrazia quella americana,
strana dittatura quella fascista>.
I lettori che volessero approfondire
l’argomento, ma l’invito va
esteso anche all’”imprevedibile”
ex fascista Gianni Alemanno,
possono leggere il nostro
libro “Uno scudo protettore”.
“Scudo protettore”
è una espressione dello storico
ebreo Léon Poliakov per indicare
la protezione posta in essere
da Benito Mussolini a favore
degli ebrei. Ebrei non solo
italiani, ma: <Ovunque
penetrassero le truppe italiane,
uno schermo protettore si
levava di fronte agli ebrei
(…). Un aperto conflitto si
determinò tra Roma e Berlino
a proposito del problema ebraico
(…). Appena giunte
sui luoghi di loro giurisdizione,
le autorità italiane annullavano
le disposizioni decretate
contro gli ebrei (…)>
(Léon Poliakov, “Il nazismo
e lo sterminio degli ebrei”,
pagg. 219-220). Questo scudo
si ergeva, quindi, non solo
in Italia, ma in Croazia,
in Grecia, in Egeo, in Tunisia,
in poche parole ovunque
penetrassero le truppe
fasciste.
Il libro contiene un centinaio di documenti
di come venne messo in atto
lo scudo, nonché studi
di storici che attestano la
validità dei documenti. Nomi
come Rosa Paini (ebrea) (“Il
Sentiero della Speranza”,
pag. 22): <Quel colloquio
lo aveva voluto Mussolini
ancora più favorevole agli
ebrei, in modo da essere indotto
a concedere tremila visti
speciali per tecnici e scienziati
ebrei che desideravano stabilirsi
nel nostro Paese>.
Come Mordechai Poldiel (israelita): <L’Amministrazione
fascista e quella politica,
quella militare e quella civile,
si diedero da fare in ogni
modo per difendere gli ebrei,
per fare in modo che quelle
leggi rimanessero lettera
morta>.
Israel Kalk (ebreo)
“Gli ebrei in Italia durante
il Fascismo”: <(…). Siamo stati trattati con la massima umanità> e, ricordando
gli altri internati: <Credo
di non temere smentite affermando
che con voi la sorte è stata
benigna e che la vostra situazione
di internati in Italia è migliore
di quella dei nostri fratelli
che si trovano in libertà
in altri paesi europei>.
O anche Salim Diamand (Internment in Italy
– 1940-1945), ebreo. <Non
ho mai trovato segni di razzismo
in Italia. C’era del militarismo,
è ovvio, ma io non ho mai
trovato un italiano che si
avvicinasse a me, ebreo, con
l’idea di sterminare la mia
razza (…). Anche quando apparvero
le leggi razziali, le relazioni
con gli amici italiani non
cambiarono per nulla (…).
Nel campo controllato dai
carabinieri e dalle Camicie
nere gli ebrei stavano
come a casa loro>.
Oppure l’opinione dell’autorevole docente dell’Università
ebraica di Gerusalemme, George
L. Mosse (ebreo), nel suo
libro “Il razzismo in Europa”,
a pag. 245 ha scritto: <Il
principale alleato della Germania,
l’Italia fascista, sabotò
la politica ebraica nazista
nei territori sotto il suo
controllo (…). Come abbiamo
già detto, era stato Mussolini
stesso a enunciare il principio
“discriminare non perseguire”.
Tuttavia l’esercito italiano
si spinse anche più in là,
indubbiamente con il tacito
consenso di Mussolini (…).
Ovunque, nell’Europa occupata
dai nazisti, le ambasciate
italiane protessero gli ebrei
in grado di chiedere la nazionalità
italiana. Le deportazioni
degli ebrei cominciarono solo
dopo la caduta di Mussolini,
quando i tedeschi occuparono
l’Italia>.
Si giunse, così, al 25 luglio 1943, e seguì
il crucked deal (lo
sporco affare, termine
usato da Eisinhower per indicare
l’armistizio dell’8 settembre),
ma anche in quei poco più
di 40 giorni del governo Badoglio
le leggi antiebraiche non
furono annullate. Seguì la
fuga del re, di Badoglio e
dello Stato Maggiore lasciando
gli italiani, l’esercito ed
è ovvio, anche gli ebrei in
balia dell’ira tedesca. Fu
una fortuna per l’Italia tutta
che Mussolini subentrò formando
un nuovo Governo e pararsi
di nuovo come scudo tra la
rabbia dell’alleato tradito
e gli italiani tutti. Ma la
presenza tedesca era pressante
specialmente agli inizi quando,
cioé Mussolini stava organizzando
la nuova struttura del suo
Governo. Fu in quei giorni,
ed esattamente il 16 ottobre
1943 che i tedeschi effettuarono
un rastrellamento nel ghetto
di Roma catturando più di
mille ebrei che, ripetiamo,
sino ad allora erano stai
protetti dallo scudo.
Ebbene, finalmente
i tedeschi ebbero la possibilità
di mettere in atto quanto
sino ad allora era stato proibito.
Ma non tutto andò secondo
le previsioni. Qualche lettore
potrebbe pensare che sul posto
ci fossero dei partigiani
per difendere quegli infelici;
ma quando mai! I tedeschi
si trovarono di fronte un
uomo in camicia nera,
Ferdinando Natoni (che la
storiografia dimentica
di citare). Ecco la testimonianza
della figlia Anna; il padre,
mentre la retata era in corso,
si precipitò in strada e,
avvalendosi della qualifica
di “fascista”, pretese
dalle SS la restituzione degli
ebrei catturati nel suo edificio.
Cosa che avvenne. La Signora
Anna ci ha detto che il padre
morì a 96 anni e ci ha pregato
di ricordare che “non rinnegò
mai la sua fede”. Questa
testimonianza potrebbe essere
uno schiaffo ai tanti casti
divi, Alemanno, Fini fra
questi.
Altri nomi meritano
di essere citati accanto a
quello di Natoni: Perlasca
(fascista), salvò la vita
ad alcuni migliaia di ebrei
in Ungheria; Zamboni (fascista)
riuscì a far fuggire da Salonicco
centinaia di ebrei; Palatucci
(fascista) ne salvò alcune
migliaia a Fiume; Calisse
(fascista) operò in Francia
e fece fuggire diverse decine
di ebrei. Non dimentichiamo
il fascistissimo Farinacci
che nascose una famiglia di
ebrei nella sua tipografia;
e il futuro segretario del
Msi, Almirante che ne nascose
alcuni nel Ministero dove
lavorava. Potremmo citare
altri casi e nomi, ma non
possiamo abusare oltre. Mentre
si svolgevano questi fatti,
gli antifascisti e i partigiani
che facevano? Essi tramavano.
E Ben Gurion, il fondatore
dello Stato
di Israele? Questo
meriterebbe un articolo a
parte: egli aveva bisogno
della morte dei suoi correligionari
per poi pretendere in cambio
la Palestina, fregandosene
altamente se in quella terra
vivevano da secoli altri esseri
umani.
Renzo De Felice osserva
(op. cit. pag. 447): <Se
si eccettua l’aspetto economico,
nei mesi successivi all’emanazione
dell’ordine di polizia n°
5, la politica antisemita
della Rsi fu in un certo senso
abbastanza moderata (…). Il
concentramento degli ebrei
fu condotto poi dalle prefetture,
in relazione al periodo in
questione s’intende, con metodi
e discriminazioni abbastanza
umani ed esso non fu affatto
totale, come lascerebbe credere
l’ordine del 30 novembre 1943.
Oltre a ciò il 20 gennaio
1944 Buffarini Guidi, venuto
a conoscenza del fatto che
in molte località i tedeschi
prendevano in consegna gli
ebrei ivi concentrati, diede istruzioni perchè fossero fatti presso
le autorità centrali germaniche
i passi necessari ad ottenere
che, in ottemperanza al criterio
enunciato, fossero impartite
disposizioni atte a far sì
che gli ebrei rimanessero
in campi italiani (…)>.
Su questo
argomento si trova una nuova
interessante testimonianza
di Primo Levi le cui memorie
vengono in parte riportate
su L’Espresso
del 27 settembre 2007. Levi
ricorda che fu arrestato il
13 settembre 1943 e trasferito
ad Aosta nella caserma della
Milizia Fascista. Levi e altri
suoi correligionari furono
affidati al Centurione Ferro,
il quale, saputo che <eravamo tutti laureati ci trattò benevolmente; egli poi fu ucciso
dai partigiani nel 1945>.
Primo Levi e gli altri furono
sospettati di essere partigiani;
ecco cosa scrive Levi: <Il Centurione appreso che eravamo ebrei e non dei veri partigiani ci disse: “Non
vi succederà nulla di male;
vi invieremo al campo di Fossoli,
presso Modena”. Ci veniva
regolarmente distribuita la
razione di vitto destinata
ai soldati e alla fine di
gennaio 1944 ci portarono
a Fossoli con un treno passeggeri.
In quel campo si stava allora
abbastanza bene; non si parlava
di eccidi e l’atmosfera era
sufficientemente serena; ci
permisero di trattenere il
denaro che avevamo portato
con noi e di riceverne altro
da fuori>.
Dobbimo terminare non certo
per mancanza di argomenti,
ma per motivi di spazio. Però
prima di chiudere desideriamo
ricordare un altro fatto mai
citato, ovviamente, dai vari
casti divi e cioè quella
legge del 1938 che concedeva
parità di diritti e doveri
ai libici. In pratica i libici
divenivano cittadini italiani
a tutti gli effetti. Erano
chiamati “Gli italiani
della Quarta Sponda”. Fu
un caso unico nella storia
del colonialismo mondiale,
ma fu anche questo uno dei
motivi per cui i Paesi imperialisti
ci costrinsero alla guerra:
questi vedevano le colonie
come esclusivo luogo di sfruttamento,
al contrario di come il Governo
italiano stava impostando
la sua politica coloniale.
Questo era il razzismo fascista, o signori!
Quindi, e concludiamo, non ci rivolgiamo ai casti
divi Alemanno, Fini e
compagni, non vale la pena
citarli, ma al rabbino Pacifici:
se quanto scritto è vero,
perché invece di portare tanti
poveri, ignari giovani in
giro per l’Europa allo scopo
di alimentare odio, non sarebbe
invece più onesto portarli
a pregare su quella tomba
a Predappio?
Un atto di Giustizia… anche se tardivo!