Dott.
Sergio Romano, se mi legge,
mi risponda
02.03.09 - Avevo promesso
che sarei tornato sull'argomento
circa le asserzioni del Presidente
Giorgio Napolitano e le "sofferenze
subite dagli sloveni a causa
del Fascismo". Mi
avvalgo di una testimonianza
del bersagliere Mario Sorrentino,
combattente prima in Africa
Settentrionale, e dopo il
capolavoro dell'8 settembre
1943, volontario nella Guardia
Nazionale Repubblicana nella
Rsi. Mario, scomparso da diversi
anni, mi lasciò un
suo Diario, probabilmente
con l' intento di far conoscere
la sua vita.
Farò in modo, se ne
avrò le possibilità
di accontentarlo.
Ecco una delle testimonianze
di Mario Sorrentino, testimonianza
dedicata al Presidente Giorgio
Napolittano.
************
(
). La
notte passò lenta e
all' alba uscimmo tra i binari
in attesa del nostro treno
che si stava formando.
Qualche cosa di strano colpì
la nostra attenzione fino
ad assorbirla completamente.
La sera prima un lungo convoglio
di vagoni merci era stato
portato sulla linea. Tutte
le carrozze erano chiuse,
sigillate. Un rumore oscuro
partiva da esse, tale che
noi credemmo si trattasse
di trasporti di bestiame.
Uscendo insonnoliti, al mattino
vedemmo il treno ancora lì,
e incuriositi ci avvicinammo.
Era scortato da ùstascia,
quei terribili soldati croati
eredi di tutta la crudele
anima balcanica. Le finestrelle
in alto erano sbarrate, e
graticciate di fil di ferro.
Erano una trentina di vagoni,
gremiti di serbi deportati
dai croati.
Quelli che potevano se ne
stavano arrampicati alle sbarre
delle finestrelle e leccavano
su di esse l'umidità
della notte. Si tenevano sù
a forza di braccia e il loro
collo lasciava vedere i tendini
tesi che sembravano spezzarsi
da un momento all' altro.
I loro occhi esprimevano lo
spasimo.
Dall' interno giungeva sino
a noi, nel fetore opprimente
della promiscuità,
l' eco selvaggio della sofferenza
e della miseria.
Accenti lamentosi di bimbi,
grida isteriche di donne,
voci rauche di uomini resi
folli dalla paura e dal tormento.
Inferno dantesco lasciato
indovinare dalle pareti dei
vagoni, sorde e mute.
"Cavalli 8, uomini
40". In tutte le
lingue del mondo, su tutti
i vagoni merce. E su quelli,
centinaia di infelici a brancicare
nello sterco e nel buio. L'
odore della carne ammassata
e sudante faceva torcer la
testa e stimolava i conati
del vomito.
Ho visto una volta un autocarro
di pecore traversare, puzzando,
una via della mia città.
Erano ingabbiate e in ordine
e avevano il loro strame,
compiansi quelle bestie. E
quelli erano uomini. Di quell'
umana specie di cui, da secoli,
si proclama la dignità
e la libertà. Ed altri
uomini li avevano rinchiusi
lì dentro. Gli uni
si chiamavano serbi, gli altri
croati, e nessuno più
"uomo".
Lo sgomento e lo sdegno erano
nei nostri cuori. Avevamo
vent'anni e andavamo a combattere
perchè fosse resa giustizia
al popolo italiano. Stavamo
attoniti dinanzi al vagone.
Qualcuno di quei disgraziati
ci scorse, lesse nei nostri
occhi, riconobbe la nostra
uniforme e la pietà
che non aveva dai fratelli,
la chiese a noi, ai nemici.
Una voce lamentosa, disse
in un rantolo: "Bono
taliano, VODÈ".
Gli italiani hanno dipinta
sul volto la loro bontà
o dabbennaggine. Tutto il
mondo, quando non ci opprime
o deruba, quando ha bisogno
di noi, dice: "Bono,
taliano".
Quella voce aveva un accento
di bestia. Quella parola "acqua"
incendiò il vagone,
e subito, lungo tutto il convoglio,
fu un solo tremendo coro,
una allucinante richiesta:
"Vodè' vodè",
"Acqua, acqua".
Non bevevano, in luglio, da
tre giorni.
Fui colto da una sete irresistibile,
che mi arse la lingua, mi
fece secca la pelle e mi annebbiò
lo sguardo.
"Bono taliano, vodè',
vodè".
E questi "boni",
stupidi italiani, che son
sempre tali con gli altri
e mai con sè stessi,
questi "boni taliani"
che eravamo noi sedici, venimmo
alle mani con la scorta, la
sopraffacemmo e demmo a quei
Cristi sulla Croce, quasi
tutti ebrei, non aceto, ma
acqua.
Lavorammo come invasati un'ora
e più. Li vedemmo bere
e bere. Vedemmo i figli strappare
l'acqua da sotto la bocca
dei padri, vedemmo una mamma
che serbava un pò d'acqua
nel portasapone per il suo
bambino. Demmo acqua e poi
acqua, coi secchi e con le
boracce. Loro si attaccavano
al collo avidi, ed era più
la perduta che la bevuta.
Continuammo finchè
fu necessario, portando acqua,
bestemmiando la nostra pietà
e la crudeltà degli
ùstascia, finchè
tutti ebbero bevuto, finchè
vedemmo i loro occhi, a poco
a poco, farsi chiari, tornare
umani, le loro facce distendersi.
Qualcuno vomitava e vomitava
acqua.
Mentre il nostro treno si
avvicinava, uno di noi, il
romano Donati, che più
degli altri aveva lavorato
e imprecato, prese, prima
di allontanarsi, la sua razione
di viveri a secco e la gettò
su di un vagone. Tutti facemmo
così, e rimanemmo digiuni,
mentre sui vagoni si contendevano,
a morsi e pugni, le nostre
gallette.
Povero Donati, chi Ti ammazzò,
un anno dopo, se non gli stessi,
o i figli o i fratelli degli
stessi, cui tu avevi dato
la tua galletta?
Ti uccisero
"Porco
taliano".
Dal "Diario"
di Mario Sorrentino
Volontario G.N.R. nella R.S.I.
Dopo aver dato, doverosamente,
voce a Mario Sorrentino, chiedo
a Sergio Romano, autore di
quanto sotto scritto, se:
"Ritiene che anche
il Presidente Giorgio Napilitano
condivide quanto da Lei esposto?".
"Se
il fascismo era davvero, come
gli alleati avevano sostenuto
per meglio vincere la guerra,
una sorta di incarnazione
satanica, un 'male' generato
dal male, nessuna potenza
vincitrice era tenuta a interrogarsi
sulle cause della seconda
guerra mondiale e sulle proprie
responsabilità dopo
la fine della prima. Promuovendo
il fascismo al rango di 'male
assoluto' gli alleati permisero
agli italiani di sbarazzarsi
del loro passato con una menzogna
e di mettere la guerra sulle
spalle di un uomo, Mussolini
".
Sergio Romano
Tratto da "Finis Italiae"
P.S.
Non ho ancora
terminato di scrivere su questo
soggetto; come dissi ho ancora
tanto, ma tanto da dire. Quindi
tornerò sull'argomento.