25
Aprile
(Liberazione) parliamo
chiaro (almeno una volta)
- articolo precedente
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Chi
sa parli!
Sempre
sul tema del 25 aprile
09.05.09
- Fra le mille e mille mattanze
avvenute nellinfausta
data del 25 aprile 1945, due
fra le tante, colpiscono di
più: luccisione
dei fratelli Cervi e quella
dei fratelli Govoni.
<Il
terrorismo ribelle non è
fatto per prevenire quello
delloccupante, ma per
provocarlo, per inasprirlo.
Esso è autolesionismo
premeditato: cerca le ferite,
le punizioni, le rappresaglie
per coinvolgere gli incerti,
per scavare il fosso dellodio.
E una pedagogia impietosa,
una lezione feroce>.
Sono parole di un ex fascista,
poi partigiano. Il suo nome?
Giorgio Bocca. Lo studioso
onesto sa bene che il fenomeno
partigiano, salvo rare eccezioni,
di cui più avanti porterò
un esempio, mirava solo a
provocare rappresaglie e martiri:
le une e gli altri da consegnare
allItalia del secondo
dopoguerra. Chi è onesto
sa pure bene che il sangue
versato negli anni 43-
48 e oltre, ancora oggi e
come ieri, è ben manipolato
dai politicanti.
Nellanniversario del
25 aprile di questanno
tutti gli ometti che
reggono il casotto Italia
si sono sbracciati nel
rammentare i morti causati
dal male assoluto (cercati,
voluti e ottenuti dai liberatori,
giuste le parole di Giorgio
Bocca), dimenticando quelle
decine e decine di migliaia
vigliaccamente assassinati
dagli eroici partigiani.
Sempre nelloccasione
del detto anniversario sono
stati di nuovo rammentati
i fratelli Cervi, di cui voglio
fare una breve storia. Ma
prima di entrare in argomento
desidero di nuovo rammentare
che il partigiano,
per le Convenzioni Internazionali
di Guerra allora in vigore,
veniva uguagliato al franco
tiratore, quindi passibile
di essere, una volta catturato,
passato immediatamente per
le armi. Ogni esercito del
mondo è praticamente
indifeso di fronte alla lotta
condotta da uomini non in
divisa, i quali seguendo la
tecnica del mordi e scappa,
dellimboscata, dellattentato,
fuggono mimetizzandosi in
abiti civili fra civili.
I fratelli Cervi erano sette,
figli di Alcide e Genoveffa
Cocconi. Dopo la capitolazione
italiana dell8 settembre
1943 i Cervi organizzarono
una banda partigiana, accogliendo
nella stessa anche prigionieri
di guerra fuggiti dai campi
di concentramento.
La notte tra il 24 e il 25
novembre 1943, nel corso di
un rastrellamento, vennero
catturati con le armi in pugno.
Il settimanale Candido
di alcuni anni fa, sotto il
titolo Furono i comunisti
a volerli morti,
documenta che la cattura dei
sette fratelli fu decisa su
pressione di un ufficiale
della Milizia fascista, Maurizio
Cocconi, poi rivelatosi capo
dei partigiani comunisti con
il nome di battaglia Miro,
il quale era uno dei proprietari
dei terreni di Campeggino,
località dove lavorava
la famiglia Cervi. Il Cocconi
sostiene il servizio
<si liberò
di quella famiglia di anarchici
individualisti che spadroneggiava
sui suoi terreni>
e, nel contempo, rese un servizio
ai comunisti, i quali <non
tolleravano la totale indipendenza
e autonomia dei Cervi nei
confronti del Pci>.
Quanto scritto è ampiamente
documentato dal libro Una
storia di campagna
di Lino Fanti, ex redattore
de LUnità.
Del resto, mentre i fratelli
Cervi erano imprigionati,
elementi comunisti scatenarono
una serie di uccisioni di
fascisti nel Reggiano, sapendo
bene che, prima o poi, i fascisti
avrebbero reagito fucilando
gli ostaggi in loro mani.
E i fascisti caddero nella
trappola del piano, cinicamente
escogitato dai comunisti,
che mirava a seminare dovunque
il terrore onde controllare
più facilmente la situazione.
A seguito di una nuova serie
di uccisioni di fascisti,
il 28 dicembre di quello stesso
anno, come reazione, i sette
fratelli Cervi furono fucilati.
Fu una rappresaglia brutale,
disumana e stupida: stupida
perché i fascisti caddero
nella trappola loro preparata
dai comunisti.
Giusto per la conoscenza:
Maurizio Cocconi, detto appunto
Miro, divenne vicecomandante
di tutte le bande partigiane
comuniste del Reggiano e del
Modenese e, a guerra finita,
vice prefetto del Cln a Reggio
Emilia.
Mi sono stati regalati i due
libri di Pansa: Il
sangue dei vinti
e Sconosciuto 1945:
libri che come ben sanno i
lettori trattano degli assassinii
commessi dai Caini
rossi, la cui crudeltà
riabilita il personaggio biblico.
Non so se Pansa nei citati
volumi, che non ho avuto per
ora modo di leggere, cita
lassassinio dei fratelli
Govoni, argomento che tratterò
in questo articolo, anticipando
che questo episodio, per efferatezza
e crudeltà, rientra
nella tecnica di quei vigliacchi
vincitori di una
guerra perduta.
Nel trattare della vicenda
dei fratelli Govoni desidero
partire dallepilogo,
quando cioè alla madre
disperata che cercava di riavere
almeno i corpi dei figli,
un partigiano sarcasticamente
rispose: <Vuoi trovare
i tuoi figli? Affidati al
fiuto di un cane da tartufi>.
Pieve di Cento è una
località non distante
da Reggio Emilia. In questo
piccolo centro viveva la famiglia
Govoni, e per rinnovare la
documentazione storica, desidero
ricordarne i componenti. La
famiglia era composta dal
padre Cesare, dalla madre
Caterina Gamberini e da otto
figli: Dino 41 anni, falegname,
sposato e padre di due figli;
Marino, 36 anni, sposato,
una figlia; Emo, 32 anni,
falegname; Giuseppe, 30 anni,
contadino e appena sposato;
Augusto, 27 anni; Primo, 22
anni, contadino; Ida, 20 anni,
sposata e madre da soli due
mesi. Unica sopravvissuta
Maria, perché lontana
dalla famiglia. Va subito
ricordato che solo Dino e
Marino, questultimo
reduce dalla guerra dAfrica,
avevano aderito alla Rsi,
tutti gli altri non si erano
mai interessati di politica.
Nella zona operava la brigata
partigiana Paolo.
Uno dei componenti, Dino Cipollani,
il 10 maggio 1945 quindi
a guerra ormai terminata
fu incaricato di recarsi nella
casa colonica, in frazione
Casadio di Argelato, appartenente
al contadino Emilio Grazia,
per informarlo che il giorno
successivo ci sarebbe stato
un carico di fascisti
da rinchiudere nella sua abitazione.
Contemporaneamente il commissario
politico della brigata partigiana,
Vittorio Caffo, accompagnato
da un altro partigiano, Dardi,
si recò a casa dei
Govoni e vi trovò Marino.
Gli altri fratelli erano fuori
casa. Dopo aver prelevato
Marino, i partigiani, rinforzati
da altri gruppi, tornarono,
costringendo gli altri fratelli
a seguirli, compresa la sorella
Ida. Ai due anziani genitori
che, terrorizzati, chiedevano
il motivo del prelevamento,
i partigiani risposero che
si trattava di una misura
di polizia. Così
i sette fratelli, caricati
su un camion, vennero scaricati
nel casolare di Emilio Grazia.
Alcuni anni dopo furono rinvenuti
i resti delle vittime e si
accertò che quasi tutte
le ossa degli sventurati presentavano
fratture o incrinature. Nessuna
traccia di armi da fuoco,
il che può dare solo
unidea della crudeltà
messa in atto dai partigiani
della brigata Paolo:
quegli infelici morirono per
le torture subite, cosa che
solo menti mefistofeliche
potevano concepire. Dopo il
terrificante eccidio, i cadaveri
dei sette fratelli vennero
sepolti in una fossa anticarro,
poco distante dalla casa colonica,
dove era stata compiuta la
giustizia antifascista
.
Tutta la popolazione della
zona era terrorizzata per
le gesta dei partigiani e
su quel fatto calò
un silenzio omertoso. Ma mamma
Govoni non si rassegnò:
nonostante il pesante silenzio,
durato tre anni, pur nel terrore,
qualcuno, mosso da pietà,
ebbe la forza di indicare
alla povera madre il luogo
dove riposavano
i resti dei suoi figli. Così
lentamente venne fuori la
verità e con essa i
nomi degli spietati assassini.
Quindi il processo e le condanne.
Come si ricorderà,
Togliatti, ministro della
Giustizia, promulgò
una legge per la quale anche
quel misfatto - similmente
a migliaia di altri
rientrava nel movente
politico e quindi
considerato non punibile.
Non si può non ricordare
che insieme ai fratelli Govoni,
in quella notte maledetta
furono soppresse dai demoni
rossi altre dieci
persone non meno innocenti.
Con laiuto di un vecchio
articolo di Loris Lolli e
di Cesare Mazza proviamo a
ricostruirne la storia. Insieme
ai Govoni, sempre nella notte
dell11 maggio 1945,
vennero prelevate, al fine
di aumentare il bagno
di sangue, altre
dieci vittime. Queste ultime,
tutti cittadini di San Giorgio
di Piano, ugualmente di nulla
imputabili se non di essere
anticomunisti. I loro nomi:
Ivo Bonora, diciannovenne,
con il padre Cesarino ed il
nonno Alberto; Alberto Bonvicini,
Giovanni Caliceti, Vinino
Testoni, Guido Mattioli, Guido
Pancaldi, Ugo Bonora, Giacomo
Malaguti. Questultimo,
ufficiale degli alpini, con
la Rsi non aveva niente a
che fare. Oltretutto aveva
combattuto contro i tedeschi
a Montelungo e in quella battaglia
era stato ferito. I componenti
della brigata Paolo
furono artefici di unaltra
nobile impresa
messa in atto pochi giorni
prima di quella compiuta con
il supplizio dei fratelli
Govoni e di altre vittime:
dieci persone vennero prelevate
more solito,
con linganno. Il luogo
dellignobile delitto:
la casa colonica del podere
San Giacomo Minore,
frazione Voltarono di Argelato,
dimora della famiglia Longhi.
Anche questi martiri
fra essi una donna
vennero derubati, denudati,
massacrati di percosse, infine
strangolati e gettati in una
fossa comune, non molto lontana
dal luogo del supplizio.
Il citato articolo di Loris
Lolli e Cesare Mazza ricorda
altri eccidi che vale la pena
menzionare per rinverdire
i valori
della Resistenza. I partigiani,
specialmente quelli dellultima
ora, sterminarono interi nuclei
familiari: nel Comune di Castelletto
dOrba, tutti i sette
componenti della famiglia
Tacchino-Lavagello; in provincia
di Savona, la signora Caterina
Turchi e le figlie Pierina,
Giuseppina e Maria; a Leca
dAlbenga, Navone padre
e la madre, le figlie Rosa,
Bice, Irene, Rita, il figlio
Leo e la moglie Gina Fannucci;
a Vercelli, Elsa Scaffi, la
sorella Laura, lo zio e la
nonna di ottanta anni; a Pegli,
la signora Granara e i suoi
due figli di nove e otto anni.
********************
A dimostrazione che non tutti
i partigiani vanno considerati
biechi assassini, preciso
che, a seguito dello sfascio
dello Stato causato dopo la
capitolazione dell8
settembre, si creò
nei giovani di allora, uno
stato di giustificata confusione:
alcuni scelsero la via della
montagna, altri quella del
rifiuto della sconfitta e
del disonore. Perciò
ritengo utile richiamare alla
memoria un mio precedente
articolo apparso su Nuovo
Fronte del novembre
2000, con il titolo: FRANCESCO
MONTANARI, PARTIGIANO, MA
GRANDE UOMO.
Avevo scritto: <La quiete
agiografica nella quale si
cullavano da anni le forze
resistenziali antifasciste
fu scossa violentemente un
giorno del 1990. Accadde che
un ex partigiano, lingegner
Francesco Otello Montanari
(Cincino), ricordando
gli eccidi compiuti dai suoi
compagni nelle giornate primaverili
(e oltre) del 1945, lanciò,
appunto quel giorno del
1990, un grido accorato:
Chi sa, parli.
Superfluo aggiungere che dopo
quella denuncia intorno a
Montanari fu eretta una cortina
di silenzio e di omertà.
Il dado, però, era
tratto e lex partigiano
voleva lavarsi completamente
la coscienza. Nel 1994, venuto
a sapere che lo Stato era
pronto ad assegnare allA.N.P.I.
(Associazione Nazionale Partigiani
Italiani) la somma di 20 miliardi,
scrisse a Scalfaro minacciandolo:
Se consegnerete quei
soldi, io mi brucerò
vivo!.
Sabato 17 febbraio 1996
Cincino
affidò una lettera,
che può essere considerata
il suo testamento spirituale,
ad un amico, lavvocato
Gustavo Raffi. Di quella lettera
ecco alcuni passi significativi:
Sono certo che coloro
i quali detengono le leve
del potere faranno tutto il
possibile per farmi passare
per matto o anormale (
).
Mi ammazzo perché so
valutare la sora
morte nella maniera giusta,
perché ho dignità,
moralità, sensibilità
e coraggio per cui, in questo
letamaio pieno di miserie,
ingiustizie e violenza
dove comandano i ladri, i
delinquenti e i mafiosi
si potranno trovare bene i
loro compari o le pecore,
ma non il sottoscritto (
).
Durante la guerra sono stato
comandante partigiano (
).
Non ho mai fatto scatenare
terribili rappresaglie su
gente innocente, non ho mai
vigliaccamente giustiziato
nessun fascista a guerra finita
(
). Qui non cè
una sola cosa che funzioni
per il verso giusto: si privilegiano
gli stranieri illegali invece
dei fratelli, si puniscono
i ladri di galline e i piccoli
evasori, ma mai i grossi:
i sindacati insegnano solo
i diritti (mai i doveri) (
).
Provo ormai nausea a vivere
in questa ripugnante società
di ladri, di delinquenti e
di pecore. Perciò vi
dico IO NON CI STO
più e tolgo il disturbo!
Spero di avere sufficientemente
chiarito che il mio non è
un gesto inconsulto, ma un
gesto di protesta nei riguardi
dei principali responsabili
di questo sfascio morale e
materiale dellItalia.
Vi saluto tutti, amici e nemici,
e vi prometto che, se di là
si sta peggio che di qua,
vi scriverò. Ma se
non riceverete niente, vuol
dire che si sta meglio. Francesco
Montanari>.
Il mio articolo continuava
così: <I 20 miliardi
furono consegnati allA.N.P.I.
e, da uomo coerente, Montanari,
il 22 febbraio 1996 si dette
alle fiamme, ponendo atrocemente
fine alla sua vita.
P.S.
Da perfetti vigliacchi, ma
coerenti, a parte un paio
di quotidiani, i mass-media
ignorarono il fatto
Montanari>.
Francesco Cincino
Montanari aveva 76 anni, era
nato a Ravenna, ma abitava
a Cesena. La notte del 22
febbraio 1996 salì
su una vecchia Ritmo
acquistata pochi giorni prima
e la parcheggiò in
San Mauro in Valle (una frazione
di Cesena) dove si dette fuoco.
Il suo corpo fu divorato dalle
fiamme, ma rimasero intatte
alcune copie del suo libro
dal titolo: Qui il
più pulito ha la rogna,
che aveva posto accanto alla
macchina prima dello stoico
gesto. A questa documentazione
aggiungo uno stralcio della
lettera inviata a Il
Giornale il 15 marzo
1997 dal signor Italo Tassinari
di Padova che aveva fatto
parte della stessa brigata
partigiana di Montanari: <Ero
amico intimo di Francesco
Cincino
Montanari, amico sino a recensire
il suo ultimo libro Qui
il più pulito ha la
rogna (
).
Anche Cincino Montanari era
un capo partigiano che combatteva
per una Resistenza diversa
e che non indusse mai ad atti
come quello di Codevigo, dove
la 28^ Brigata Garibaldi del
Pci, comandata dal cosiddetto
eroe rosso
Boldrini, medaglia doro
al Vm (figuriamoci) senatore
della Repubblica per meriti
resistenziali, passò
per le armi circa 300 giovani
nelle radiose giornate
10, 11 e 12 maggio 1945, cioè
dopo la fine della guerra
(
). Cincino, prima di
suicidarsi, venne a trovarmi,
di domenica, nella mia casa
di Bellaria, in quel di Rimini,
per salutarmi. Un addio semplice:
Caro amico Italo
mi disse
ti porto dieci copie del
mio libro, diffondilo. Mi
ucciderò mercoledì
prossimo, perché in
questo merdaio di grassatori
e tangetocrati non voglio
più vivere (
).
Questa Italia nata dalla Resistenza,
un parto che forse era meglio
fosse stato aborto
>.
Questa è la storia,
per motivi di spazio molto
concisa, di un grande uomo
che è un onore avere
avuto come avversario; non
nemico. Perché poche
cose ci dividevano da Lui.