Firme
/
 

 
del -
Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Filippo Giannini

Da uno stralcio del Capitolo VI del mio volume: “Dal 25 luglio a Piazzale Loreto”

28.09 .09 - Sabato 26 settembre scorso stavo distrattamente ascoltando la trasmissione su RAI/3 “Ulisse: il piacere della scoperta”, trasmissione condotta dal pur bravo Alberto Angela. Il “poverino” (“poverino” perché così gli hanno insegnato la storia) ha iniziato con delle abominevoli mostruosità storiche. La prima, quando ha affermato che Mussolini il 25 luglio 1943 “si sarebbe dimesso”; ma quando mai, è da tutti riconosciuto (anche da ampi stralci storiografia “anti”) che quello messo in atto quell’8 (3 settembre) fu un vero e proprio COLPO DI STATO. Altre mostruosità, o perlomeno gravi inesattezze, quando Alberto Angela ha descritto il “viaggio” della nostra Flotta verso porti… Sì, caro Angela: “quali porti?”. Il “povero Angela” così descrivendo “quel viaggio” getta una luce infamante sul grande Ammiraglio Carlo Bergamini. La verità storica e la dirittura morale e militare di Bergamini è riportata nel testo che segue.


(…). Un discorso a parte a parte va fatto per il “caso Bergamini”.

Bergamini fu certamente il più battagliero fra gli ammiragli della Regia Marina. Nei precedenti volumi abbiamo ricordato i suoi tentativi tutti tesi per indurre “Supermarina”ad un’azione più decisa.

<All’imbrunire dell’8 settembre> scrive Mattesini sul “Bollettino d’Archivio”, pag. 92 <dopo essere stato convinto da De Courten e Sansonetti a partire per La Maddalena, l’ammiraglio Bergamini si trasferì con il suo Stato Maggiore e il personale addetto al Comando Squadra (220 persone) dalla corazzata “Italia” sulla nuovissima “Roma” (ex “Littorio”), che divenne da quel momento la nave ammiraglia della Forza Navale da Battaglia (…). Mentre si svolgeva questo movimento, alle ore 18,00 dell’8 settembre ebbe inizio la programmata riunione dei Comandanti delle navi della flotta presenti a La Spezia, che erano stati convocati sulla “Roma” da Bergamini; il quale – secondo quanto scrisse nel suo rapporto il capitano di Vascello Giuseppe Marini, Comandante della 12° Squadriglia Cacciatorpediniere – fece il seguente quadro della situazione: “(…) Nessuna nave deve cadere in mano né di inglesi, né di tedeschi. Piuttosto autoaffondarsi (…). Se in bassi fondali: autoaffondare le navi mettendo in atto anche i mezzi di autodistruzione, se le navi minacciano di cadere in mano inglesi; autoaffondarle senza autodistruzione, se minacciano di cadere in mano dei tedeschi (…)>.

Al contrario di quanto la storiografia ufficiale sostiene, l’ammiraglio Bergamini, stando anche agli ordini impartiti, mai avrebbe consegnato le proprie navi in mani inglesi. Rimane l’interrogativo sulla seconda ipotesi:<autoaffondarle “senza distruzione”, se minacciano di cadere in mano dei tedeschi>. Si potrebbe non capire questa differenzazione fra i due ordini, ma più avanti, sulla base di alcuni documenti proveremo a dare una spiegazione.

Alle 23,00 Bergamini telefonò all’ammiraglio De Courten per informarlo che la Squadra partirà al più presto per La Maddalena con tutte le unità presenti a La Spezia e a Genova, comprese quelle ai lavori in condizione di muovere. Bergamini non fece innalzare sull’albero maestro il drappo nero, né verniciare i due grandi cerchi neri sulle fiancate delle sue navi.

Alle ore 07,00 del 9 settembre, forse per vincere le ultime resistenze degli equipaggi, “Supermarina” inviò un altro telegramma: <Impegno onore eseguire lealmente clausole armistizio le quali però non, ripeto non, contemplano cessioni navi aut abbassamento Bandiera>.

Alle 09,46 del 9, mentre la Flotta era in navigazione verso La Maddalena, suonò l’allarme, per l’avvistamento di un aereo da ricognizione britannico che cominciò a girare intorno alla formazione navale. Contro il velivolo, che fu riconosciuto per un bimotore del tipo “Glen Martin” , le navi aprirono il fuoco <il tiro fu però subito dopo sospeso, e fu seguito dall’ordine di non sparare su velivoli di nazionalità britannica e americana>.

Alle 10,29 fu avvistato un aereo da ricognizione tedesco, riconosciuto del tipo “Ju.88”. Contro di esso non fu aperto il fuoco.

Alle 13,45 “Supermarina” trasmise un nuovo telecifrato: <Davanti Bona troverete nave inglese o americana che indicherà porto da raggiungere (…). Ciascuna nave innalzi pannello nero o blu scuro della massima grandezza possibile alt. Disegnare sui ponti grandi dischi neri come segnali di riconoscimento per aerei (…)>. Anche in questa occasione Bergamini non dette corso all’ordine.

Alle 14,00 vennero avvistati alcuni aerei in volo a circa cinquemila metri che sganciarono qualche bomba, ma nessuna nave venne colpita. <Bergamini telegrafa di essere stato attaccato da apparecchi anglo-americani, secondo i dati di provenienza del radar DATE. Sansonetti informa Malta, la quale respinge la “insinuazione”. Gli aerei non sono alleati. Il mistero resterà tale> (Santi Corvaja, “Storia Illustrata”, settembre 1973).

Alle 14,24 “Supermarina” trasmise la notizia: <La Maddalena occupata da forze tedesche>. Di conseguenza la Flotta di Bergamini invertì la rotta puntando, probabilmente, su Minorca.

Alle 15,10 scattò l’allarme e alle 15,37 ebbe inizio l’attacco aereo da parte <di cinque “Do.217 K”, che fu fronteggiato dalle unità navali, “dopo qualche esitazione”, aprendo il fuoco e contromanovrando>.

Da un’intervista rilasciata a “Storia Illustrata” del settembre 1973 dall’affondatore del “Roma”, Bernhard Jope, questi così risponde a Mario Lombardo circa la domanda di cosa sapesse della bomba radiocomandata “FX1400”. Jope disse: <Della bomba conoscevamo soltanto gli effetti teorici, e il metodo di puntamento radioguidato mediante un piccolo congegno nella coda dell’ordigno, che serviva a dirigere la bomba stessa fino al bersaglio, con una certa approssimazione e che veniva usata per la prima volta contro un nemico proprio in occasione del bombardamento della Flotta italiana> ( 54).

Ebbene, queste bombe, che dovevano essere destinate per l’attacco previsto contro gli angloamericani nella baia di Salerno, se non si fosse verificato nel frattempo l’armistizio, queste bombe, ripetiamo, poco più che prototipi, centrarono, perforandolo il ponte corazzato della “Roma” determinando l’affondamento della nave. La prima bomba, lanciata alle 15,45, esplose sotto lo scafo, causando l’arresto delle caldaie. <Una seconda, radioguidata sul bersaglio, dal sergente Eugen Degan, dopo una discesa di 42 secondi, alle 15,52 centrò il lato sinistro della “Roma”, infilandosi tra il torrione e la torre 2 G.C. sopraelevata, e provocò l’arresto dell’unità. L’impatto della seconda bomba e la deflagrazione dei depositi furono quasi simultanei. La splendida nave, orgoglio della cantieristica e della Marina italiana, sbandò sulla dritta e alle 16,12 fu squarciata dalla deflagrazione dei depositi munizioni della torre sopraelevata prodiera dei grossi calibri, che fu interamente asportata, lasciando al suo posto una grossa voragine da cui si sollevava un forte incendio, misto ad un’altissima e densa colonna di fumo nero> (“Bollettino d’Archivio”, pag. 120).

<La splendida nave> si trascinò per sempre in fondo al mare due ammiragli, 86 ufficiali e 1.264 uomini d’equipaggio (55)

<Con la scomparsa di Bergamini> scrive Santi Corvaja <viene rimosso l’ostacolo più difficile da superare per convincere la Flotta a dirigersi verso Malta>. Infatti il comando venne assunto dall’ammiraglio Romeo Oliva, il quale, lascia sul posto tre unità per raccogliere i superstiti della “Roma”, dopo che <per l’ennesima volta gli alleati respingono le richieste di dislocare la Flotta italiana alla Maddalena. Le navi intanto proseguono nella rotta verso Minorca (56) il porto neutrale, meta di Bergamini (…). Finalmente alle 21,00 l’ordine di trasferirsi a Malta viene eseguito. Le navi inalberano i pannelli neri (…)> (Santi Corvaja, op. cit., pag. 61).

Nel dopoguerra, per motivi facilmente intuibili, si è sostenuto che Bergamini avrebbe diretto comunque le navi a lui affidate a Malta, come ordinato. Non crediamo a questa tesi, oltre che per i motivi sopra riportati – il più importante dei quali il non aver inalberato i segnali della resa – ma anche per altri che andiamo a trascrivere.

1. Il primo a essere convinto della ribellione era proprio l’ammiraglio Sansonetti. Egli sapeva che <Bergamini più volte aveva dichiarato di non essere disposto a una resa senza combattere almeno una battaglia, un vero scontro con le corazzate italiane da una parte e quelle inglesi dall’altra, circostanza che non si era mai registrata nel corso del lungo conflitto, per quanto disponessimo, ancora all’8 settembre, di ben sei corazzate: “Roma”, “Vittorio Veneto” e “Italia” a La Spezia; “Doria” e “Duilio” a Taranto; “Giulio Cesare” a Pola> (Santi Corvaja, op. cit., pag. 54-55).

2. Anche il figlio di Bergamini, solleva dubbi sulle tesi sostenute nel dopoguerra. Egli ha scritto su “Il Messaggero” del 3/8/94:<“Mio padre ebbe conoscenza dell’armistizio alle 19,45 dell’8 settembre attraverso il radio giornale: ne ricevette un colpo gravissimo, immeritato, inatteso. Per telefono comunicò al ministro De Courten la sua indignazione e manifestò l’intenzione di non condurre in porti nemici quelle stesse navi che fino a poche ore prima erano pronte a salpare per dare battaglia>. Recentemente Pier Paolo Bergamini, figlio dell’ammiraglio in un suo saggio “Le Forze navali da battaglia e l’armistizio” edito dalla “Rivista marittima”, scrive che il padre, alla fine, avrebbe obbedito <al più amaro degli ordini>. Non poteva che scrivere ciò Pier Paolo Bergamini essendo tutt’ora ufficiale in servizio della Marina militare.

3. Abbiamo anche una testimonianza diretta. Si tratta di una lettera a firma del dott. Giovanni De Simone di Nettuno. Tale lettera è stata pubblicata anche su “Il Giornale d’Italia” dell’11 marzo 1998. La riportiamo integralmente:<Caro Giannini, la Squadra Navale italiana al comando dell’Ammiraglio Bergamini non stava dirigendosi a Malta – come aveva ordinato Pietro Badoglio – ma alla Maddalena per affiancare la Xa MAS del Principe J.V. Borghese già schieratosi con i naturali alleati tedeschi. Un cifrato in tal senso era stato trasmesso alle ore 12,30 del 9 settembre ’43 da Forte Braschi (Roma), sez. del SIM (Servizio Inform. Milit.) alla sez. del SIM di Atene, ove prestavo servizio come marconista e decrittore. L’inesperienza della mia giovane età (avevo appena 25 anni) non mi ha permesso allora di custodire per la storia quel prezioso documento che il mio superiore (l’eroico colonnello degli alpini, Carlo Sirombo) aveva dettato per telefono al Comando tedesco, ordinandomi poi di distruggerlo: ordini che eseguii senza riflettere. L’affondamento della corazzata “Roma” e la conseguente morte del suo Comandante deviò il corso della storia di quel periodo, in quanto l’Ammiraglio che lo sostituì nel comando – non conoscendo il piano di Bergamini (o se lo conosceva non l’approvava) – (…). La Squadra venne attaccata nel primo pomeriggio da velivoli tedeschi (…). In serata i tedeschi si strapparono i capelli essendo venuti a conoscenza che l’Ammiraglio Bergamini non era diretto a Malta per consegnare la Flotta agli inglesi, ma alla Maddalena. Perché l’Ammiraglio Bergamini non ordinò il fuoco contro i velivoli tedeschi? E’ ovvio. Li considerava nostri alleati>.

E’ una testimonianza interessante aperta ad alcune considerazioni per raggiungere la verità. Per prima cosa è accertata l’appartenenza del dott. De Simone al SIM nel periodo bellico; questa viene sancita da Carlo De Risio nel suo libro “La Storia non scritta”, ove a pag. 170, elencando <l’organico degli operatori radio del SIM all’estero> riporta:<(…) Atene: sergente maggiore Giuseppe De Simone>.

Un altro punto sembra dar ragione al dott. De Simone e cioè quando, come poco sopra riportato, all’attacco degli aerei tedeschi le navi italiane aprirono il fuoco “dopo qualche esitazione”. Nel dopoguerra la “Commissione d’inchiesta speciale” si preoccupò anche di stabilire se da parte del Comando di bordo della “Roma” vi fosse stata qualche responsabilità nella tardiva apertura del fuoco contro gli aerei tedeschi (…). Invece meno intensa risultò la reazione della “Roma” al delinearsi del successivo attacco aereo che portò la corazzata ad essere colpita dalla seconda bomba. In definitiva l’inchiesta si concluse con un nulla di fatto. Si accennò ad una “sorpresa tecnica”, dall’altezza degli attaccanti e nulla più, lasciando, pertanto, aperta la validità della testimonianza del Dottor De Simone (“Bollettino”, pag. 162).

Ancora: l’ammiraglio Oliva (“Bollettino”, pag. 20) scrisse a De Courten il 2 maggio 1946 questa lettera: <(…). L’ammiraglio Bergamini a nessuno disse di aver accettato il sacrificio richiestogli (…), cosicché, dopo la sua scomparsa con la Nave Ammiraglia, io mi trovai a dover decidere tra il trasferimento della Flotta in un porto alleato e l’autoaffondamento di essa che poteva essere da me disposto con la semplice trasmissione di una frase convenzionale stabilita dall’Ammiraglio Bergamini stesso e nota a tutti i Comandanti. Ma, poiché la Bandiera non sarebbe stata ammainata e poiché tu, Ministro, in nome del Re, ordinavi di attenersi lealmente alle clausole dell’armistizio, decisi di obbedire a tale ordine (…)>.

E’ una lettera che denota chiaramente la vergogna di un alto ufficiale che, conscio di aver infranto un “codice d’onore”, cerca giustificazioni girando le sue responsabilità su un ministro che, probabilmente, anche lui fu ingannato (57).

Così, a un campionario di imprevidenze, ambiguità, menzogne, si venne ad aggiungere la fatalità: perché quelle due bombe probabilmente hanno alterato, se non il corso della storia, almeno una sua sfaccettatura.

Vennero consegnate agli alleati ben 173 navi per 268.227 tonnellate; 7 navi per 11.017 tonnellate si trasferirono in porti neutrali; 12 per 41.096 tonnellate furono perdute in combattimento nei giorni dell’armistizio; 124 per 100.614 tonnellate vennero o autoaffondate o catturate dai tedeschi o aderirono alla RSI; 3 navi per 3.079 tonnellate rimasero in porti sotto controllo giapponese.

Churchill non potè che esclamare:<Una bella preda!>.

L’umiliazione degli ammiragli italiani a Malta si frammischia alla convinzione di essere stati ingannati. Ricorda Trizzino op. cit.:<Cunningham non perde altro tempo e impartisce a Da Zara le prescrizioni per il “disarmo e la messa sotto controllo” di tutte le navi italiane. L’ammiraglio italiano obietta che queste disposizioni contrastano con quelle ricevute dall’Alto Comando Navale di Roma, secondo cui le navi rimarrebbero sotto la piena sovranità italiana; ma Cunningham legge a Da Zara il testo dell’armistizio e gliene dà persino una copia dattiloscritta. Non c’è dubbio: al comma quattro si prescrive che le navi debbono essere disarmate>.

A pag. 25 del “Bollettino” si legge: <Ricevuto l’ordine di uscire dai porti e di dirigersi verso Malta, la Forza Navale da Battaglia obbedì, con la disciplina e uno spirito di sacrificio che destarono negli Alleati incondizionata ammirazione>. Forse è un po’ troppo; e della stessa opinione era Winston Churchill che, a pag. 126 dell’op. cit., con l’abituale sarcasmo britannico e con una forte dose di disprezzo ha scritto:<Il grosso della flotta italiana lasciò Genova e La Spezia, per un “audace” viaggio di resa a Malta> (58).